The Times Russia Siamo il più letto media di informazione con notizie dalla Russia costantemente aggiornate!The Times Russia

Repubblica.it

La roulette Russia gira gira gira ma alla fine la vittima è sempre la stessa. Il governo dello sport di Putin è "nutty", sporco, ed è pure ostinato. E adesso paga sparandosi in pratica da solo. Si è macchiato di gravissime inadempienze, ha operato brogli, ha occultato prove e manipolato risultati di laboratorio. La disperazione del "sistema  Mosca e dintorni" appare dunque evidente. Ma il problema è che lo è fin troppo. Come speravano di cavarserla quelli della banda del buco (in vena)? Ma soprattutto: cosa volevano nascondere, i russi, in quelle reiterate alterazioni o distruzioni, oltre l'ovvia ricerca della prestazione ottenuta con una miserabile (in termini qualitativi) aggiunta di aroma antica e come tale rintracciabile a occhi chiusi? La Russia ha fatto una sola cosa: ha cercato con i mezzi che aveva a disposizione, pochi e superati, di restare la grande potenza sportiva degli anni Sessanta e Settanta, quando si nascondeva insieme ad altre decine di repubbliche sotto l'etichetta sontuosa e altamente protettiva, temuta e rispettata, dell'Unione Sovietica mentre l'antidoping era ancora fantascienza. E non c'è riuscita. Più si è ostinata, più si è alienata simpatie.

Ciò tuttavia non basta a spiegare tutto questo malaffare da bricconi di periferia e, dall'altra parte, tutto questo accanimento giustizialista guidato dalla Wada, che un giorno (è bene ricordarlo) mise fuorilegge il Meldonium (la sostanza della squalifica della Sharapova) senza sapere cosa fosse. Cos'altro c'è? Perché si ha la percezione che le nuvole grigie resteranno anche quando andrà in vigore la sanzione di quattro anni fuori da tutto, quando insomma scatterà l'esilio russo? Semplice. Perché la Russia in realtà è una tigre sdentata, è debole e antiquata. E come tale è il bersaglio più facile. E poi perché il doping è sempre più potente dell'antidoping, in termini finanziari e di pura istigazione (purtroppo). A fronte di una sopravvivenza agonistica di medio o basso livello, c'è la prospettiva di una medaglia. Chiunque rischierebbe, se il danno alla salute non fosse poi così facilmente stimabile o quantificabile. A fronte di un microscopico portafoglio a disposizione dell'antidoping, c'è il deposito disneyano della ricerca farmacologica che muove sempre verso nuove sostanze volte a curare il mondo. Che poi vengono distratte per diventare prodotti dopanti. Il rapporto è 1 a 1000. Impossibile combattere. Quindi meglio prendersela con i russi e sterminarne sport e velleità senza prendersi la briga di pescare gli imbroglioni uno per uno. Troppa fatica per la Wada. Wada che però ha subito alzato le mani quando gli avvocati di Coleman, gente seria, non avventurieri del foro, le fecero capire che sarebbe stato meglio sorvolare su quei mancati controlli a sorpresa del campione del mondo dei 100 metri, americano ovviamente. Prego, si accomodi.

Quando sospettarono di Linford Christie, ai Giochi di Seul del 1988, i delegati britannici del Cio (allungati sino alla famiglia reale) annunciarono che avrebbero ritirato la squadra dai Giochi di Seoul se solo si fossero azzardati a toccare il loro velocista. E neppure uno lo toccò. Almeno in quel momento. La Russia si è sporcata, è culturalmente indifendibile. Ma né la Wada né il sistema generale escono rigenerati dopo questa ghigliottina che risolve soltanto uno dei mille problemi e salva l'immagine di un momento per rinunciare alla visione più ampia. La chiarezza generale richiesta dal Cio non è stata fatta. E soprattutto non si alza il velo dal timore che il doping vero, quello più avanzato, quello introvabile (per ora), in Russia non ha mai messo piede (o provetta). E forse mai lo farà. Altro modello: quando Iaaf e Wada volevano capire meglio come funzionasse il laboratorio antidoping di Kingston, in Giamaica, e dissero "verremo da voi per vedere come lavorate", si sentirono rispondere "ok, venite, ma solo quando ve lo diciamo noi". La fine è ovvia: non andarono mai. Tolta di mezzo la Russia con una campagna di demonizzazione maniacale, legittima ma maniacale, c'è il mistero di chi resta, c'è l'insondabile e per certi versi inspiegabile natura di quel resto del mondo che adesso si sentirà magari immacolato, ma solo perché il cattivo è stato preso. Un cattivo. Non tutti. Se qualcuno vuol convincerci che con la Russia dietro le sbarre è tutto a posto, perderà il suo tempo.