The Times Russia Siamo il più letto media di informazione con notizie dalla Russia costantemente aggiornate!The Times Russia

La diplomazia “atomica” della Russia. Intervista con Pietro Figuera

01.11.2020 – 08.30 – “La nave è ormeggiata alle bitte dell’idroscalo, proprio di fronte alle finestre della Capitaneria di Porto. La vernice rossa della falce e martello spicca sul fumaiolo bianco. La prua rialzata consente ai trattori dell’Ente porto di sbarcare i camion senza motrice, provenienti dall’Unione Sovietica…”
Il giornale Il Meridiano di Trieste descriveva così, nell’aprile del 1987, l’arrivo delle navi russe in città che permise per un breve periodo di risollevare lo scalo giuliano, all’era in profonda e disorganizzata crisi. La flotta sovietica, grazie al nuovo corso di Gorbaciov, aveva acquistato “chiavi in mano” tutti i macchinari di cinque calzaturifici di Osoppo, una mini-acciaieria della Danieli di Buttrio e le forniture di impiantistica della Italpianti di Genova. La linea marittima all’era connetteva Trieste con il porto di Berdjansk, sul mare d’Azov. La fruttuosa intesa commerciale era stata possibile grazie alla visita, l’anno addietro, dell’ambasciatore sovietico a Roma Nikolai Lunkov. Il giornalista già ventilava l’arrivo della sede consolare a Trieste, ma a seguito della dissoluzione dell’Urss non se ne fece nulla. Si tratta però di un episodio emblematico dei rapporti altalenanti di Trieste e del Nord Est con la Russia. A volte cauti alleati, come ai tempi di Maria Teresa d’Austria e la zarina Caterina II; altre volte caldi amici, come nel caso della lotta contro il tiranno corso durante l’epopea napoleonica; e altre volte ancora minacciosi antagonisti, come nella Prima Guerra Mondiale.
Con la volontà di scavare nei rapporti meno noti tra Italia, Trieste e Russia, Trieste All News ha intervistato Pietro Figuera, studioso di geopolitica russa, del quale era già stata trattata la conferenza organizzata da Limes Club Trieste in collaborazione con il Centro Veritas.

Come definirebbe il rapporto economico tra Italia e Russia nelle sue tre fasi, cioè dapprima sotto l’Urss, in seguito sotto Boris Yeltsin e infine dal duemila in poi col nuovo corso di Vladimir Putin

Definirei il rapporto economico tra Italia e Russia come una relazione ormai solida che fa leva in parte sui capisaldi energetici e industriali creati durante la guerra fredda, nonostante la nostra attinenza da tempo consolidata al campo occidentale.
E proprio quest’esperienza passata ci permetterà di superare questa fase di sanzioni e ostacoli che ormai dura da oltre cinque anni. L’Italia in tal senso è già abituata a mandare in avanscoperta le proprie imprese dove non si può muovere più di tanto con la diplomazia; sa quali tasti non toccare per evitare di danneggiare i rapporti con gli Stati Uniti o la Nato. La stessa Russia ritengo ne sia consapevole.

Nel campo delle esportazioni l’economia italiana ha sempre risentito dell’andamento dell’economia russa, a sua volta connessa alle fluttuazioni dei prezzi del petrolio. In questo contesto c’è stato un boom dagli anni duemila in avanti, tanto per il rafforzamento dell’economia russa, quanto per la diffusione del made in Italy, specie nel settore della moda, il quale ci ha consentito di aumentare i settori coinvolti nelle esportazioni.

In quest’ambito quale ruolo gioca il sistema ferroviario? Specie in relazione al Friuli Venezia Giulia l’Alta Velocità era stata “incoraggiata” proprio dalla Russia…

In linea generale tutto ciò che rafforza il sistema dei collegamenti con l’estero e con l’Europa dell’Est permette di lubrificare il sistema produttivo e di trasferire le merci; nel caso specifico della Russia occorre considerare quanto ciò incide a livello di export; correlando il tutto all’impatto con la Via della Seta. A questo proposito la Russia si pone a volte in collaborazione, altre volte in concorrenza con la Cina, specie per quanto concerne la Via marittima della Seta, considerando come Trieste rivesta un ruolo chiave per la Cina. Mentre dal punto di vista russo Trieste riveste un forte interesse per gas e petrolio, ma al di là del ruolo di terminale il capoluogo non interessa alla Russia; non le serve per collegarsi all’Est Europa, ha già altre vie in quell’ambito. Mentre serve eccome alla Cina.

Sotto un profilo logistico senz’altro.

