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Russia in Medio Oriente, anche con l’arma della diplomazia

Salvo sorprese dell’ultima ora, oggi si vota nel Kurdistan iracheno in un referendum per l’indipendenza da Baghdad. Per la nascita, cioè, di un nuovo Stato che nel Medio Oriente e anche fuori di esso quasi neppure uno vuole, se non altro perché ce ne sono già troppi e per lo più nemici l’uno dell’altro. E certo, comunque, perché minoranze curde esistono anche in Turchia, Siria e Iran, ostilissimi alla prospettiva, che diventerebbe meno chimerica, di un unico grande Kurdistan formato da pezzi dei loro rispettivi territori.

La massima aspirazione dei curdi, ora rilanciata dal contributo determinante che hanno dato sul campo e col sangue alla sconfitta del califfato, si scontra con un’opposizione che accomuna persino due vecchi nemici per la pelle come Stati Uniti e Iran, che hanno cercato fino all’ultimo di incitare i promotori del referendum, ossia i dirigenti della regione irakena interessata, quanto meno a rinviarlo.

Come notava pochi giorni fa l’’Economist’, l’unico Paese che sosteneva la causa di Erbil, il capoluogo della suddetta regione, e dei curdi in generale, era Israele, altra nazione mediorientale osteggiata da quasi tutti i vicini e perciò naturalmente portata a solidarizzare con essi. Ora però la solitudine di Gerusalemme o Tel-Aviv sembra finita, perché a schierarsi sia pure tacitamente (per ora) a favore dei curdi iracheni è intervenuta anche, e non è dire poco, la Russia.

Mosca, infatti, ha ufficialmente taciuto sul referendum, distinguendosi così in modo plateale da Washington, poichè la Casa bianca lo ha bollato come un atto ‘provocatorio e destabilizzante’, e il silenzio è stato significativamente accompagnato dall’annuncio di un intensificato impegno russo, tecnico e finanziario, a promuovere la produzione di petrolio e gas, pilastro dell’economia del Kurdistan. Il governo russo, d’altronde, pur essendosi pronunciato ripetutamente, in precedenza, a favore dell’integrità territoriale dell’Iraq, aveva altresì riconosciuto il diritto dei curdi ad una propria patria. E semmai, più di attuale, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov aveva mostrato, a quanto risulta, un’esplicita comprensione per la loro aspirazione all’indipendenza pur precisando che l’obiettivo doveva essere perseguito con prudenza.

Quali ripercussioni potrà avere ciò sui rapporti tra Russia e Turchia, sempre a azzardo di tornare tempestosi dopo un avvicinamento dovuto più che altro al raffreddamento tra Ankara e l’Occidente, resta da vedere. Lo stesso vale per i rapporti tra Russia e Iran, improntati finora ad un’amicizia apparentemente salda e ad una fattiva collaborazione politica. E, tuttavia, già messi adesso a dura prova da quanto sta accadendo sul fronte siriano, dove la sconfitta dell’ISIS, da tutti o quasi auspicata e perseguita, sembra complicare le cose piuttosto che agevolarle.

La Siria, certo, è troppo dipendente sotto ogni aspetto dall’aiuto e dalla protezione russi per poter contrastare quelli che Mosca accorda ai curdi per quanto la riguarda, ossia su una questione, per Damasco, relativamente secondaria. Il regime di Bashar Assad è però legato a filo doppio, da sempre, anche all’Iran, la cui presenza economica e militare nel Paese è fortemente aumentata e sta tuttora aumentando per effetto di una guerra tra più belligeranti che non è ancora del tutto terminata, malgrado il netto sopravvento preso dall’alleanza tra Damasco, Teheran e Mosca.

