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Russia 2017, un centenario imbarazzante

Pochi altri anni hanno segnato la storia come il 1917, per l’umanità intera ma, naturalmente, soprattutto per la Russia. Anche se lì, un secolo fa, nacque qualche cosa destinato a decedere tre quarti di secolo più tardi, lasciando certo qualche traccia ma con probabilità non elevate di poter resuscitare. Altrove, invece, regimi comunisti sopravvivono e addirittura prosperano, basti pensare alla Cina, pur subendo mutazioni più o meno profonde. E anche laddove il comunismo non ha mai attecchito potrebbe, in teoria, tornare a levarsi quel famoso spettro chevedeva circolare nel 1848, altro anno fatidico, qualora si aggravassero le turbolenze e inadempienze del capitalismo più o meno riveduto e corretto.    

In attesa dell’ulteriore evoluzione della problematica planetaria e delle sue eventuali conseguenze, si deve constatare che già il centenario come tale costituisce, per la Russia, un problema. La ricorrenza, ovviamente, non è di quelle che si possano ignorare. Esige invece di essere ricordata e rivisitata nonché celebrata e festeggiata o, al contrario, commemorata come si fa con le sciagure nazionali. Ma il problema appunto del come esiste, soprattutto, benchè non solo, per l’attuale regime moscovita, ed è verosimilmente destinato a rimanere sul tappeto per quasi l’intatto anno.

Per un semplice motivo, innanzitutto: il 1917 è passato alla storia per due rivoluzioni, quella di febbraio (secondo il vecchio calendario russo), ovvero di marzo (la cui ricorrenza l’8 del mese è passata in silenzio), e quella di ottobre (o novembre). La seconda, generalmente più ricordata e più controversa, ebbe effetti molto più duraturi della prima, ma potè avere luogo solo grazie ad essa. Senza l’abbattimento dell’autocrazia zarista, ad opera di un ampio schieramento popolare e politico-sociale, i bolscevichi guidati danon avrebbero potuto stabilirsi al potere, dopo una breve esperienza di democrazia pluralistica (la prima della storia russa), grazie a quello che fu in realtà un colpo di Stato piuttosto che una vera rivoluzione. Questa avvenne semmai più tardi, dopo la guerra civile vinta dai “rossi” contro i “bianchi” e per la fase più costruttiva anche dopo la morte di Lenin, rimpiazzato da

La dualità e la distinzione stanno alla base di un problema che è quanto meno implicitamente ammesso dagli stessi dirigenti attuali della Federazione russa. Sul settimanale ‘un cittadino domandava tempo fa come andasse commemorata la rivoluzione d’ottobre quando la Russia è tornata dal socialismo al capitalismo ma la salma di Lenin continua – tra proteste e petizioni di alcuni – a riposare nel mausoleo sulla Piazza rossa.

, convenendo innanzitutto che con l’adozione di una nuova Costituzione democratica, nel 1993, la Russia ha scelto una (non meglio precisata) “nuova via di sviluppo diversa da quella percorsa per quasi 75 anni sotto il potere sovietico”.

Ciò non toglie, ha avvertito l’autorevole signora, che entrambe le rivoluzioni del 1917 facciano parte della storia russa e non possano essere cancellate dalla memoria comune come qualcuno preferirebbe. Si tratta piuttosto di eventi che “dobbiamo valutare oggettivamente per trarne degli insegnamenti” e sui quali, conclude la Matvienko, “si deve svolgere un ampio dibattimento, non per dividerci e scontrarci ma per promuovere una pacificazione generazionale e un saldo consenso nazionale e civile”. Quanto a dire, insomma, che l’obiettivo di una “memoria condivisa” in Russia è ancora lontano e che la ricorrenza del centenario può solo offrire l’occasione per sforzarsi di raggiungerlo.

