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Quale futuro per le relazioni fra Occidente e Russia?

Abbiamo intervistato il politologo Tiberio Graziani per capire quale potrebbe essere il futuro dell'asse Washington-Bruxelles-Mosca.

Il 2014 è stato uno spartiacque nella storia dei rapporti fra Occidente e Russia. La lenta normalizzazione diplomatica iniziata negli ultimi anni di vita dell’Unione Sovietica con Michail Gorbačëv e continuata dai successori Boris Eltsin e Vladimir Putin si è bruscamente interrotta in Ucraina, ladella civiltà russa.

Un arresto civile provocato dalle politiche filorusse dell’allora presidente Viktor Janukovyč è sfociato in un’sollevazione violenta, alimentata e sostenuta dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, che ha infine assunto i caratteri di una vera e propria rivoluzione:

”, spingendo il proprietario a correre ai ripari: incendiare il Donbass e occupare la Crimea.

Il Cremlino ha ottenuto una vittoria parziale: pur non avendo annullato il processo di inglobamento dell’Ucraina nell’orbita euroamericana, lo ha fermato a tempo indeterminato.

e speranze da conservatori e isolazionisti americani, per via delle promesse elettorali circa la fine delle guerre infinite e la normalizzazione dei rapporti con le maggiori potenze globali, ma l’agenda estera non si è rivelata altro che una prosecuzione di quella obamiana, soprattutto sul fronte russo.

, direttore di Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici, e presidente del neonato think tank transnazionale Vision and Global Trends e dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie.

Trump aveva fatto dell’apertura alla Russia uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale, ma sta invece portando avanti una politica di contenimento anche più asfissiante di quella del predecessore. Avrebbe dovuto riconoscere il nuovo status della Crimea, relegare la Nato all’irrilevanza, rivedere le sanzioni. Invece, sta armando l’Ucraina, rafforzando il fronte orientale dell’Alleanza atlantica, e ha proseguito e approfondito il regime sanzionatorio. Nonostante i gesti smentiscano le parole, alcuni sono convinti che Trump stia combattendo contro lo “stato profondo” e che l’obiettivo finale sia realmente l’inizio di una politica filorussa. Lei cosa ne pensa? Che ruolo gioca il Russiagate in tutto questo?

Penso che non bisogna confondere le dinamiche della politica interna di un Paese con quelle della sua politica estera. Certamente le tensioni interne possono generare un punto di non ritorno, vale a dire un cambio totale dei vertici di una nazione, un rivolgimento di tutto il sistema nazionale e quindi anche un ripensamento del suo interesse nazionale e della sua politica estera.

) che tuttavia, per ora, non mette a azzardo il sistema di potere nordamericano, tantomeno inficia le linee strategiche della sua politica estera che sono quelle di sempre, il perseguimento dell’egemonia generale.

Una ad uso della politica interna che mira a mobilitare la cosiddetta America profonda, populista, razzista, ma soprattutto i ceti produttivi e le corporazioni che sono stati colpiti dalla crisi finanziaria ed economica. L’altra ad uso esterno, volta a riaffermare gli Usa sulla scena mondiale dopo il cosiddetto istante unipolare.

degli Usa, vale a dire, in termini concreti, il perseguimento dell’egemonia mondiale.

si inserisce nello scontro, durissimo, tra Trump e il Partito Democratico e gran parte dell’Establishment statunitense.

Steve Bannon è ritenuto l’eminenza grigia di Trump e, sebbene i rapporti siano ufficialmente terminati, lavora senza sosta per la realizzazione dell’agenda estera della presidenza e le sue previsioni (su 5G, Cina, Turchia, crisi liberale e ascesa populista) sono incredibilmente profetiche. L’unica analisi bannoniana che finora si è rivelata fallace è proprio quella sull’avvicinamento tra Stati Uniti e Russia in chiave anticinese. Se Bannon e la lobby neocon-evangelica di cui egli è membro e che esercita grande influenza su quest’amministrazione desidera realmente questo scenario, perché ancora nulla è stato fatto in proposito, anzi è stata aumentata la pressione sulla Russia in ogni campo, favorendo il saldamento del partenariato con la Cina?

) si è rivelata fallace, come Lei osserva, perché non ha tenuto conto dei reali fattori di potenza: sul piano geostrategico la Russia costituisce un ostacolo alla penetrazione economica ed al posizionamento militare degli Usa nella massa eurasiatica. La Cina è consapevole del fatto che una Russia debole favorirebbe e accelererebbe il tentativo egemonico di Washington su scala generale, con il risultato di esporla maggiormente alle pressioni statunitense, per cui opta intelligentemente per un rafforzamento del partenariato con Mosca.

Stati Uniti e Russia non sono sempre stati acerrimi rivali e ritenuti nemici naturali dai maestri della geopolitica. L’aiuto russo durante la rivoluzione americana e la cessione dell’Alaska sono i casi più emblematici di quella che sembrava configurarsi come un’amicizia destinata a durare, ma l’ascesa dell’Unione sovietica sembra aver invertito inevitabilmente quella traiettoria. Ritiene possibile un ritorno ai rapporti di grande collaborazione pre-rivoluzione russa? Che cosa potrebbe incitare tale cambiamento?

I veri rapporti di collaborazione si costruiscono sulla fiducia reciproca e sugli interessi comuni, elementi che al momento mi sembrano totalmente assenti. Come mi pare assente anche un altro elemento che generalmente genera e condiziona alleanze e partenariati, persino quelli impensabili: quello di uncui fare fronte insieme.

Il primo passo per incitare un cambiamento nelle relazioni tra Mosca e Washington è certamente la creazione di un clima di fiducia reciproca e la ripresa di un dialogo sul ruolo della NATO.

Recentemente John Bolton è stato in visita in Moldavia e Bielorussia per sondare il terreno e offrire opportunità economiche alternative a Mosca ai due paesi. Si tratta di una sfida lanciata direttamente negli ultimi due capisaldi del mondo russo in Europa. Quale ritiene possa essere il futuro dei due paesi: Russia o Occidente? E perché?

L’iniziativa di Bolton mira a creare le premesse di una ingerenza “occidentale” nelle società civili della Moldavia e della Bielorussia con lo scopo di

”, vuoi di altra natura – allora si porrà la questione del loro futuro posizionamento geopolitico. In questa partita, un ruolo importante sarà verosimilmente giocato, volontariamente o involontariamente,conseguenze che tutti conosciamo.

Non roseo. Tuttavia, data la complessità delle questioni in gioco, da quelle della sicurezza regionale ed internazionale a quelle connesse all’economia mondiale, e il numero di attori coinvolti inclusi la Cina, l’India, la Turchia e forse anche la nuova Europa di Macron, Stati Uniti e Russia troveranno margini di manovra per cercare soluzioni reciprocamente soddisfacenti.