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L'ex spia russa avvelenata con il gas nervino è fuori pericolo

Affermazioni che i media di Londra hanno inizialmente preso con diffidenza, come se fosse un altro colpo della propaganda del Cremlino. Ma la cugina ha confermato al Guardian che la telefonata è autentica. E oggi arriva, ancora più importante, la conferma che Yulia ha detto la verità: il padre sta davvero migliorando. "Risponde bene alle cure", dicono i sanitari di Salisbury, la cittadina del sud dell'Inghilterra teatro del misterioso attacco. La possibilità che padre e figlia possano sopravvivere, lasciare l'ospedale e rispondere alle domande degli investigatori, forse anche a quelle dei giornalisti, appare improvvisamente realistica.
 
È uno sviluppo che naturalmente crea altre domande. Come mai le autorità britanniche davano inizialmente padre e figlia per spacciati? In un secondo tempo hanno reso noto che la figlia avrebbe potuto cavarsela, ma insistendo che per il padre non c'era speranza. Ebbene, ora la diagnosi è completamente diversa. Cosa è successo? Un'ipotesi è che l'ex spia che faceva il doppio gioco per la Gran Bretagna (e che per questo fece sei anni di prigione in Russia) abbia reagito meglio del previsto ai trattamenti ospedalieri. E idem la figlia. Ma tutti gli esperti hanno sempre affermato che l'esposizione al gas nervino Novichok, identificato come la sostanza dell'attacco, dà rapidamente la morte, nel giro di minuti in certe dosi e circostanze. Perché non è successo?
 
L'interrogativo riporta al dubbio rivelato dal capo di Porton Down, il laboratorio di analisi chimiche delle forze armate britanniche che ha studiato le tracce del gas in questione (e che si trova, per una delle tante coincidenze di questa vicenda, ad appena 15 chilometri da Salisbury): contraddicendo le versioni del governo, lo scienziato ha ammesso di non poter dire con precisione da dove viene il gas, ovvero in che Paese è stato prodotto, pur indicando come verosimile che sia stato prodotto in un laboratorio di Stato. Dunque gli stessi britannici non sanno se viene dalla Russia.

Un'ammissione che ha suscitato forti critiche, da parte dell'opposizione laburista ma pure dal New York Times, rivolte in particolare al ministro degli Esteri Boris Johnson, il più manifesto nell'assegnare un verdetto di colpevolezza al Cremlino. Forse c'è ora da dubitare non solo sulla provenienza del gas, ma sul tipo di gas? In ballo c'è l'espulsione di 160 diplomatici russi da parte di oltre 30 Paesi (Italia compresa) per solidarietà con Londra.
 
"Non abbiamo mai prodotto il Novichok, il nome è russo, ma glielo hanno dato altri Paesi", sostiene l'ambasciatore russo a Londra. Putin afferma che "altri 20 Paesi" potrebbero averlo prodotto. Al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, giovedì sera, l'ambasciatore russo ha ammonito la Gran Bretagna: dando colpe a Mosca senza avere le prove, "scherzate col fuoco". L'ambasciatrice britannica gli ha risposto per le rime: "Se vogliamo continuare con la stessa metafora, la richiesta russa di partecipare alle indagini è come se il piromane volesse indagare sull'incendio".

Ma adesso c'è la prospettiva che su tutto questo si potrà sentire il parere delle vittime: l'ex colonnello del Gru (il servizio segreto militare russo) Skripal e la figlia Yulia. La quale, nella telefonata alla cugina, alla richiesta di quest'ultima di venire a trovarla, ha dato una risposta che mette in moto ulteriori quesiti: "Non ti daranno il visto, Viktoria, non te lo daranno", come se la Gran Bretagna volesse impedirle di avere contatti con russi. Di misteri ne restano tanti: intervistata dalla Bbc, la stessa Viktoria oggi ha lasciato capire che le autorità russe la strumentalizzano, "mi fanno certe domande per ottenere determinate risposte". La certezza è che più niente è chiaro. E che questa storia non sta per finire. È appena cominciata.