Non sembra facile, tuttavia, che l’occasione si presti a venire sfruttata adeguatamente, nelle attuali circostanze, quanto meno da parte governativa.  Un aiuto potrà venire, forse, dal mondo scientifico non solo russo. Nel prossimo settembre si riunirà a Mosca l’assemblea ordinaria dell’organizzazione internazionale degli storici, cui appartengono istituti di circa 150 Paesi. Tema principale all’ordine del giorno sarà, quasi obbligatoriamente, il “Ruolo e impatto della rivoluzione russa nella storia del ventesimo secolo”.

Gli storici russi in particolare pongono l’accento oggi sulla profonda e multiforme influenza, diretta e indiretta, dei fatidici eventi del 1917 su quanto avvenuto poi ovunque al di fuori della Russia e dell’URSS. Si arriva anzi a sostenere che anche i maggiori Paesi occidentali presenterebbero un volto diverso da quello attuale se quella duplice rivoluzione non ci fosse stata. E’ il caso ad modello di

, direttore scientifico dell’Istituto per la storia mondiale dell’Accademia delle scienze, il quale sottolinea inoltre, da un lato, il carattere unico dell’esperienza russa ma anche, dall’altro, il suo inserimento in un processo assai più ampio in quanto “variante sovietica della modernizzazione”.

Si rivendicano in tal modo la perdurante importanza e attualità dell’argomento nonostante l’esaurimento, o vero e proprio fallimento, di quell’esperienza e l’inscindibilità della storia russa da quella mondiale in generale e dell’Occidente in particolare. Ma sembra che si renda altresì un servizio agli odierni dirigenti russi richiamando l’attenzione su aspetti meno controversi del 1917 e suoi seguiti e distraendola invece, se possibile, sui più scottanti collegamenti con l’attuale problematica interna di quello che non è più (se mai lo è stato realmente) il “primo Paese socialista del mondo” e che neppure, a quanto pare, intende più esserlo.

quando, in un sistema certo non impeccabilmente democratico come quello russo, un potere comunque saldo sa tenere facilmente a bada gli umori di minoranze alquanto sparute e neppure particolarmente combattive, oggi come oggi.  

Quanto perché il centenario cade proprio in una fase in cui l’establishment moscovita appare parecchio diviso sulle scelte da compiere per rilanciare la crescita e l’efficacia economica anche a sostegno di una politica estera ambiziosa o quanto meno assertiva, e i modelli tra i quali scegliere ne comprendono alcuni già largamente sperimentati nell’era sovietica e tuttora caldeggiati sia da politici che da non pochi economisti. Senza contare la presenza di un partito comunista invecchiato sotto più aspetti ma tenacemente nostalgico, stabilmente al secondo posto dietro quello di Putin e suo sostanziale alleato più che oppositore.

E’ vero che allo stesso Putin toccherà pur sempre l’ultima parola su una questione di prima grandezza che, aggravandosi, finirebbe con l’incidere sulla solidità del regime minando la straordinaria popolarità del suo capo. Sta però di fatto che questa parola il “nuovo zar” tarda e sembra faticare a pronunciarla, mentre l’apparente difficoltà potrebbe derivare anche dalle sue prese di posizione alquanto contraddittorie o non facilmente conciliabili sulla tematica connessa al centenario.

Com’è noto, fece scalpore qualche anno fa la definizione putiniana del crollo dell’URSS come maggiore tragedia del secolo scorso. In seguito lo stesso presidente cercò di sminuirla sostenendo che si riferiva solo alla frantumazione territoriale dello Stato sovietico con conseguente relegazione di troppi russi (poi per la verità in buona parte rimpatriati) in vari nuovi Stati divenuti stranieri. Com’è altrettanto noto, a Putin si attribuisce spesso il disegno, specie dopo lo schianto della crisi ucraina, di reintegrare prima o poi lo spazio ex sovietico con le buone o con le cattive.

