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Ottobre di 101 anni fa, quando si fece in Russia la Grande Rivoluzione

Di Adriano Marinensi - Nell’ottobre del 1917, l’Europa aveva già conosciuto gran parte degli orrori della guerra mondiale. Sul fronte italiano, ebbe inizio (24 ottobre) l’ultima delle 12 battaglie dell’Isonzo, conosciuta come la disfatta di Caporetto. Nella Russia zarista, invece – dopo i moti di febbraio dello stesso anno – segnò storicamente il principio della Grande rivoluzione. Una dozzina di anni prima, erano accaduti due fatti nei quali, in molti riconobbero i segni precorrenti della successiva sovversione.

Facciamo un po’ di cronaca. Siamo all’inizio del 1905. A Mosca, il despota di turno si chiama Nicola II, della dinastia dei Romanov. Ha preso in moglie, col solito matrimonio tra “altonomati”, Alice (poi, rinominata Alessandra), principessa tedesca, figlia del Granduca d’Assia. Dal matrimonio, e pare anche dal loro reciproco amore, sono nati 5 figli, 4 femmine (Olga, Maria, Tatiana e Anastasia) e un maschio, lo Zarevic Alessio. Dal 1825, sino a quel tempo, sul trono imperiale si sono succeduti 3 Alessandro (I, II, III) e 2 Nicola (I e II), tutti impegnati a governare il gigantesco territorio con potere assoluto. Gli storici hanno scritto: La Russia di Nicola II era uno stato di polizia nel quale l’uso delle pene corporali rappresentava l’espressione di un rapporto ancora medievale tra il sovrano e i sudditi. Compresi i tormenti delle carceri e delle deportazioni. E le sconfitte subite nella guerra tra Russia e Giappone, combattuta nel biennio 1904 – 1905.

Nicola II, nella iconografia ufficiale, è rappresentato come uomo di bell’aspetto, il volto forse troppo giovanile, sul quale, per apparire più autoritario, si è fatto crescere barba e baffi, alla moda dell’era. Nel gennaio 1905, lui si trova a Pietroburgo, nel Palazzo d’inverno, la monumentale reggia fatta costruire da Pietro il Grande. Sulla piazza di fronte, s’è radunata una folla numerosa e pacifica. Vogliono presentare allo Zar una petizione che comincia così: “Signore! Noi lavoratori, i nostri figli, i nostri vecchi derelitti siamo venuti a chiederti giustizia e protezione. Siamo poveri e oppressi, un lavoro insostenibile ci è imposto e neppure uno ci considera esseri umani.”

Al cospetto di quella massa di questuanti inermi sta uno schieramento di armati. Il subbuglio divtene minaccioso e i soldati vanno all’assalto. Il Pope, che guidava i dimostranti, concluse così il suo racconto: “Quando il fuoco dei fucili cessò, mi alzai in piedi e volsi lo sguardo ai corpi prostrati. Gridai loro, alzatevi. Ma rimasero distesi. Vidi le braccia allargate, prive di vita. Vidi la macchia scarlatta sulla neve. Allora capii, era orribile.” L’hanno chiamata la domenica di sangue.

La corazzata Potemkin, ammiraglia della flotta russa (700 uomini di equipaggio) si trovava ancorata in un porto del Mar Nero. A bordo, tra l’equipaggio e gli ufficiali, il clima non era tranquillo. L’agitazione crebbe quando ai marinai servirono della carne avariata: rifiutarono di mangiarla, elevando una ferma protesta. Il comandante li minacciò di fucilazione ed uno dei suoi sottoposti uccise uno dei contestatori. Si scatenò il finimondo e tutti gli ufficiali furono gettati in mare. La storia annovera l’episodio come L’ammutinamento della Potemkin. Che non finì li. Sul pennone issarono una bandiera rossa e fecero rotta verso Odessa dove era in atto uno astensione dal lavoro degli operai alle prese con problemi di vita, di lavoro, di bassi salari, di orari pesanti. Il corpo del marinaio ucciso giacque a lungo sul molo per ricevere l’omaggio della folla. La condizione, a quel punto, diventò esplosiva e l’esercito intervenne in maniera violenta. Sulla nave, si misero in assestamento di guerra, con i cannoni puntati verso Odessa. Una marineria senza comandanti, com’era diventata quella della Potemkin, iniziò a riflettere sulla propria condizione di ammutinati allo sbaraglio. Decisero di riprendere il largo, diretti sul porto romeno di Costanza, dove la vicenda si concluse. Gran parte dei marinai ricevette asilo in Romania e la nave se la riprese la marina russa.

