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Incendi, Greenpeace Russia: “La Siberia brucia e il mondo tace”. Ecco cosa sta succedendo

15 milioni di ettari di foreste bruciati in aree remote del Paese dall’inizio dell’anno. Ma perché brucia la Siberia? Sulla condizione, sulle cause e sul che l’intervista a Marina Drozdovskaya, responsabile per Greenpeace Russia del progetto Global Wildfire, su Il Manifesto.

Nella regione amazzonica le fiamme infernali, dolose, hanno lo scopo principale di ampliare la frontiera degli allevamenti estensivi e della produzione di soia per quelli intensivi (in Europa arrivano annualmente dal Brasile 33 milioni di tonnellate di questa leguminosa). In Indonesia il grande piromane è la coltivazione delle palme da olio (più 75% dal 2010). In Africa, gli incendi divampano nella giungla equatoriale e nella savana per molteplici ragioni: pratiche agricole tradizionali messe in atto per sgombrare la terra prima della stagione delle piogge, conflitti armati, la caccia con il fuoco, senza dimenticare le attività estrattive e le monocolture. Ma perché brucia la Siberia? Sulla condizione, sulle cause e sul che fare abbiamo rivolto alcune domande a Marina Drozdovskaya, responsabile per Greenpeace Russia del progetto Global Wildfire.

In Siberia gli incendi sono iniziati alla fine di giugno, interessando in particolare tre regioni: la Yacuzia, la regione di Krasnoyarsk, la regione di Irkutsk. Effettivamente i mesi estivi del 2019 sono stati di gran lunga i peggiori se confrontati con i venti anni precedenti; l’Organizzazione meteorologica mondiale ha parlato di fenomeno inusitato, favorito dalle temperature elevate. Dall’inizio dell’anno sono divampati incendi in oltre 15 milioni di ettari di foreste secondo i dati, ufficiali, del Remote Monitoring Information System gestito dall’Agenzia forestale federale. Altri servizi statali riportano cifre più basse; dipende dal metodo di raccolta delle informazioni. E’ un disastro per l’intera umanità anche perché questi incendi hanno prodotto l’emissione in atmosfera di quasi 400 milioni di tonnellate di CO2. L’altro pericolo per il clima viene dalle particelle nere di fuliggine le quali, trasportate dai venti fino all’Artico, riducono l’albedo e accelerano la fusione dei ghiacci.

Non si sono ancora spente le fiamme. Alla fine di agosto, malgrado il miglioramento dovuto anche alle condizioni climatiche, gli incendi interessavano ancora oltre 800.000 ettari. Enormi estensioni di pini, larici, abeti abitate da tanti animali: orsi, lupi, alci, cicogne nere, ghiottoni, zibellini, martore, salamandre siberiane, gufi…

Si tratta di aree piuttosto remote, eppure centinaia di villaggi e anche città siberiane sono stati coperti da smog quest’anno. Non abbiamo informazioni circa vittime umane, ma il fumo che si alza dagli incendi contiene componenti cancerogene, e l’inalazione dei prodotti della combustione è causa di malattie respiratorie.

In Russia il 90% degli incendi dipende da attività umane, sia secondo le statistiche ufficiali che secondo le ricerche di Greenpeace. Le ragioni principali sono la banale negligenza (sigarette accese gettate dal finestrino, fuochi di bivacchi non spenti vicino a fiumi o strade), gli incendi consentiti che però sfuggono al controllo, la tradizione di bruciare le erbe secche, la pratica di pulire con il fuoco le aree dopo il prelievo del legname, senza escludere i piromani. Ci sono inchieste in corso.

Il clima è caldo e secco è un fattore centrale. E poi si tratta di fenomeni che non vengono combattuti tempestivamente, se non in minima parte. In Russia il 50% delle terre forestali ricade nella categoria delle Zone di controllo. In quelle aree, è possibile non intervenire sui fuochi se non ci sono minacce per la popolazione e se le spese per le attività di spegnimento superano il danno finanziario atteso. A causa di questo sistema, gli incendi iniziati molte settimane fa magari su piccola scala sono poi sfuggiti al controllo. La pratica del lasciar fare è del tutto inaccettabile perché in quelle aree ci sono villaggi e attività forestali. Sono le autorità locali a poter decidere se intervenire oppure no. La ragione principale della mancanza di azione è la penuria di fondi per la protezione delle foreste.

Greenpeace Russia ritiene che le cosiddette zone di controllo, o di tolleranza, debbano essere limitate il più possibile. Anche molte autorità hanno una posizione simile alla nostra, compresi il ministro dell’ambiente e il primo ministro. Al tempo stesso devono aumentare i fondi necessari alla protezione antincendi nelle province russe. Ma su questo fronte per ora non si sono visti grandi cambiamenti.

All’inizio della catastrofe, abbiamo mandato due spedizioni nei boschi di taiga per documentare e raccogliere testimonianze, abbiamo monitorato la condizione con l’aiuto dei satelliti, abbiamo mobilitato migliaia di persone formando volontari sul campo. Abbiamo lanciato una petizione per la riduzione delle aree dove è consentito bruciare. Una grande maggioranza de cittadini russi hanno sostenuto queste richieste: 400 mila firme raccolte in tre settimane. Il primo ministro Dmitrij Medvedev ha ordinato la revisione delle aree nelle quali è legale lasciare i fuochi a se stessi. Questi cambiamenti che Greenpeace ha portato avanti insieme ai cittadini russi sono un passo nella lotta contro i cambiamenti climatici, e dovrebbero far sì che la catastrofe non si ripeta nei prossimi anni. E’ in gioco il salvataggio di milioni di ettari di taiga anche per scongiurare il rilascio in atmosfera di centinaia di mega tonnellate di anidride carbonica.

Sì, speriamo che una simile tragedia abbia lasciato il segno: tutti sono adesso ben consapevoli che fuochi nei campeggi, o la bruciatura delle stoppie, o semplicemente un mozzicone di sigaretta possono avere conseguenze atroci. I comportamenti individuali contano, visto che la maggioranza degli incendi sono provocati dai cittadini. Oltre ai comportamenti di cautela nei confronti anche del più piccolo fuoco, è utile segnalare subito un incendio agli organi competenti. Non dare mai per scontato che qualcuno lo abbia già fatto.

Gli incendi sono un problema generale e un fattore chiave dei cambiamenti climatici. Vanno affrontati a livello generale. Gli organismi internazionali, come l’Unfcc (Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici), devono esaminare con occhio critico le norme e gli accordi che non tengono in considerazione l’impatto climatico degli incendi. L’Ipcc (il gruppo intergovernativo degli esperti sui cambiamenti climatici) deve impegnarsi il più possibile affinché le emissioni provocate dagli incendi siano inserite nei conteggi nazionali. Nel 2018, Greenpeace aveva indirizzato alle istituzioni internazionali il rapporto Lost in smoke: wildland fire climate impact, sul circolo viziato – da spezzare – fra cambiamenti climatici e incendi forestali, i quali secondo le stime emettono fino a 8 miliardi di tonnellate di Co2, ovvero il 25% delle emissioni annuali da uso di combustibili fossili. Greenpeace sottolineava che la prevenzione è possibile e chiedeva ai decision-makers a tutti i livelli di riportare le emissioni dei roghi nel conteggio nazionale.

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