Alleati ai quali va peraltro aggiunto Hezbollah, la fazione sciita libanese le cui combattive milizie hanno dato a loro volta, con la multiforme assistenza iraniana, un importante contributo a salvare Assad dai suoi nemici. Soprattutto adesso, essa viene vista come l’avversario più pericoloso da Israele, per il quale si era già dimostrata un osso assai duro durante l’ultimo conflitto armato nel Libano (2006). La massiccia presenza di Hezbollah in Siria viene resa più ingombrante e temibile dalle armi che riceve dall’Iran (missili di vario genere, droni, armi chimiche) e potrebbero essere usate contro lo Stato ebraico dalla zona smilitarizzata nelle alture del Golan, presso il confine, che le milizie sciite hanno occupato.

Come è suo costume, Gerusalemme non si è limitata a paventare una simile eventualità ma ha colpito duro, preventivamente, per spingere chi di dovere a scongiurarla. Cioè la Russia, in pratica, la sola a poter influire su Damasco e Teheran, mentre con Israele intrattiene da almeno due anni relazioni cordiali e collaborative rafforzate dal coordinamento delle rispettive mosse politico-militari nell’area più che mai infuocata del Medio Oriente. Il tutto in vistoso contrasto con quanto accadeva al tempo dell’URSS a partire dagli anni ’50, quando Mosca era decisamente schierata a fianco degli Stati arabi più ostili a Israele, affidato invece al vitale appoggio americano.

Anche nella Russia postcomunista non mancano barlumi di un antico antisemitismo, in qualche misura attualizzato per effetto della presenza relativamente di ebrei nelle file peraltro alquanto sparute dell’opposizione filo-occidentale e dei suoi simpatizzanti. Non se ne trovano però riscontri apprezzabili a livello ufficiale, dove semmai l’amicizia con Israele è persino ostentata, con un occhio verosimilmente rivolto, fra l’altro, alla grande finanza internazionale nella quale l’ebraismo è tradizionalmente di casa e della cui benevolenza neppure la Russia nel suo insieme può fare completamente a meno, per non parlare dei suoi ‘oligarchi’ spesso anch’essi, del resto, di origine ebraica.

Vladimir Putin, ad ogni buon conto, ama definire Israele uno ‘Stato speciale’ per la Russia, grazie ad asseriti interessi comuni e ad una collaudata collaborazione. Nei giorni scorsi gli ha fatto eco il presidente delle comunità ebraiche nella Federazione, Aleksandr Boroda, minimizzando i rigurgiti di antisemitismo registrati più di attuale nel Paese e ricordando che, malgrado l’esodo negli ultimi anni del regime sovietico, gli ebrei rimasti in Russia, circa un milione, costituiscono la seconda componente mondiale della diaspora dopo quella negli USA (5,4 milioni) e le loro comunità religiose godono di una sicurezza maggiore che in qualsiasi altro Paese.

Di Russia e Israele come frenemies (fratelli nemici) preferisce invece parlare un eminente diplomatico russo, riferendosi però in particolare alla condizione attuale in Siria, tale in effetti da rendere parecchio problematica o addirittura improba l’intesa tra i due governi. Il 23 agosto scorso. Il 23 agosto scorso Benjamin Netanyahu si era recato a Soci per la sua quarta visita in Russia nel giro di 16 mesi e il suo sesto convegno con Putin nello stesso spazio di tempo. Il ‘nuovo zar’ aveva rotto il ghiaccio, dal canto suo, sin dal 2005 compiendo la prima visita in Israele di un presidente russo.

Questa volta l’obiettivo del premier israeliano era ben chiaro: avvertire l’interlocutore che il governo di Gerusalemme non poteva in alcun modo tollerare il rafforzamento militare di Hezbollah in Siria con il conseguente e crescente incombere ai propri confini anche della minaccia di un nemico storico sinora irriducibile di Israele come la Repubblica islamica iraniana, a malapena o per nulla addolcita dalla rinuncia di Teheran a revocare in dubbio la realtà dell’Olocausto. Non si sa, benchè si possa immaginarlo, che cosa esattamente gli abbia promesso o comunque risposto Putin, messo magari già di fronte alla controminaccia israeliana di bombardare il palazzo presidenziale di Damasco se Bashar Assad non avesse desistito dall’ospitare armi utilizzabili contro il vicino meridionale.