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Cose dell’altra Europa: V4-Usa, Ungheria-Romania, Serbia-Russia-Turchia, Kosovo-Usa

: Le diverse reazioni dei rappresentanti politici dei paesi del Gruppo Visegrád (V4) all’irruzione violenta dei manifestanti pro-Trump a Capitol Hill hanno illustrato il loro posizionamento rispetto al modello di democrazia liberale. La presidente slovacca Zuzana Čaputová ha definito l’attacco alle istituzioni americano “erché conta: L’irruzione violenta a Capitol Hill da parte di alcune centinaia di sostenitori di Donald Trump, da lui aizzati e istigati, è un fatto di una gravità così inaudita che avrà pesanti ricadute anche sul futuro politico di molti degli emuli del tycoon americano disseminati in Europa e nel mondo. Il 6 gennaio può dunque essere considerato un momento spartiacque per la politica internazionale: dirsi filo-Trump e adottare politiche simili a quelle varate dalla Casa Bianca in questi quattro anni è di colpo diventato molto più difficile. Già la sconfitta elettorale dello scorso novembre aveva rappresentato una battuta d’arresto per il sovranismo generale, percepito fino a quel momento come forza in espansione inarrestabile. Le accuse di brogli, infondate e surreali, propinate da Trump e dalla sua ristretta cerchia hanno soltanto addolcito il senso politico del crollo del campione mondiale del sovranismo. Le immagini della penetrazione quasi incontrastata della brigata trumpiana dentro il tempio della democrazia americana sono così auto-esplicative e numerose che in questo caso non è stato possibile attivare i consueti meccanismi di riedificazione complottistica con cui attribuire la responsabilità di atti così deplorevoli ad altri soggetti (democratici, poteri forti, sabotatori di vario genere, stranieri, minoranze), come nel caso della (non) gestione della pandemia da parte di Trump. Dunque, come già alcuni suoi stretti collaboratori, anche i suoi alleati europei stanno defezionando, prendendo le distanze da quanto accaduto il 6 gennaio, perlomeno con frasi di circostanza e retoriche. Sul fronte rivale, gli avversari e i critici del trumpismo hanno colto la palla al balzo per riproporsi come leali guardiani delle istituzioni democratiche; chi è stato finora nel mezzo, adottando pose a tratti simil-trumpiane, a tratti più accomodanti, si è improvvisamente trovato costretto a condannare le violenze di Washington, ascrivendosi di fatto al fronte anti-Trump. Queste linee di faglia si sono palesate nitidamente nel contesto del V4, il consesso informale che riunisce Slovacchia, Cechia, Ungheria e Polonia. La classe dirigente slovacca è ricorsa a toni molto aspri per condannare l’azione degli ultra-nazionalisti americani, riaffermandosi come fedele ai dettami democratici e, indirettamente, alla Germania merkeliana, che ha incarnato la nemesi degli Usa isolazionisti dell’era Trump. Sul versante ceco, la scelta del primo ministro è stata notevolemente simbolica: Babiš ha sostituito la propria immagine profilo di Twitter, dove indossava un cappellino con lo slogan Silné Česko (“per una Cechia forte”) scritto in bianco su sfondo rosso, con una foto dove indossa la mascherina, dispositivo sanitario divenuto sinonimo di opposizione a Trump, che ha a lungo negato prima l’esistenza, poi la letalità, infine la necessità di contenere la pandemia di coronavirus. I governi polacco e ungherese, i più filo-trumpiani dell’Ue, si sono invece trincerati dietro un silenzio eloquente. Sia Viktor Orbán che i suoi colleghi di Varsavia avevano puntato moltissimo sull’intesa con The Donald, con il presidente polacco Andrzej Duda che era arrivato a proporre di battezzare “Fort Trump” la futuribile base Nato che gli Usa avrebbero aperto in territorio polacco. Il futuro presidente Biden ha già definito Ungheria e Polonia due “totalitarismi”. Per gli autocrati mitteleuropei la musica sta per cambiare.

