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Genghiz Khān pomo della discordia: i russi vogliono festeggiare la sua sconfitta, i tatari no

L'11 novembre per la Russia è una data importante: è il giorno della liberazione nel 1480 dal giogo tataro-mongolo, dopo 250 anni di schiavitù.

La data è una ricorrenza dell’evento storico definito “grande fronteggiamento sul fiume Ugra”. Nel periodo dal 30 settembre all'11 novembre del 1480, sulle due rive del fiume si sono contrapposte le forze di Akhmat Khan, della Grande Orda, successore di Genghiz Khān, e quelle del Gran Duca Ivan III di Mosca, che determinò la ritirata dei Tataro-Mongoli e, successivamente, la disintegrazione dell'Orda.

In realtà non ci fu alcuna battaglia, ma la compattezza e la persuasione dei russi (che difendevano dai predatori la loro terra) fece sì che i tatari si ritirassero, liberando così la Russia dalla schiavitù e dai tributi alla Grande Orda, ma anche dall'umiliante procedura dell'insediamento dei grandi principi di Mosca previa approvazione dei khan tatari, preceduta dai ricchi doni dei grandi principi russi.

Il fiume Ugra si trova nei pressi di Kaluga, la regione collinare del Rialto centrale russo, 188 km a sudovest di Mosca, e il governatore della regione Anatolij Artamonov ha proposto di attribuire all'evento storico lo status di grande festa nazionale. Secondo il governatore, l'iniziativa ha già trovato il sostegno della “stragrande maggioranza dei cittadini russi” e, soprattutto, “del presidente russo Vladimir Putin”.

Per il governatore la celebrazione del “grande fronteggiamento sul fiume Ugra” produrrebbe massicci flussi di denaro pubblico, ma anche di turisti. Nella regione di Kaluga, infatti, dal 2017 ogni 11 novembre vengono fatte rappresentazioni storiche in costume di quell'evento.

Il problema però è che i tatari della regione russa del Tatarstan, capitale Kazan, quasi 4 milioni di abitanti, il 50% di etnia tatara, i diretti discendenti di Genghiz Khān, di questa 'festa' non ne vogliono assolutamente sapere. Il governo regionale tataro, dove tra l’altro il tataro ha lo status di seconda lingua ufficiale dopo il russo, ha bollato l’iniziativa come divisoria, che seminerebbe discordia in una società multietnica come l'attuale. I tatari crimeani, i cui antenati all’era erano alleati dei russi contro le forze di Akhmat Khan, non si sono pronunciati. L’ultima parola sulla faccenda spetta adesso direttamente al presidente russo Vladimir Putin.