Quale ruolo attualmente giocano gli oligarchi in Russia? È stato un argomento, per ragioni di tempo, che non è stato toccato nella conferenza. Putin sembra avere un ruolo di collante tra i diversi oligarchi; nel caso della sua scomparsa si rischia un conflitto intimo?

Occorre vedere se e come scompare Putin! Se lascerà il mondo della politica, senza dubbio lo farà preparando il terreno per un successore. D’altronde anche questi ultimi tentennamenti di Putin nella scena politica sono segnali di una transizione non facile. Se dovesse lasciare la politica per motivi improvvisi i giochi sarebbero molto più aperti.
Personalmente penso che lui stia già individuando un possibile successore, ma ci sarà ancora tempo per portarlo sulla scena; probabilmente lo farà all’ultimo momento possibile come aveva fatto lo stesso Yeltsin con Putin nel ’99, negli ultimi mesi della presidenza.
In questo modo il successore sarà al riparto da possibili intrusioni, specie dalla stampa occidentale; saranno poi cittadini russi stessi a dover dare il proprio consenso elettorale.

In riferimento invece al discorso degli oligarchi il rapporto con lo stato si è ribaltato rispetto ai primi anni Duemila; Putin è riuscito a legarli molto bene alla struttura statale subordinandone gli interessi privati, “incatenandoli” alle imprese governative. Gli oligarchi che non si sono attenuti a questo nuovo corso sono stati eliminati, imprigionati o sono stati gentilmente invitati ad andare in esilio; gli oligarchi che d’altronde si sono adeguati alle direttive di Putin hanno proliferato e tutt’ora prosperano nel nuovo clima economico.
Non vorrei d’altronde nemmeno sopravvalutare il ruolo di Putin che è a sua volta “ingranaggio” del sistema, più che un tessitore delle diverse trame politiche; però effettivamente nel caso di una sua improvvisa scomparsa il rapporto tra stato e oligarchi dovrà essere ridefinito. Non è escluso che gli oligarchi vogliano ricontrattare le condizioni del proprio rapporto.

Nell’ambito delle politiche non convenzionali della Russia, circolano spesso investigazioni e/o indagini che cercano di comprovare i finanziamenti della Russia a movimenti secessionisti e/o indipendentisti interni all’Europa occidentale. Quanto c’è di vero in ciò?

La Russia in generale cerca di sostenere, come tutti gli stati d’altronde, chi le è più conforme, chi ha un atteggiamento favorevole a un ristabilirsi delle relazioni bilaterali russe; tuttavia è consapevole di come non sia affatto facile per una forza dichiaratamente, sfacciatamente filorussa giungere al potere. Complottare contro gli Stati Uniti comporterebbe il azzardo suscitare le ire di Washington, con ulteriori sanzioni informali. Da questo punto di vista Putin è consapevole di come il suo spazio di manovra sia estremamente ridotto. D’altronde, in assenza di un dialogo proficuo bilaterale, avviene una maggiore contrattazione con partiti che abbiano qualche speranza di avere un’influenza politica, se non proprio di governare. In questo senso, sì, Putin finanzia partiti filorussi.
La Russia non investirebbe troppo in “qualche cosa” che si rivelerebbe un ramo secco; senza dimenticare che questo genere di “manovre” politiche avviene principalmente in paesi dove sono presenti minoranze russe.

Per quanto concerne i movimenti secessionisti fini a sè stessi non ritengo che la Russia abbia interesse a finanziarli; un’ulteriore divisione politica dell’Europa non è necessaria per la Russia, considerando le già profonde divisioni presenti. Anzi la Russia cerca sempre delle sponde bilaterali, preferendole costantemente ai rapporti con organi sovranazionali, come la stessa Unione Europea. Se quest’ultima avesse una linea univoca avrebbe molto più potere nei rapporti con la Russia; mentre allo stadio attuale, contrattando con ogni singola nazione, la Russia può far valere molto di più le proprie motivazioni.

I finanziamenti ai partiti dell’opposizione possono, in alcuni casi, allargarsi anche a movimenti contrari a progetti energetici che diminuirebbero la dipendenza dalle materie prime della Russia? Ad modello, proprio a Trieste, c’era stata una fortissima opposizione anni addietro al progetto di un rigassificatore nel golfo che avrebbe permesso all’Italia una maggiore indipendenza dal gas russo. 

