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Alla scoperta di Togliatti, la fabbrica della Fiat in Russia. Con un libro di Claudio Giunta

Quando arrivi a pagina 53 ti viene da dire peccato. Peccato che sia già finito questo viaggio nella storia di Togliatti (intesa come la città russa) e della fabbrica della Fiat, l’AutoVaz. Peccato perché ne avresti letto volentieri ancora un centinaio di pagine, continuando in questo ping pong tra la Torino davvero industriale degli anni Sessanta, e la Togliatti sovietica (che è il nome corretto di quella che chissà perché si è sempre chiamata Togliattigrad), tra i ricordi di chi un tempo c'era – ricordi che trascolorano nel mito sempre gaio dei vent'anni – e le impressioni di un oggi un poco arrugginito.

Ne avresti voluto saper ancora di quelle storie umane di operai meridionali che non erano mai usciti dall’Italia e invece finirono per sei mesi, quando andava bene, in questa città-fabbrica in costruzione nei pressi del Volga. Operai che partivano in treno, il sabato sera, da Torino Porta Nuova e dopo 68 ore a bordo di un vagone sovietico, il martedì erano lì, nel grande e sconfinato freddo dell’oblast di Samara, nel cuore della Russia che allora era Unione Sovietica. Operai che spesso per la prima volta in vita loro misero piede in un hotel, si scontrarono con la vita sovietica – pasti sempre uguali, frutta assente, bagni in comune –, incontrarono donne sovietiche e fecero un’esperienza che a molti - oltre a riempiere un poco il portafoglio – deve essere sembrata l’esperienza della vita, fosse anche perché era l’esperienza fatta nei vent’anni.

Una storia che ti parla di quei tempi, di quegli anni Sessanta che sembrano sempre freddi e nebbiosi, quasi in bianco e nero, quella della Fiat che costruisce la prima fabbrica di automobili in Unione Sovietica. Costruisce da zero, in poco tempo, un colosso portato avanti da centinaia di migliaia di operai, una fabbrica totale, verticale, che si deve occupar di tutto, dai semilavorati all’auto finita. Una fabbrica che sforna la versione sovietica della 124, la Zighulì che ancora si vede sulle strade dell’ex impero. Una fabbrica messa in piedi anche grazie a centinaia di operai e ingegneri italiani – i più giovani, i più bravi, i più motivati – che andavano a installare le linee di montaggio, a insegnare il mestiere, a esportare la tecnologia italiana. Uno di questi era lo zio Arnaldo, zio di Claudio Giunta – quello che scrive –.

Ed è partendo da qualche filo disperso di storia famigliare che Giunta ricostruisce la grande storia della Fiat alla conquista (si fa per dire) dell’Unione Sovietica. Lo fa unendo scampoli di storie raccolte qui e lì (libri e documenti, testimonianze di chi c’è andato, mitologie che girano forse vere, forse no), fotogrammi di documentari e le impressioni in presa diretta di quel che resta di quella fabbrica oggi.

Claudio Giunta e Giovanna Silva – quelle che fa le foto, che costituiscono l’altra metà del volume – all’AutoVaz di Togliatti arrivano un giorno d’estate, durante l’open day. Che già uno si immagina come possa essere l’open day di una fabbrica di automobili ex sovietica. Una specie di liturgia laica che forse non enumererà come si faceva una volta i successi dell’azienda, ma sarà eccitante come certi zero a zero di fine Campionato. Una fabbrica immensa, oltre 5 milioni di metri quadrati (il doppio di Mirafiori, che è già immensa), pieni di catene di montaggio, capannoni industriali, spazi enormi come è enorme Togliatti, la città cresciuta intorno alle fabbriche. Un posto delabré, «dove niente è memorabile se quello che si cerca è la bellezza». Ma chi ha detto che in un luogo, o in un libro, si cerca la bellezza? Spesso si cerca solo una storia, interessante e magistralmente scritta come questa. Di cui si sarebbe andati avanti a leggere volentieri ben oltre pagina 53.