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Putin, lo sport e Madre Russia

Vladimir Vladimirovic Putin, soprannominato lo Zar di Russia per la riforma costituzionale che gli permetterà di ricandidarsi come Presidente per altri due mandati – fino al 2036 –, oltre ad essere uno degli uomini più potenti del mondo, è un grande appassionato di sport.

L’attività fisica è al centro dell’esistenza di Putin fin dalla più tenera età, grazie in particolare all’istruttore di judo Anatoly Rakhlin (allenatore capace di formare più di 100 maestri in cinquant’anni di lezioni). A lui Putin è rimasto particolarmente legato fino alla dipartita, nel 2013.

Proprio Anatoly, quando l’odierno Presidente russo era ancora un bambino, ha convinto i genitori che le arti marziali si basassero sul rispetto reciproco e che la disciplina lo avrebbe aiutato nella sua formazione umana e nel suo rendimento scolastico.

Putin inizia a praticare judo diventando campione di Leningrado ad 11 anni, maestro a 21. Oltre a questo sport, il capo di stato ama cimentarsi in qualsiasi tipo di arte marziale: detiene infatti anche l’ottavo dan, ovvero l’ottavo grado su dieci della cintura nera, della scuola di karate di Kyokushin.

Un’altra grande passione dello Zar di Russia è lo sci, che pratica con Leonid Tjagachev, ex presidente del Comitato Olimpico Russo. Molto particolari sono gli orari di allenamento: da mezzanotte fino alle due su percorsi illuminati artificialmente. Stessi orari anche per i suoi allenamenti di hockey su ghiaccio con Aleksej Kasatonov, ex campione del mondo. Di quest’ultima disciplina è inoltre frequente spettatore durante le partite di RNHL (Russian Night Hockey League). Ma non è tutto. Il Presidente Putin, infatti, non ha mai nascosto la sua passione per il calcio e in particolare per lo Zenit San Pietroburgo.

Il trasporto emotivo e la grande passione per lo sport hanno condotto Putin ad utilizzarlo come strumento di propaganda e di potere geopolitico. Spese governative da record, grande attenzione presentata alle imprese degli atleti, figliocci dell’aquila bicipite – simbolo nazionale russo – ed ex campioni portati al Parlamento sintetizzano la ricetta utilizzata da Putin per rendere inevitabile lo sport nella politica moderna russa.

Non che durante l’Unione Sovietica lo sport non avesse importanza, tutt’altro, e i risultati ottenuti dall’URSS ne sono la prova. Infatti, nonostante abbia partecipato a solo 18 Olimpiadi (9 invernali e 9 estive), la prima nel 1952 ad Helsinki, 56 anni dopo le prime moderne a Parigi nel 1896, la Russia è saldamente al secondo posto nel medagliere totale con 1204 risultati utili.

Per avere un quadro completo dei meriti della nazione più estesa al mondo, dobbiamo aggiungere anche le 584 medaglie conquistate dalla Federazione Russa nelle ultime 12 edizioni, per un totale di 1788. Ad onor del vero, è giusto dire anche che è stata estromessa ufficialmente dalle ultime Olimpiadi a Pyeongchang per questioni di doping, impedendo così agli atleti di partecipare a Tokyo 2020/2021 sotto la bandiera della propria nazione. La Russia detiene a riguardo un record piuttosto particolare: solamente tra Pechino 2008, Londra 2012 e Sochi 2014, senza contare i mondiali e gli europei delle varie discipline, si è vista ritirare la bellezza di 40 medaglie per doping.

Detto in altri termini, lo sport in Russia è soprattutto una questione di Stato. Averlo riportato al centro del dibattimento politico nazionale, nel periodo post URSS, è merito di Vladimir Putin. L’ex funzionario del KBG vede nei successi dello sport un mezzo per fortificare i sentimenti nazionali, e anche per sciogliere a livello internazionale l’immagine della gelida madre patria.

Solamente negli ultimi dieci anni infatti la Russia di Putin ha organizzato: Universiadi e Mondiali di atletica nel 2013, Olimpiadi invernali e Gran premio di Formula 1 a Sochi nel 2014, Mondiali di nuoto nel 2015 e di hockey nel 2016, e infine la coppa del mondo di calcio nel 2018. Per quanto i numeri non possano mai essere completamente esplicativi, leggere la spesa destinata dal governo russo alla realizzazione delle Olimpiadi di Sochi nel 2014 e dei Mondiali nel 2018 può essere indicativo: parliamo di un totale di 51 e 11 miliardi.

Sotto Putin, tra il 1999 e il 2008 il PIL pro-capite è raddoppiato e l’economia nazionale è cresciuta più del 90%. La tendenza si è però invertita con il crollo del prezzo del petrolio e a causa delle sanzioni internazionali del 2014 per l’invasione e la successiva annessione della Crimea.

Davvero la Russia era in condizione di spendere il 25% in più di quanto investito dalla Cina nel 2008? 51 miliardi – 1,5 trilioni di rubli – è una spesa sulla quale infatti sono sorti molti interrogativi. Innanzitutto per la cifra, quattro volte superiore a quella annunciata nel 2007, quando la Russia si era candidata per ospitare la massima manifestazione sportiva.

