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L’arma del pane in mano alla Russia

Per punire la Russia di Putin della sua presunta complicità nell’attentato alla vita dell’oppositore Alexei Navalny, esponenti del mondo politico tedesco propongono che la Germania sospenda la sua partecipazione al progetto del Nord Stream 2, ovvero il raddoppio del gasdotto che passando sotto le acque del Mar Baltico fa affluire gas russo in Germania senza attraversare il territorio polacco. La punizione nei confronti di Mosca sarebbe non solo economica, ma politica: gas e petrolio, gasdotti e oleodotti che si diramano dalla Russia sono funzionali a obiettivi strategici della politica estera russa, servono ad aumentare l’influenza russa nei paesi con cui vengono condivise queste infrastrutture. Ma c’è un altro prodotto da esportazione che i russi stanno gestendo in un modo che sembra sempre più rispondere a obiettivi strategici e non solo strettamente economici, molto meno redditizio degli idrocarburi ma importante forse più dell’energia per chi lo importa: i cereali, e fra questi principalmente il grano o frumento.

I numeri russi

Fino a vent’anni fa la Russia era importatrice netta di grano e altri cereali, oggi è il primo paese del mondo sia per quantità di prodotto che di export: la stagione 2020/21 dovrebbe concludersi con 36 milioni di tonnellate di prodotto esportato, per un valore di 8 miliardi di dollari circa. Si tratta del secondo miglior risultato russo di sempre, inferiore solo all’eccezionale stagione 2017/18, quando vennero esportate ben 41,4 milioni di tonnellate di grano. La Russia ha raddoppiato la sua produzione di cereali negli ultimi vent’anni e ha raddoppiato il suo export in soli sette anni: nel 2013 erano infatti 18 milioni di tonnellate. Gli investimenti nel settore cerealicolo (selezione delle varietà, fertilizzanti, pesticidi), l’ampliamento delle superfici coltivate che hanno toccato i 27 milioni di ettari, i miglioramenti della logistica e delle infrastrutture di stoccaggio, i cambiamenti climatici che hanno indotto un clima più mite in vaste zone della Federazione (le coltivazioni di frumento sono particolarmente estese nelle regioni sul Mar Nero e in alcune aree della Siberia) hanno reso possibile un boom della produzione e dell’export. Nel 2018 (ultimo dato completo disponibile) i primi cinque importatori di grano russo erano l’Egitto (1,4 milioni di tonnellate), la Turchia (1,1 milioni di tonnellate), il Vietnam (649 mila tonnellate), l’Arabia Saudita (507 mila) e la Nigeria (473 mila).

Obiettivo: raddoppiare

Per quanto crescente e redditizia, quella dei cereali non è una delle primissime voci dell’export russo: la sopravanzano naturalmente gli idrocarburi, che da soli valgono più della metà di tutte le esportazioni russe (220 miliardi di dollari su un totale di 422 miliardi di dollari di export), ma anche ferro e acciaio, gemme e minerali preziosi, macchinari, legname e fertilizzanti. I cereali si collocano attualmente al settimo posto con il valore che abbiamo citato all’inizio: circa 8 miliardi di dollari all’anno. Eppure nel luglio dell’anno scorso il ministero dell’Agricoltura russo ha svelato un piano di investimenti nel settore per poter aumentare produzione ed export decisamente suntuoso: facendo convergere finanza pubblica e privata, la Russia intende investire 70 miliardi di dollari nel settore cerealicolo e nelle infrastrutture funzionali all’esportazione da qui al 2035, per giungere a una produzione annuale di 140 milioni di tonnellate (quasi il doppio degli attuali 79 milioni previsti per la stagione 2020/21) e a un export annuale di 63,6 milioni di tonnellate. Questo porterebbe a un quasi raddoppio del valore in dollari del grano esportato, che scalerebbe senz’altro la classifica delle principali voci dell’export, ma resterebbe quasi sicuramente fuori dal podio delle prime tre.

Scopi politici

Ciò induce a pensare che gli investimenti finalizzati all’aumento dell’export abbiano anche importanti scopi politici: legare a sé paesi stranieri attraverso una dipendenza vitale come la fornitura di generi alimentari essenziali è senz’altro un atto di natura politica. Già oggi paesi come l’Egitto e il Libano dipendono in misura essenziale dall’importazione del grano russo, che rappresenta i tre quarti di tutto quello importato dall’Egitto e la metà di quello importato dal Libano. I mercati dove la Russia è già presente e dove mira ad espandersi sono quelli del Nordafrica e del Medio Oriente, dove si trova a competere principalmente con la Francia e con l’Australia. In tutti e due i casi ragioni strategiche e ragioni pratiche convergono nel ridefinire la presenza dei vari attori sui vari mercati. All’inizio di quest’anno è entrata in vigore la direttiva internazionale, promossa dall’Imo (l’ente Onu per tutte le questioni marittime) sulla riduzione del contenuto di biossido di zolfo nei carburanti delle navi container, che rappresentano una delle maggiori fonti di inquinamento dell’atmosfera e di emissione di gas a effetto serra del mondo. Dal 1° gennaio 2020 i carburanti di tutte le grandi navi non possono contenere più dello 0,5 per cento di zolfo.

Non armi, ma pane

Questo naturalmente implica costi aggiuntivi non indifferenti, in quanto i carburanti a basso contenuto di zolfo sono costosi. Ne deriva un riposizionamento dei mercati: la Russia stava facendo concorrenza all’export australiano di grano nel suo giardino di casa, cioè l’Asia che si affaccia sui due oceani, Indiano e Pacifico, grazie al fatto che il grano russo costava in media 36 dollari in meno alla tonnellata di quello australiano: oltre al Vietnam, Indonesia e Bangladesh sono state importanti destinazioni del grano russo. Ora però i lunghi viaggi per mare non sono più tanto economici, e quindi l’export dovrà necessariamente concentrarsi nelle regioni geograficamente più vicine. La Russia perderà mercato in Asia, l’Australia in Africa, e sostanzialmente se li scambieranno. La Francia resterà la principale fornitrice per Tunisia, Algeria e Marocco, ma a causa dell’impossibilità materiale di aumentare la propria produzione vedrà la Russia diventare sempre più importante come esportatrice in quegli stessi paesi. Con gli inevitabili riflessi politici: l’influenza russa nel Mediterraneo continuerà ad aumentare. Non più attraverso le armi e i mercenari come in Siria e Libia, ma attraverso il pane.