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Russia, l’export di armi in crisi

Dopo quindici anni di florido mercato, il mercato russo di armi sta andando convegno ad un periodo di stagnazione. Questo è quanto emerge dal report scritto dal CSIS, Center for Strategic and International Studies. Un’analisi dei fattori che hanno determinato l’espansione dell’export di armi russe a seguito della caduta del Muro e i nuovi scenari che stanno cambiando negli ultimi anni.

Il mercato dell’export delle armi è un business cruciale per la Russia. Al giorno d’oggi, il gigante euroasiatico, secondo diverse fonti, rappresenta il secondo più grande esportatore di materiale al bellico al mondo, preceduto solamente dagli Stati Uniti. Dati del Federal Service for Military-Technical Cooperation, mostrano come, nel 2016, l’export russo di armi abbia avuto un valore di 15 miliardi di dollari, rappresentando uno dei settori di esportazione più floridi dopo quello legato all’energia. Sempre stando ai dati dell’FSMTC, l’export d’armi russo ha registrato un incremento del 150 per cento in dieci anni, passando dai 6 miliardi di dollari nel 2005 ai 13.5 miliardi nel 2015.

Il rapporto evidenzia, tuttavia, delle importanti discrepanze nel calcolo del valore dell’export russo. I dati ricavati da altre fonti mostrano, infatti, valori differenti. Se si vanno a guardare le cifre del SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute, si nota come l’export bellico russo raggiunga il suo picco nel 2011, per poi scendere di molto subito dopo, con perdite intorno al 40 per cento, salvo poi registrare una risalita. L’americano CRS – Congressional Research Service, organismo che effettua analisi per il Congresso a Washington, annota dati nettamente inferiori, registrando, nel 2015, un valore di appena 7.2 miliardi di dollari. In definitiva, elemento comune è una crescita molto rilevante del mercato dal 2005 ed un periodo di crisi che si manifesta dopo il 2015.

Con la caduta del Muro e la fine del periodo sovietico, la domanda interna di armi nel Paese si ridusse drasticamente. Fu proprio per questo motivo che l’industria bellica dovette rivolgersi al mercato estero per poter trarre profitto, forte di un know how tecnologico ed una capacità produttiva che in pochi altri potevano permettersi. La Rosoboronexport, azienda intermediaria del Governo russo nella vendita all’estero di materiale e tecnologia multiuso difensiva, operativa dal 2000, ha raggiunto accordi di vendita con 116 diversi Paesi in tutto il mondo. Fra i principali compratori, fin dall’inizio, ci sono state le grandi potenze vicine, Cina e India, che ancora oggi coprono la fetta più grossa delle vendite russe, e i diversi Paesi produttori di petrolio come Azerbaigian, Venezuela, Algeria, Iraq, ma anche Malesia e Vietnam. In sostanza, Paesi che hanno avuto una rapida crescita economica dovuta alla disponibilità di fonti energetiche, e che hanno visto salire, oltre i dati della propria economia, anche le spese per la difesa.

Si diceva, però, che l’export russo ha subito, negli ultimi tempi, un periodo di stagnazione. Se l’export di armi russo ha registrato una crescita quasi costante dalla fine del blocco sovietico, nuove condizioni politiche dei Paesi importatori hanno determinato quella che oggi è considerata una fase di stallo nella vendita delle armi.

Partendo dalla condizione che si è verificata nei principali Paesi clienti della Russia, non calcolando India e Cina, si può vedere come contingenze nazionali abbiano influito direttamente nei rapporti d’affari con la Russia.

Uno dei casi più esemplificativi è quello del Venezuela. Il Paese sudamericano è stato per molto tempo uno dei partner più significativi nelle aree più distanti del globo. Specialmente durante gli anni di Governo di Hugo Chavez. Questo a causa sia di motivazioni politiche, in quanto il Paese rimaneva baluardo della resistenza antistatunitense e, di conseguenza, guardava esclusivamente alla Russia come fornitore di riferimento, sia per maggiore disponibilità monetaria, grazie ad un’economia trainata in gran parte dall’export del petrolio. Con la successiva crisi dei prezzi, trasformatasi in una più diffusa crisi economica all’intimo del Paese, il Venezuela ha tagliato nettamente il proprio programma di difesa e, oggi, non rappresenta più il partner affidabile di qualche anno fa. Gli unici clienti ‘politici’ rimasti alla Russia, come specifica il report del CSIS, rimangono quelli della Collective Security Treaty Organization, come la Bielorussia e l’Armenia.

Una condizione simile hanno riscontrato alcuni Paesi partner nel Nordafrica e Medioriente, come ad modello Libia, Siria e Iran.

Questi Paesi presentano un elemento comune: il fatto di avere esigenze di tipo militare ma non poter trattare con le potenze occidentali, per cause legate al blocco ed embargo di armi decisi a livello politico. La Russia, in Libia con Gheddafi ed in Siria prima dello schianto della guerra civile, poteva contare su questi due validi partner per il suo export di armi. Tuttavia, con la deposizione del leader libico e il collasso dell’economia del Paese, i contratti bellici con la Russia sono stati praticamente interrotti, determinando una perdita per i russi calcolata intorno ai 7 miliardi di dollari, come sostiene il report CSIS.