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Le mosse di Cina e Russia per liberarsi dal dollaro Usa

Mosca continua la sua corsa all'oro, bene rifugio per eccellenza. Cercando di ridurre le transazioni in moneta statunitense insieme con Pechino. Una mossa per aggirare le sanzioni, di cui potrebbero beneficiare anche Iran, Turchia, India e Francia. Il punto.

Se la guerra commerciale a suon di dazi tra Usa e Cina non si arresta, con Pechino che ha presentato ricorso alla World Trade Organization (Wto), la Russia non sta a guardare e prosegue nel piano per svincolarsi dalla dittatura del dollaro: la cosiddetta de-dollarizzazione. Da tempo, infatti, Mosca ha intrapreso una vera corsa all’oro, considerato il bene-rifugio per eccellenza e l’unico modo per liberarsi dal dominio della moneta statunitense e dalle conseguenze delle sanzioni imposte da Washington. Una strada intrapresa anche dalla Cina e che potrebbe avere un effetto domino anche su altri Paesi, come India, Turchia, Polonia, Ungheria e persino Francia e Iran.

LA CORSA ALL’ORO RUSSA

Le riserve di lingotti di Mosca continuano ad aumentare e a fine luglio avevano già superato l’equivalente di 100 miliardi di dollari. Soltanto nel mese di giugno ne sono stati acquistati oltre 18 tonnellate e, secondo quanto pubblicato dalla Banca centrale russa, al momento il Cremlino dispone di 2.208 tonnellate del prezioso metallo. Si tratta di numeri che confermano la strada intrapresa dal presidente Vladimir Putin, che non ha solo valenza economica ma anche e soprattutto geopolitica: l’obiettivo, infatti, è affrancarsi dal dollaro e dalla egemonia statunitense in ambito economico e strategico. Basta ricordare che nel 2018 (e anche nel 2019, fino a ora) Mosca è stata il principale compratore istituzionale di questo metallo a livello mondiale, aumentando di quattro volte le proprie riserve.

I MOTIVI DELLA DE-DOLARIZZAZIONE

Lo scopo di questa politica economica è quello di “sganciarsi” dal dominio del dollaro che al momento è la moneta con la quale avviene il 75% delle transazioni commerciali russe. Il azzardo è che, dopo le pesanti sanzioni economiche nei confronti di Mosca, nuovi provvedimenti analoghi possano indebolire ulteriormente l’economia del Paese. Un timore che non vuole correre neppure la Cina, alle prese con una guerra dei dazi senza una soluzione all’orizzonte. Non a caso il presidente Xi Jinping ha appena presentato ricorso alla World Trade Organization, l’organizzazione mondiale del commercio, contro le nuove tariffe imposte dal capo della Casa Bianca Donald Trump su prodotti Made in China.

LA COSTRUZIONE DI UN ASSE CINO-RUSSO

L’asse Mosca-Pechino, in chiave anti-dollaro non è un segreto. Lo scorso novembre i due Paesi ipotizzarono persino di avviare un sistema di scambi commerciali tramite le proprie valute nazionali (riconoscendo l’uso di carte di credito russe in Cina e di quelle cinesi in Russia), congelando poi il progetto perché prematuro. In occasione dell’ultimo Forum economico di San Pietroburgo dello scorso giugno, però, Putin ha dichiarato che è arrivato il momento di «ripensare il ruolo del dollaro, che è diventato uno strumento di pressione da parte dei suoi emittenti in tutto il mondo». Il capo del Cremlino ha anche citato il caso Huawei, come modello di una battaglia commerciale condotta da Trump contro possibili concorrenti e per un dominio dei prodotti Made in Usa, parlando di tentativo di «monopolizzare la nuova ondata tecnologica». Parole alle quali Xi Jinping è risultato molto sensibile, come conferma la riduzione di Pechino degli scambi in dollari, passando dal 75,1% del 2018 al 45,7% di quest’anno. In crescita, invece, quelli con l’euro (37,6%), segno della volontà di allargare il “fronte anti-dollaro”.

GLI ALTRI PAESI CHE TRARREBBERO VANTAGGIO

Nell’altalena dei rapporti tra Ankara e Washington (ciclicamente tesi anche nella gestione della crisi in Siria), il presidente turco Recep Tayyp Erdogan già nel 2018 aveva proposto al G20 di sostituire il dollaro con l’oro. «Con la moneta Usa il mondo è sempre sotto pressione per i cambi», disse in quell’occasione. «Dobbiamo salvare i Paesi da questa condizione». Una mossa che avvantaggerebbe il suo Paese, alle prese con una lira turca molto debole, ma non solo. Anche stati come Polonia e Ungheria, che rientrano nella sfera degli euroscettici e sono più vicini al confine russo, hanno iniziato di attuale ad acquistare oro. Non solo. Anche l’Iran avrebbe molto da guadagnare in un sistema di scambio dollar free che consentirebbe di aggirare le sanzioni statunitensi contro il nucleare. L’idea di poter fare a meno, o quantomeno ridurre la dipendenza dalla banconote statunitensi, però, alletta anche qualche partner europeo, a partire dalla Francia. Il presidente Emmanuel Macron, infatti, non ha fatto mistero di valutare un sistema che possa ridurre l’impatto dei dazi Usa sulle esportazioni francesi di acciaio e alluminio, già duramente colpite dalle tariffe decise da Trump. Nel novero di chi si avvantaggerebbe di una riduzione degli scambi tramite dollari rientra l’India (sesta economia al mondo), che ha già stretti accordi con la Russia per utilizzare rubli nelle transazioni tra i due Paesi.