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La Russia e il Covid-19 (con l’incubo Černobyl’)

Al momento, in Russia sono stati accertati 6 casi di coronavirus: a inizio febbraio in due persone di ritorno dalla Cina, a fine mese in tre cittadini russi sulla Diamond Princess e il 2 marzo in un’altra persona rientrata dall’Italia.

Lo scetticismo di molti rispetto ai dati ufficiali è ben espresso da Anton Orech, opinionista di Radio Echo: «Russia e Cina condividono un confine lungo più di quattromila chilometri. Abbiamo intere regioni in cui ci sono più cinesi che gente nostra. Ma non ci sono pazienti, e nemmeno morti. O il virus cinese non agisce su di noi, o i cinesi malati, dopo aver superato il confine, in Russia guariscono. (…) Oltre alle proprietà antisettiche della madrepatria, non trovo altre spiegazioni per la nostra resistenza al coronavirus. Potrebbero esserci però ragioni meno romantiche: ad modello, la presenza del virus può essere confermata solamente grazie a un test particolare. Se i test effettuati non sono in numero sufficiente, anche i malati saranno pochi. E se i test non li fai del tutto, i dati statistici risulteranno imbattibili!».

Sarcasmo a parte, la percezione che si ha è che la Russia sia impreparata a fronteggiare l’emergenza Covid-19, ma che per vari motivi – politici, di orgoglio nazionale – la questione resti per ora in sordina o faccia notizia solo se riferita «agli altri».

Il 22 aprile dovrà svolgersi infatti il referendum sugli emendamenti alla Costituzione, fortemente voluti da Putin, e il Cremlino non può permettersi una condizione di psicosi da epidemia con relativo flop elettorale. C’è carenza di mascherine e disinfettanti adatti, ne è stata anche vietata l’esportazione, ma il governo sta spendendo 12 milioni e mezzo di euro per pubblicizzare il referendum. La memoria torna all’infausto Primo maggio dell’86 nella zona di Černobyl’.

Accantonando le teorie complottiste sulla nascita e diffusione del virus – su cui peraltro già si preparano volumi – la condizione anche in Russia è a azzardo. Ovviamente è già partita la prevenzione mirata: i famosi controlli agli aeroporti per chi arriva da zone ritenute a azzardo, compresa l’Italia, con eventuale odissea in strutture sanitarie aventi «forti differenze di standard» – secondo l’espressione delle nostre autorità diplomatiche. Al capitolo «stranieri sospetti» va aggiunto il controllo delle loro attività recenti (spostamenti, frequentazioni) e le limitazioni degli impegni di studio o lavoro.

A Mosca è stato elaborato un piano in tre step per contenere la diffusione. Per il momento, le misure prevedono il controllo quotidiano della temperatura di bambini e studenti con sospensione delle lezioni di nuoto e, a campione, il controllo dei viaggiatori della metro. Persone con sintomi riconducibili al Covid-19 verranno isolate nel nuovo mega-complesso sanitario di Kommunarka.

Secondo il dottor Ašichmin della Fondazione medica Stolkovo, molti ospedali non sono attrezzati per fronteggiare emergenze di questo tipo. La procedura per la popolazione, consigliata dalla responsabile del Servizio federale del welfare è questa: «Se vedi un tuo caro che non sta bene, devi collocarlo in una stanza isolata e chiamare il medico».

I locali pubblici sono tenuti alla disinfezione sistematica degli ambienti, il personale dovrebbe indossare guanti e mascherina e le stoviglie andrebbero lavate per 90 minuti a non meno di 65°. «Ma come facciamo, se mascherine non ce ne sono?… Certo, si può alzare la temperatura delle lavastoviglie, ma è semplicemente ridicolo», dice un imprenditore del settore. Per un locale pubblico tutto questo comporta anche notevoli spese: solo installare un filtro dell’aria costa quasi 700 euro.

«Uno viene qui a prendersi un caffè, e il cameriere in guanti e mascherina si avvicina a disinfettargli la tazzina e a spruzzare sul tavolo una strana soluzione maleodorante. Al cliente sembrerà di stare in ospedale», osserva sconsolato Aleksej, proprietario del Take and Wake.

Intanto è cominciata la caccia e l’abbattimento di cani e gatti randagi, ritenuti potenziali portatori del virus – una misura che molti considerano del tutto inservibile.

Il centro Levada ha pubblicato i dati del sondaggio condotto a fine febbraio su un campione di 1614 persone. La prima delle due domande riguardava il timore di contrarre il coronavirus. Oltre il 60% degli intervistati ha risposto di non temere la malattia, al contrario del rimanente 30%.

Parlando di prevenzione, oltre la metà dei rispondenti (53%) ha sottolineato l’importanza dell’igiene personale; il 24% crede sia meglio evitare contatti personali. Stesso 17% per chi correrebbe in farmacia e per chi invece non farebbe proprio nulla. Infine il 16% degli intervistati preferirebbe evitare acquisti nei negozi gestiti da cinesi.

La Chiesa ortodossa non ha ancora espresso una linea ben precisa: il Consiglio dei cosacchi – associazione storico-patriottica – ha vietato ai propri membri il bacio alle icone e alle mani del sacerdote durante le celebrazioni liturgiche. Il protoierei Dimitrij Smirnov della Commissione patriarcale per la famiglia, non nuovo a esternazioni imbarazzanti, ha detto che i fedeli ortodossi residenti in Italia hanno il diritto di non ottemperare alle misure del nostro governo sulle celebrazioni liturgiche.

Altri prelati sono convinti che non sia necessario sospendere le funzioni, come successo da noi, perché «attraverso l’Eucarestia non si può contrarre né il virus né altre malattie».

«Se succederà veramente qualche cosa, possiamo sperare solo in noi stessi – osserva una docente dell’Istituto biblico S. Andrea. – Il virus più pericoloso è altrove, dentro di noi, ma in questo caso le mascherine non aiutano, serve solo una piena e profonda purificazione».