Nel 1925, per ricordare l’evento, entrato nella leggenda, in Unione Sovietica girarono un capolavoro tragico, intitolato appunto La corazzata Potemkin che mise in luce anche la profonda crisi socio – economica nella quale versava, all’inizio del ‘900, l’impero dell’ultimo Zar. Come in tutti gli stati ad organizzazione piramidale, anche in Russia, un abisso divideva il tenore di vita della Corte, della nobiltà e degli alti burocrati da quello delle masse operaie e contadine. Quando si scrive di tale condizione, non è possibile omettere, almeno la citazione di un personaggio considerato l’anima nera dello zarismo: il monaco Gregorij Efimovic Novych, detto Rasputin, che ebbe notevole influenza su Nicola II e soprattutto sua moglie. Ritrovarono il corpo nella Neva, il primo giorno di gennaio 1917, vittima di una congiura di alcuni nobili autorevoli.

Paolo Villaggio usò una scena de La Corazzata Potenkin in uno dei suoi film sulle avventure del rag. Ugo Fantozzi. Il quale - costretto, insieme ai suoi colleghi, a visionare, per l’ennesima volta, la copia originale - in un rigurgito di inusitato ardire, lo definì “una cagata pazzesca”. Ora, prescindendo da questo insolente epiteto fantozziano (però proferito per burla), vale invece riferire il giudizio espresso, alcuni anni dopo, da Lenin: “Il passaggio della Potemkin dalla parte dell’sollevazione, fu il primo passo per trasformare la rivoluzione in una forza internazionale.” L’ammutinamento fu una delle radici che dettero la linfa ad uno dei maggiori “terremoti politici” del XX secolo. Cioè, la Rivoluzione d’ottobre che trasformò l’Impero zarista in Unione sovietica. Una esperienza cominciata su basi filosofiche e scaduta, alla fine, nelle violenze dello stalinismo.

Nei primi anni, fu un tentativo di applicazione del sistema teorizzato da Marx ed Engels. Il tipo di governo autocratico di Nicola II aveva tenuto il popolo lontano dal potere e smarrito il controllo dell’Impero. Le tensioni si trasformarono in ribellione, in molti luoghi repressa dall’esercito fedele alla Corona. Visto il peggiorare della condizione, anche la nomenclatura zarista convenne che Nicola II doveva uscire di scena. Nell’aprile 1917, tornò in Russia Vladimir II’ic Ul’janov (per la storia, Lenin) che, insieme a Lev Trotskij, prese in mano la condizione. Ovunque nacquero i Soviet, strutture politiche locali, espressione della classe operaia e dei contadini. Poi, fu il periodo tragico della guerra civile. Lenin fu riportato in patria dai tedeschi per alimentare l’arma della sovversione e indebolire il nemico. E, da quel momento, la Rivoluzione parlò con la sua voce

E i Romanov? Prigionieri da diversi mesi, erano diventati una presenza ingombrante per la Rivoluzione che li aveva relegati a Ekaterinburg (nella cosiddetta Casa a destinazione speciale), in quell’ergastolo immenso che era la gelida Siberia. E’ incerta l’autorità che ne decise l’eliminazione. Furono uccisi tutti, durante la notte tra il 17 ed il 18 luglio 1918. Tutti, si disse, meno Anastasia che la nobiltà russa in esilio pretese di riconoscere in una anonima signora, divenuta addirittura personaggio del film omonimo, con Yul Brynner e Ingrid Bergman.