Non è mai facile valutare le influenze e comprendere quando lo sono e soprattutto quanto sono efficaci. In questo campo senza dubbio gli interessi russi andavano nella stessa direzione della popolazione impaurita dal rigassificatore e per correlato dei movimenti ambientalisti. Ma ciò non significa automaticamente un’effettiva presenza; e che eventuali pressioni siano stati efficaci al punto da condizionare la popolazione. Io penso che al di fuori di movimenti economici clamorosi, a livello locale o regionale, conta maggiormente l’opinione pubblica fortemente schierata rispetto alla pressione di una potenza esterna, specie considerando i contatti con gli enti istituzionali locali.
Per quanto riguarda i contatti tra la Russia e i singoli movimenti io dire non di escluderli in toto, ma ridimensionerei senza dubbio le capacità di persuasione del sistema russo, tanto a livello finanziario, quanto ideologico. Se sono persone motivate da forti istanze locali, non vanno a cercare la Russia; tuttavia alcune volte le istituzioni si ritrovano in una doppia tenaglia dall’estero e a livello locale. Se c’era peraltro già la percezione che il progetto sarebbe fallito, non c’era motivo di esporsi per la Russia: troppo rischioso.

Quale ruolo gioca la Chiesa Ortodossa nei rapporti con Putin e in generale quale influenza mantiene in Europa? Accanto agli oligarchi, è un altro tassello spesso presente nelle narrazioni sulla Federazione. 

Un rapporto formale in Russia, pressoché inesistente in Europa. Serve a fornire una veste ideologica nei confronti dei valori di cui Putin vorrebbe farsi portatore; ovviamente la Chiesa Ortodossa ha molto più peso in Russia rispetto agli equilibri geopolitici mondiali, con la notevole eliminazione del Vaticano. La Russia in paesi come il nostro punta a leve geopolitiche ben più efficaci della Chiesa Ortodossa. Forse in Europa un’eliminazione rilevante è la Serbia.

Ovviamente Putin ha voluto investire anche su politiche di queste dimensioni, si veda ad modello l’inserimento di “Dio” nelle recenti modifiche alla costituzione russa, dove va da sé ci si riferisce al dio degli ortodossi, ma al di là di ciò, penso che sia tutta una manovra strumentale per dare maggiore profondità a una Russia che non si può vestire soltanto di sovranismo. Non c’è comunque un “export” ideologico al di fuori dei confini nazionali. In effetti non mi sovviene nessuna soluzione strategica nella quale la Chiesa Ortodossa abbia svolto un ruolo davvero influente.

L’importante è capire chi influenza chi. Vi sono politiche che vanno a braccetto, ma il legame è meno importante di quanto si pensi. Quando la Russia ha dato il suo okay alla trasformazione di Santa Sofia in una Moschea, riconoscendo che fosse una questione interna alla Turchia, c’è stato uno scontro violento con la Chiesa Ortodossa. I rapporti con la Turchia e una certa concezione di sovranismo hanno però prevalso, dimostrando quali siano i reali rapporti di forza.

Nel campo dei Balcani Occidentali, quale ruolo gioca la Russia? Il pensiero corre ovviamente alla Serbia, tradizionale alleato, sebbene negli ultimi anni sempre più filocinese…

La Russia è “il” tradizionale alleato della Serbia in Europa, basti considerare come la Prima Guerra Mondiale inizi proprio in seguito alla mobilitazione russa in difesa dell’antico alleato. Oggigiorno Belgrado assume un’importanza ancora maggiore per la Russia, perché rimane il suo unico alleato europeo assieme alla Bielorussia; e non è un caso che siano entrambe in bilico, fattore che preoccupa moltissimo Putin.
Io da questo punto di vista non vedo una reale preoccupazione della Russia nei confronti della Cina, perché comunque sono consapevoli del fatto che la Cina si stia espandendo nei Balcani in funzione economica, alla quale la Russia non può contrapporre un’agenda simile di investimenti. Non c’è partita, se non a livello d’investimenti complementari.
Ciò che invece preoccupa la Russia è il riavvicinarsi dei serbi all’Europa e agli Stati Uniti, specie in relazione al Kosovo, con gli ultimi accordi sovrintesi da Trump.
È chiaro che la Serbia è di fronte a una scelta tra passato o futuro; difficile immaginare uno slittamento al campo occidentale a causa delle radici storiche con la Russia, però ritengo che le possibilità d’integrazione più profonde arrivino o dalla Cina con la Via della Seta o dall’Unione Europea. Dal suo canto la Russia ormai può offrire ben poco, al di là di un isolamento internazionale del quale Belgrado non ha più bisogno.

