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Gas naturale, ecco come si gasano Usa, Russia, Cina e India

Il gas naturale, l’oro azzurro, è diventata una delle materie prime più importanti al mondo: mentre scrivo è in atto una vera e propria rivoluzione dell’approvvigionamento di energia – essendo aumentate le richieste in maniera drammatica – in cui questa fonte sta ritagliandosi un ruolo preminente.

Per capire la sua portata, basti pensare a quanto questo fenomeno stia incidendo anche sulle mosse geopolitiche. Le reti dei gasdotti sono una delle priorità delle strategie nazionali: dal North Stream, al Turkstream e al Power of Siberia, dalle reti che collegano Giappone, Cina e India con la Russia, per giungere alle modalità di trasporto del GNL americano. In particolare, la Cina punta sull’oro azzurro per raggiungere l’obiettivo urgente di ridurre l’inquinamento atmosferico. Non a caso il presidente cinese Xi Jinping vuole ottemperare agli accordi della COP21.

Gli Stati Uniti, dall’alto della loro potenza economica, hanno ricominciato a esportare gas naturale e petrolio grazie alla produzione mediante nuove tecnologie non convenzionali (shale, fracking), facendo saltare gli equilibri dei rifornimenti mondiali. Forse gli USA stanno cercando di bilanciare la perdita di competitività mondiale nel settore manifatturiero, ormai a favore di Cina e India, acquisendo una posizione di primo piano nel mercato dell’energia e, in questo modo, accrescere il valore delle esportazioni. In questo settore, la potenza competitiva del colosso a stelle e strisce deriva dalla riduzione dei tempi di percorrenza delle gasiere verso l’Oriente grazie all’allargamento del canale di Panama.

La nuova strategia messa in campo dall’amministrazione Trump sta mettendo in difficoltà il grande produttore mondiale di gas naturale, la Russia, che sta cercando di stringere nuove alleanze e di consolidare quelle storiche, ma che deve comunque fronteggiare importanti cambiamenti di scenario. Infatti, ha iniziato a trasportare il gas naturale via mare e non solo con le pipeline, alle quali comunque non ha rinunciato tanto che sta incrementando questa rete in modo significativo.

La concorrenza ormai gioca a tutto campo e non è solo una mia persuasione che il mercato del gas naturale cominci ad assomigliare a quello petrolifero dove sono i prezzi e non la geolocalizzazione a determinare il valore delle transazioni. Questa partita vede in campo molti giocatori fra i quali la Cina, i cui piani energetici legati a questa fonte sono già stati predisposti: visto che da oggi al 2030 è previsto che la domanda di gas naturale raddoppierà, al fine di soddisfarla, i Cinesi hanno firmato un accordo con la Russia per l’utilizzo della mega pipeline Power of Siberia che permette di trasferire fino a 61 miliardi di m/c di gas naturale all’anno. Ovviamente, questo fiume energetico non è sufficiente a soddisfare tutto il necessario di energia del grande Paese orientale, ma qui entra in gioco lo shale gas statunitense che l’amministrazione Trump – e prima di lui quella di Obama – ha deciso di mettere in commercio. Evidentemente, su questa scacchiera, l’India non sta a guardare: il gas naturale russo fa gola anche all’altra grande tigre asiatica e il suo governo si è mosso per aggiudicarsi una parte dei flussi di approvvigionamento.

Sono molti i protagonisti e altrettante le storie che si intrecciano grazie ad un comune denominatore: la produzione e la commercializzazione di questa fonte energetica. In questi anni ho cercato di seguirne le vicende, anche grazie a numerosi contributi resi noti dai media, sintetizzando gli esiti in una raccolta a cui ho dato il titolo House of gas, ispirandomi a una delle serie televisive di maggiore successo. L’ho fatto con curiosità e accortezza guardando come attraverso un cannocchiale per avvicinarmi ai temi del mercato energetico: sia quelli portanti, che riguardano la commercializzazione e la geopolitica, sia quelli più propriamente narrativi, di propaganda si sarebbe detto una volta.

E così ho pedinato idealmente Vladimir Putin quando è salito a bordo della Pioneering Spirit, la gigantesca nave posa tubi che è stata utilizzata per la realizzazione della pipeline Turkstream. In questo caso la propaganda – o la pubblicità – ha utilizzato un canale televisivo che si occupa di temi scientifici qual è Discovery Channel, che ha realizzato un documentario su questo colosso dei mari e, come conseguenza, sulla politica energetica della Russia.

Ho anche viaggiato fino al Giappone, prendendo come suggerimento la fioritura dei sakura, gli alberi di ciliegio, per raccontare l’alleanza che il Paese del Sol Levante ha stretto proprio con la Russia per costruire un gasdotto che trasporti 25 miliardi di mc/anno di oro azzurro da utilizzare nel funzionamento delle centrali elettriche, visto che dopo gli incidenti gravissimi a Fukushima del 2011 hanno consigliato un completo phase out dal nucleare.

L’India, un altro Paese asiatico in grande crescita economica, sta guardando sempre di più al gas naturale come risorsa per affrancarsi dal carbone, da cui dipende ancora per il 57 per cento. Il Governo di Nuova Delhi ha effettuato massicci investimenti per accaparrarsi il 30 per cento delle quote del giacimento mozambicano di Rovuma Area 1 – vicino a quello di Area 4, dove l’azionista di riferimento è la nostra Eni – attraverso le società su cui esercita il controllo: Oil India (10%), Bharat PRL Ventures Mozambique B.V. (10%), ONGC Videsh Limited (10%). Inoltre ha ampliato le infrastrutture di approvvigionamento e distribuzione di gas naturale lungo le coste orientale e occidentale, basandosi sull’hub di Gujarat, sul progetto Dhamra GNL e sul potenziale sviluppo delle scoperte di gas naturale nelle profondità del fiume Mahanadi.