erché conta: Le elezioni politiche del 6 dicembre in Romania, segnate dal più basso livello di affluenza della Romania post-comunista (inferiore al 32%), non avrebbero potuto essere più gradite a Orbán. Per due elementi. Primo, la partecipazione all’esecutivo del fedele Udmr, che ha di poco superato la soglia di sbarramento (5%), aumenta l’influenza dell’Ungheria nella politica interna del vicino. Negli ultimi anni il legame tra Fidesz, il partito di Orbán da dieci anni al potere in Ungheria, e l’Udmr si sono rinsaldati, tanto che il secondo può essere considerato la branca romena del primo. Con la nomina a vice-premier di Hunor Kelemen, leader dell’Udmr, e l’assegnazione di quattro ministeri (Pubblica amministrazione, Sviluppo, Ambiente e Sport) alla formazione romeno-ungherese, Budapest potrà condizionare direttamente le prossime scelte del governo Cîțu. Orbán ha affermato di essere convinto che “la cooperazione tra Romania e Ungheria, basata sul rispetto reciproco, possa dare un contributo significativo allo sviluppo dei due paesi, alla crescita e al rafforzamento della cooperazione all’intimo dell’Unione europea”. Tuttavia, stando ai precedenti, sembra probabile che, più che per attenuare le tensioni che contrappongono ungheresi e romeni nelle aree etnicamente miste, Budapest sfrutterà la propria quinta colonna in Romania (e le risorse governative cui potrà accedere) per accrescere l’animosità in queste regioni, riproponendosi come garante dei diritti dei connazionali all’estero. Un’operazione per cui sarà, paradossalmente ma non troppo, coadiuvato anhce dagli ultra-nazionalisti romeni. Il secondo elemento è infatti l’entrata nel parlamento romeno, per la prima volta dal 2008, di una formazione di ultra-destra, Aur (“Oro”, in romeno), che ha ottenuto poco più del 9%. Questo movimento unionista, emerso sfruttando il malcontento di piazza verso le restrizioni imposte dal governo di Bucarest per contenere la diffusione coronavirus, è apertamente anti-ungherese. Contesta il diritto di esistenza dell’Udmr, sostenendo che non dovrebbero essere permessi partiti su base etnica, e promuove la “romenizzazione” della regioni dove vivono minoranze (o in alcuni distretti anche maggioranze) ungheresi. La retorica ungarofoba di Aur è un regalo straordinario per Orbán, che potrà così facilmente beneficiare dell’furore delle retoriche romeniste e vendere all’opinione pubblica comunitaria i propri connazionali come esposti alle angherie degli oltranzisti romeni. Gli opposti sciovinismi si servono a vicenda.

erché conta: L’energia è sempre una questione geopolitica, soprattutto quando c’è Mosca di mezzo. Dal progetto TurkStream tutti gli attori coinvolti puntano a ricavare quote di influenza. In primis, i due Stati che l’hanno concepito e costruito: Russia e Turchia.
Questa mossa lega ancora di più la Serbia alla Russia, cementificando l’intesa tra Belgrado e Mosca, nonostante la prima si fosse impegnata a “diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetiche” nell’intesa siglata con il Kosovo lo scorso settembre a Washington. Il prossimo passaggio prevede l’erogazione di questo gas, per il cui passaggio sul proprio territorio la Serbia chiederà il pagamento di una tassa, all’Ungheria. Si completerà così l’aggiramento dell’Ucraina da parte della Russia, che estromettendo Kiev dalla partita energetica la priva di una carta negoziale molto importante sul piano tattico. Dal canto suo, la Serbia esporterà nella vicina Bosnia Erzegovina, specialmente nella Repubblica serba, il gas estratto in Russia, corroborando così ulteriormente il suo ascendente nel paese limitrofo. Fin qui poco di nuovo: la Serbia è già largamente dipendente dalla Russia sotto il profilo energetico, come anche la maggioranza dei paesi Ue. La novità (relativa) riguarda la Turchia: non solo sia il TurkStream che il Gasdotto Trans-Adriatico, che trasporta gas estratto in Azerbaigian, attraversano il territorio anatolico, ma anche i gasdotti in costruzione nel Mediterraneo orientale, come l’EastMed, attraversano le acque della Zona economica esclusiva turca. Ankara sta diventando il rubinetto dell’Ue, pronta a incassare i dividendi di questa posizione strategica.