Tutto ciò potrebbe essere ancora ammissibile con l’immagine diffusa di un devoto patriota russo, fedele servitore a vario titolo, durante la propria vita, di qualsiasi tipo di Stato gestisca la patria nonché custode oggi supremo della continuità sua e dei suoi valori attraverso i secoli malgrado ogni peripezia. Qualcosa di più che peripezie, tuttavia, sono espressamente giudicate da Putin entrambe le rivoluzioni del 1917, e non è facile capire quale delle due sia da lui più aborrita.

Prese insieme, furono ai suoi occhi una tragedia per la nazione russa, che dovette subire per causa loro il collasso dello Stato e la sua resa ai nemici interni ed esterni. Parlando ad un convegno di giovani attivisti nel 2015, bollò in particolare Lenin e i suoi rivoluzionari di professione come traditori della patria e degli interessi nazionali, impegnati a provocare la sconfitta militare “mentre gli eroici soldati e ufficiali russi spargevano il loro sangue sui fronti della prima guerra mondiale”.

Da ricordare, in proposito, che il ruolo dei bolscevichi nella rivoluzione di febbraio fu marginale e che Lenin in quel periodo era ancora esule in Svizzera. Solo a cose fatte tornò a San Pietroburgo, per preparare quella di ottobre, con il famoso viaggio nel vagone piombato appositamente organizzato dalle autorità tedesche e, a quanto sembra, anche con denaro tedesco nelle tasche. Il tutto estremamente biasimevole dal punto di vista attuale del Cremlino, dove le rivoluzioni più o meno spontanee e i moti popolari in generale risultano decisamente sgraditi, dalle recenti rivoluzioni “colorate” in altre repubbliche ex sovietiche alle “primavere arabe” benedette da Washington e alle manifestazioni di piazza nella stessa Russia di pochi anni fa.

, attivo esponente dell’opposizione liberale, perché fece balenare la prospettiva di un’alba democratica e segnò il “picco più alto della cultura e della società civile russa”. Ma se l’ex direttore di una residua TV indipendente passa sopra, così, alla rapida svolta in senso opposto, Putin e compagni sembrano salvare dei suoi seguiti, come evento da celebrare senza risparmio di pompa ad enfasi, solo il trionfo del 1945 sulla Germania nazista sotto la guida di Stalin, del cui operato comunque apprezzano la riedificazione di uno Stato forte tacendo di preferenza su tutto il resto.

Tutto sommato, la Russia odierna nel suo complesso propende a ricollegarsi, ai fini della continuità, soprattutto all’era zarista, grazie anche alla piena riconciliazione tra Stato e Chiesa ortodossa e all’appoggio che il patriarcato, in particolare, assicura al regime, peraltro non gratuitamente. Anche i media meno ligi al Cremlino richiamano spesso l’attenzione sui grandi progressi, in campo economico ma non solo, compiuti da un Paese per lo più arretrato negli ultimi anni che precedettero la prima guerra mondiale e che sarebbero stati disastrosamente vanificati, si sostiene, proprio dall’esplosione rivoluzionaria.

Tra gli altri si può certo annoverare la concessione da parte dell’autocrazia zarista di un parlamento, la Duma oggi riesumata, sotto la pressione degli ambienti liberali ma anche in risposta alla pur fallita rivoluzione del 1905, preludio delle successive a loro volta riconducibili anche al rapido svuotamento di quella embrionale istituzione democratica. Putin personalmente, giustificando anche così l’appellativo di “nuovo zar”, ama citare positivamente vari suoi predecessori al Cremlino, oppure viene paragonato ad essi dai suoi ammiratori, a partire daemblema dell’autoritarismo repressivo.

Non stupisce quindi che manchi almeno finora una narrazione ufficiale o ufficialmente approvata del 1917, come ha rilevato Zygar, e che il centenario venga celebrato, nella migliore delle ipotesi, in tono minore, ferma restando solo la rituale parata militare sulla Piazza rossa il 7 novembre, festa ufficiale della rivoluzione. La politica ha, non solo in terra russa, le sue ragioni, alle quali anche la storia deve piegarsi.