Lo studioso Alessandro Balduzzi, nell’occasione del primo convegno di Limes Club Trieste, aveva osservato che la Russia vende tecnologia nucleare in Nord Africa.
Qual è la condizione invece nei Balcani? Ad modello la Slovenia non ha ancora deciso se comperare il secondo reattore di Krsko dagli americani o dai russi…

Penso che in campo nucleare la Russia abbia un attivismo senza eguali, anzi credo che sia la sua risorsa più sottovalutata. La cooperazione nucleare, che solitamente si esplica nella costruzione di reattori, segue generalmente gli indirizzi geopolitici laddove in Europa questi sono più rafforzati. In Africa e/o in Asia succede spesso il contrario: la cooperazione nucleare crea degli interessi politici a loro volta basi diplomatiche per sviluppare relazioni bilaterali.
In Europa dell’Est e nei Balcani vi sono legami con paesi amici o “non ostili” – Bielorussia, Serbia, Ungheria – nel complesso una minoranza numerica. Vi sono poi paesi in bilico che usano la leva nucleare per mandare segnali: ad modello, in riferimento alla Bulgaria, quest’ultima ha raffreddato i rapporti con la Russia e ha manifestato l’intenzione di acquistare un reattore americano. L’ambito nucleare per la Russia è tra i più promettenti nei rapporti con i paesi emergenti: India, Turchia, paesi del Nord Africa…

È ormai sdoganato come vero e proprio termine dagli analisti, sebbene ancora molto sottovalutato se messo a paragone con gli ambiti energetici tradizionali (gas&petrolio).
Il nucleare garantisce invece alla Russia una ramificazione in tutto il globo considerando come la tecnologia “atomica” possa essere portata ovunque, dalla Cina, all’Oceania, alle Americhe, non è “vincolata” ai gasdotti o ai collegamenti via terra.
È una tecnologia trasversale, meno nell’occhio del ciclone rispetto al ruolo degli idrocarburi che portano inevitabilmente alle battaglie – reali e politiche – più aspre.
Il nucleare invece permette una penetrazione più sottile, con l’importante eliminazione dell’Iran; ma in paesi “normali” sicuramente la Russia ha e sta costruendo importanti relazioni politico-commerciali.

Nell’occasione di ESOF 2020, qui a Trieste, si era discusso della nuova missione spaziale su Marte, frutto di una collaborazione tra la torinese Altec e la Federazione Russa. Qualche giorno fa lei aveva sottolineato come la Russia avanzi ancora pretese su Venere; e a distanza di qualche giorno è stato rivelata la possibile presenza di vita “venusiana”.
Qual è lo stato della ricerca spaziale russa?
Quale ruolo gioca in relazione al prestigio della Federazione?

C’è sicuramente una riedificazione in corso dell’Agenzia Spaziale Russa che parte da basi molto più forti, molto più sviluppate di qualsiasi paese al mondo al di fuori degli Stati Uniti, pur avendo accumulato un ritardo di un paio di decenni in cui non ha avuto modo di investire in questo campo.
Tuttavia fino a quando lo spazio non ritornerà a essere il nuovo ambito di competizione delle grandi potenze non investirà molto; per quanto sia consapevole che in questo settore gli investimenti vengono fatti a lungo termine e quindi deve iniziare a sbrigarsi e infatti qualche cosa già si muove. Solo quando avrà la persuasione che in quest’ambito valga la pena di spendere una fetta del suo prestigio geopolitico mondiale verranno effettuati grandi investimenti. In questo momento il mondo è troppo concentrato su sé stesso, con la pandemia in atto; per quanto provocatoriamente io stesso nell’convegno del 23 ottobre abbia invitato a non sopravvalutare i problemi dell’economia russa, il budget rimane limitato. Putin è un brillante tattico, ma a livello strategico alcune questioni epocali della Russia non sono mai state risolte. E nell’ambito economico tutte le energie sono re-dirette a incentivare i consumi interni per favorire la ripresa, almeno fino a quando il consumo degli idrocarburi rimarrà a livelli così bassi. È vero che vi sono riserve finanziarie pronte, ma accedervi è tecnicamente molto difficile. La ricerca spaziale in Russia rimane comunque prioritaria, a lato al nucleare, quale campo per lo sviluppo di alta tecnologia.

[Pietro Figuera, fondatore di Osservatorio Russia. Laureato in Relazioni Internazionali presso l’Alma Mater di Bologna, si è specializzato in politica estera russa, con particolare riferimento all’area mediorientale. Autore de “La Russia nel Mediterraneo: Ambizioni, Limiti, Opportunità”, collabora con diverse testate e progetti, tra cui il Groupe d’études géopolitiques, Limes, TPI, Pandora e l’Istituto Analisi Relazioni Internazionali, di cui è vicepresidente. Borsista di un progetto di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S.Pio V di Roma, attualmente partecipa al programma di Rai Storia “Passato e Presente”.]