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La Russia tra Europa e Asia

È l’interrogativo che si pone il gesuita Vladimir Pachkow su La Civiltà Cattolica n. 4005. A suo parere, tutti i tentativi della Russia di conformarsi ai modelli occidentali sono miseramente falliti, anche se il fallimento non è stato colto subito.

Cent’anni fa in Russia i bolscevichi assunsero il potere, facendo precipitare il Paese nel caos e nella guerra civile con conseguenze drammatiche. I comunisti trasformarono la Russia in una società sotto il despotismo all’orientale.

Tutti i tentativi di far proprio il “modello occidentale” sono in realtà falliti per la difficoltà di trovare un accordo tra le élites “occidentali” e la popolazione, legata ai valori della tradizione, generando odio e proteste anche violente.

La perestrojka di Gorbaciov prima e quella di Eltsin poi, negli anni ’90, portò la società a dividersi e a contrapporsi con lo spettro di una nuova guerra civile.

A ritroso nella storia – osserva il gesuita – la modernizzazione e l’occidentalizzazione, che Pietro il Grande propugnava, in realtà si limitavano all’importazione della tecnologia occidentale, soprattutto in campo militare. Lo zar non intendeva andare oltre, cioè intraprendere una modernizzazione in campo sociale. Neppure la zarina, Caterina la Grande, di provenienza tedesca, introdusse sostanziali riforme nella vita del popolo, tanto che i contadini russi divennero schiavi, di cui i padroni potevano far uso a piacimento. Tra la nobiltà e il popolo il disprezzo era viscerale.

La base della società russa non si ritenne mai parte dell’Europa occidentale, tanto più che l’ideologia dei bolscevichi veniva dall’Occidente.

Fallita la perestrojka degli anni ’90, appare all’orizzonte lo spettro di una nuova guerra civile. Erano sempre più insistenti i richiami alla necessità di un regime autoritario, che avviasse la modernizzazione in campo economico del Paese sull’modello di alcuni regimi dittatoriali dell’Asia orientale, Cina compresa.

Veniva meno il proposito di Putin che, all’inizio del suo mandato presidenziale, si era schierato a favore del progetto di creare un’area economica che andasse da Lisbona a Vladivostok.

La crisi dell’Ucraina, con l’annessione della Crimea e il tragico conflitto nelle regioni orientali del Paese, accelerò il processo di distacco tra la Russia e l’Occidente. Crollava il commercio con l’Unione Europea, che costituiva, nel 2013, il 50% dell’intatto commercio estero russo. Soffrivano di questo allontanamento le circa 6.00 aziende tedesche presenti sul vasto territorio. Così pure gli scambi economici e le esportazioni dei prodotti alimentari italiani.

Dura nei confronti della Russia per gli avvenimenti in Ucraina permane tuttora la Germania di Angela Merkel. Osserva l’autore dello studio che «Berlino si è trasformata in un paladino dell’opposizione contro il “pericolo russo”», con la conseguenza che le relazioni russo-tedesche si sono interrotte quasi totalmente o ridotte al minimo.

La Russia guarda ad Oriente, soprattutto alla Cina, che non l’ha condannata per l’annessione della Crimea nella votazione dell’Assemblea Generale dell’ONU (marzo 2014). La Cina è diventata per Mosca il “grande partner” per gli scambi commerciali. E, quel che più le interessa, è una porta di accesso a mete più ambite.

In questo contesto si inserisce l’iniziativa della Cina di aprire una “nuova Via della Seta”, che interessa anche il governo italiano, come si è capito dalla presenza del primo ministro Gentiloni al via del progetto.

Russia e Cina hanno certamente in comune tre fattori di notevole importanza: la grandezza, l’indipendenza e la potenza dello Stato.

Entrambe non sono propense ad ampliare la democrazia e si oppongono con forza ai tentativi di matrice occidentale di diffonderla nel mondo come strumento per estendere la propria influenza politica.

Gioisce e si dice oltremodo soddisfatta la Cina perché, nel 2014, la Russia ha interrotto i rapporti russo-americani. Pechino ricambia sostenendo Mosca nel conflitto con l’Occidente, in particolare con gli Stati Uniti. È nota la affabile amicizia tra Putin e Xi Jinping, che si ritengono gli uomini forti sulla scena mondiale.

Di fatto, la Cina collabora con la Russia allo sviluppo delle infrastrutture nel settore dell’energia. C’è il progetto di estendere la linea ferroviaria ad alta velocità da Mosca a Kazan e, attraversando il Kazakistan, raggiungere Pechino. È in atto l’investimento della Cina per modernizzare i porti della costa russa del Pacifico e per sviluppare la via del Nord, che collega l’Asia all’Europa. Si aggiunga il progetto cinese di una “nuova Via della Seta” per creare una vastissima area economica comune.

La conclusione alla quale arriva Vladimir Panchkow è che «il baricentro della Russia si colloca a ovest degli Urali». Sarà così? Pare dubitarne anche lo stesso autore del saggio. Così avvenne quando l’impero russo aveva il suo centro a Pechino, sotto i Mongoli. «Sempre possibile un ritorno a Occidente. O, forse, è possibile che si determini una nuova collocazione a metà tra le due diverse realtà (…). Lo sforzo della Russia di trovare una propria collocazione nella vasta Eurasia non costituisce soltanto un’opportunità geostrategica: si tratta non tanto di conquistare un “posto al sole”, quanto di fare in modo che il Paese trovi finalmente la propria strada nella modernità e, nello stesso tempo, non si autodistrugga».