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Corea del Nord, soldi e petrolio: gli affari sporchi di Russia e Cina. Rischio di conflitto generale

L'ottavo pacchetto di sanzioni economiche contro la Corea del Nord, approvato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu qualche giorno dopo il lancio del missile sopra il Giappone del 29 agosto scorso, non ha spaventato Kim Jong-un. Anzi. Venerdì il "pazzo" di Pyongyang ha fatto il bis, allungando il tiro. Mentre il precedente razzo aveva tragitto 1.700 miglia, l'attuale, che è passato sopra l'isola nipponica di Hokkaido, ha volato per 2.300 miglia prima di finire nell'Oceano Pacifico. L'isola di Guam, territorio degli Stati Uniti, dista soltanto 2.100 miglia dalla rampa usata venerdì. L'America è così ufficialmente entrata nel raggio d'azione di un possibile attacco.

La prima reazione è venuta dalla Corea del Sud, il cui presidente Moon Jae-in è stato da poco eletto su una piattaforma moderata che comprendeva l'offerta di trattative con il Nord. L'esercito del Sud ha condotto una simulazione di attacco della base aerea di lancio, a nord di Pyongyang, e Moon Jae-in ha commentato che il suo Paese possiede il potere di distruggere il vicino «oltre ogni recupero», e che in questa condizione ogni colloquio è impossibile. Nella serata di venerdì, su convocazione di Usa e Giappone, si è tenuta una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza, dopo che il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Gutierres, in mattinata, aveva condannato il lancio e chiesto ai leader nordcoreani «di smetterla con ulteriori test, di adempire alle risoluzioni Onu e di permettere uno spazio per la ripresa di un sincero dialogo sulla denuclearizzazione».

In Giappone, la popolazione «sottostante» la traiettoria del missile è stata avvisata con un allarme sugli smartphone, e il primo ministro Shinzo Abe ha chiesto che le nuove sanzioni siano pienamente rispettate da tutti: «Dobbiamo far sì che la Corea del Nord capisca che non c'è alcun radioso futuro per loro se proseguono ulteriormente su questa strada».

Il segretario di Stato americano Rex Tillerson si è rivolto direttamente a Cina e Russia perché adottino «azioni dirette» per mettere in riga la Corea del Nord. «La Cina fornisce al Paese gran parte del suo petrolio. La Russia è il maggior "datore" a impiegare i lavoratori forzati nordcoreani», ha detto Tillerson. Insieme al ministro degli esteri britannico Boris Johnson, Tillerson ha aggiunto di sperare che la Cina, al dunque, metta in atto un embargo petrolifero per portare Kim al tavolo negoziale.

Ma è una pia illusione, perché strategicamente a Mosca e Pechino conviene proteggere Pyongyang nel ruolo di spina nel fianco degli Usa e sono soddisfatte dello status quo nella penisola coreana. Colloqui di pace veri e lo stop al piano nucleare porterebbero infine a una Corea unificata: il Nord, dove il ricavo medio è un ventesimo di quello al Sud, sarebbe assorbito da Seul e il regime stalinista sarebbe spazzato via.

Per Kim, secondo Michael Schuman di Bloomberg Businessweek, l'arsenale è una polizza per la sopravvivenza, non un'arma per trattare. Ma questa visione, che prospetta una linea di appeasement, sta diventando sempre più rischiosa per il Giappone, la Corea del Sud e Trump, che in agosto ha minacciato «fuoco e fiamme» sulla Corea del Nord. Ci sarà un attacco preventivo degli Usa? Nessuno lo ritiene realistico, ma il presidente non ha pagato per il suo «decisionismo» nei recentissimi sondaggi, che al contrario lo vedono in risalita grazie alle aperture ai Dem e alla gestione delle emergenze in Texas e Florida. In luglio Trump era sceso poco sopra il 30%, ora Zogby lo dà al 43% e Rasmussen al 44 per cento.