Dmitry Kozak, vice primo ministro a capo della commissione preparatoria olimpica, ha dichiarato però che questo era il reale ammontare “pronto ad essere speso dalla Federazione Russa” specificando che 16,7 miliardi sarebbero andati per le infrastrutture e 6,7 miliardi per le strutture olimpiche: un totale di 23,4 miliardi di dollari. 51 meno 23,4, comunque, fa 27,6 miliardi di spese finite chissà dove.

La condizione non cambia neanche prendendo in considerazione i tassi di cambio della moneta di quell’anno. Quei 1,5 trilioni di rubli, compartecipe il crollo del rublo, anziché 51 miliardi di dollari diventerebbero 43, cifra che inevitabilmente resta ancora troppo alta: a compensare ci sarebbero allora investimenti privati e speculativi di sponsor ed oligarchi. Proprio per questo l’operato di Putin è stato attaccato dal fronte dei dissidenti, ad modello Boris Nemtsov e Alexei Navalny, i quali hanno definito i giochi “a monstrous scam“ – una mostruosa truffa – e affermato che tra i 25 e i 30 miliardi di dollari sono andati ad oligarchi e aziende vicine a Putin.

Ad alimentare i dubbi, la scelta del luogo: Sochi è una regione con clima subtropicale, dunque, data soprattutto l’estensione della Russia, non il luogo adatto dove realizzare delle Olimpiadi invernali. Inoltre, le spese per le strutture sportive di Sochi si sono rivelate superiori alla somma di tutte le 21 Olimpiadi precedenti. Il Times ha scritto a riguardo: “For President Putin [staging the Games] is a chance to show off Russia as a resurgent superpower”. In effetti la scelta di Sochi, più che una questione di interessi privati come afferma l’opposizione, sembra essere una valutazione prettamente geopolitica di Putin per dimostrare tutta la potenza russa.

La regione è infatti un territorio infuocato in quanto vicino alla Georgia, nazione contro cui la Russia è entrata in guerra nel 2008 e con cui ancora oggi ha molti dissapori: i rispettivi ministri esteri, dall’inizio del conflitto, non si sono parlati per ben 11 anni e nel 2019 Putin ha firmato un decreto per la sospensione dei voli di linea tra i due paesi. Le truppe russe poi sono ancora stanziate nell’Abcasia e nell’Ossezia del Sud, due piccoli Stati riconosciuti dalla Federazione Russa come indipendenti ma non dalla comunità internazionale che li ritiene territorio georgiano.

Inoltre avrebbe dovuto preoccupare anche la prossimità con il Caucaso, casa della rivolta islamica in Russia, da sempre in aperta rivolta con il Presidente Putin. Doku Umarov, leader islamico, comandante dei ribelli ceceni nonché ex-presidente della Repubblica secessionista cecena di Ichkeria, aveva dichiarato:

Sochi infine dista solo qualche centinaio di chilometri da Sebastopoli, città della Crimea, ufficialmente ucraina ma fedele a Mosca. In una condizione di pesanti tensioni territoriali la designazione di questo luogo – ribadiamo, voluta da Putin – è sembrato un chiaro segnale di come né la guerra, né il terrorismo, né la crisi economica e neanche l’opposizione fossero in grado di fermarlo o semplicemente di scalfirlo.

Quale sia la verità, come sempre accade nelle trame geopolitiche, è difficile stabilirlo. Resta però un dato di fatto: Sochi 2014 è stato un successo enorme per la Russia e soprattutto per Putin, così grande da mettere a tacere in breve tempo tutte le polemiche generatesi in precedenza. I meriti di Putin in campo sportivo rimangono evidenti, ma ancor prima il presidente è riuscito a rinsaldare l’attaccamento alla nazione attraverso le varie discipline, cosa che non si vedeva dai tempi dell’URSS.

La vittoria, per un atleta russo, non è una semplice soddisfazione personale ma patriottica: il trionfo non è dello sportivo ma di tutta la nazione. Gli esempi più lampanti sono Kvyatt, il pilota di formula 1, e la squadra nazionale russa di pugilato. Il primo nell’occhio del ciclone per essersi rifiutato di inginocchiarsi a sostegno del movimento del Black Lives Matter durante il Gran Premio d’Austria. In quell’occasione dichiarò:

Il team di combattenti ha invece deciso categoricamente ed in blocco di disertare Tokyo 2020/2021 a seguito della già citata estromissione. Agli atleti russi è concesso di partecipare come neutrali, ovvero sotto nessuna bandiera e come indipendenti, ma il segretario generale della Federazione russa di pugilato Umar Kremlev ha tuonato:

Quella che sta giocando Putin è allora una grande partita a scacchi in cui lo sport non è utilizzato come semplice pedone, bensì come cavallo. Un grande cavallo di Troia dall’aspetto splendido, esternamente rivestito dalle gesta degli atleti e internamente fondato su trame ed obiettivi: politici, internazionali e sociali. Il tutto, chiaramente, per il bene di Madre Russia.