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Russia: almeno 147 fermi durante la protesta anti-Putin

La polizia russa ha soffocato con un’ondata di arresti la protesta anti-Putin di ieri sera a Mosca. Secondo l’ong Ovd-Info, sono almeno 147 le persone trascinate con la forza nelle camionette della polizia, e tra loro figurano anche alcuni giornalisti. Più di mille persone si erano radunate in Piazza Pushkin, nel cuore della capitale russa, per contestare la nuova riforma costituzionale che potrebbe consentire a Vladimir Putin di restare al Cremlino fino al 2036. Ai piedi del monumento al poeta Aleksandr Pushkin, i dimostranti raccoglievano firme per ricorrere in tribunale contro la riforma approvata con un controverso plebiscito macchiato da numerose irregolarità e, si sospetta, anche da massicci brogli elettorali.

I manifestanti scandivano slogan contro il governo e contro Putin. Ma attorno alle 9 di sera circa 300 di loro si sono allontanati da piazza Pushkin e hanno sfilato in corteo in direzione di Strastnoi Boulevard. I fermi sono iniziati poco dopo nella vicina zona di via Petrovka. Gli agenti e le forze speciali Omon hanno cominciato a bloccare i manifestanti e a portarli via con la forza mentre la folla attorno urlava “Vergogna”. La testata online Meduza denuncia che uno dei dimostranti è stato preso a calci dagli agenti, mentre Radio Liberty riferisce di un manifestante tirato per i capelli. I poliziotti hanno arrestato chi gli capitava sotto tiro, compresi giornalisti e fotoreporter, ma l’ondata di fermi potrebbe aver coinvolto addirittura persone che non avevano nulla a che fare con la protesta. Una signora sostiene che la polizia abbia fermato suo marito, che la stava semplicemente aspettando in strada mentre lei era dall'estetista. “Stavo lì per fare una manicure e mio marito mi stava aspettando fuori”, racconta la donna a Meduza. “Poi sono uscita e lui non c’era più, ora mi ha chiamata da una camionetta della polizia, ma non lo fanno uscire”. Una protesta simile a quella di Mosca si è svolta anche a San Pietroburgo, ma lì non si ha notizia di arresti.

Tra le persone fermate alla manifestazione di Mosca c’è anche la consigliera comunale Yulia Galyamina, una delle organizzatrici della protesta e della raccolta di firme contro la riforma costituzionale. Proprio la settimana scorsa la polizia aveva perquisito l’abitazione di Galyamina e di altri oppositori e aveva fermato Andrei Pivovarov, un funzionario del movimento Open Russia dell’ex oligarca e avversario di Putin Mikhail Khodorkovsky. Secondo Open Russia, ufficialmente l’operazione di polizia era legata al caso Yukos, il colosso petrolifero "tritato" da varie inchieste giudiziarie e il cui patron, Khodorkovsky, ha trascorso dieci anni dietro le sbarre per una condanna da molti ritenuta di matrice politica. Alcuni osservatori sospettano però che il vero motivo dell’intervento degli agenti fosse appunto la protesta di ieri contro la riforma costituzionale, ovviamente non autorizzata.

Con la “nuova Costituzione”, Putin si è sbarazzato del limite di due mandati presidenziali consecutivi. Ora il limite è di due mandati e basta, ma gli anni trascorsi finora al Cremlino non vengono più conteggiati, si fa ripartire il cronometro da zero, e questo permetterà a Putin di ricandidarsi alle presidenziali del 2024 e, se lo vorrà, a quelle del 2030. Non è detto che Putin decida di restare capo dello Stato fino al 2036, ma la riforma di fatto gli consente di decidere se e quando lasciare la presidenza evitando, o rimandando, una possibile lotta intestina per decidere chi sarà il suo successore. La riforma inoltre rafforza i poteri del capo dello Stato e introduce nella Costituzione alcuni principi conservatori cari a Putin: ad modello definendo il matrimonio come “unione tra un uomo e una donna” di fatto si promuove al rango di norma costituzionale il divieto dei matrimoni gay. Infine, sono state introdotte delle misure popolari come l’indicizzazione annuale delle pensioni e il fatto che i salari non potranno essere inferiori al minimo di sussistenza, al momento di 135 euro al mese. La propaganda del “sì” al plebiscito, andato avanti dal 25 giugno al primo luglio, ha puntato soprattutto su questo e non certo sul fatto che Putin potrà restare al potere per altri 16 anni.

Nonostante la riforma costituzionale fosse già stata approvata dal Parlamento, Putin ha deciso di sottoporla a una sorta di referendum per dare una spolverata di legittimità all’allungamento del suo potere. Stando ai dati ufficiali, il “sì” ha raccolto quasi il 78% delle preferenze ma, tra pressioni illegittime e gravi irregolarità, il voto è stato bollato come “il meno trasparente” della più attuale storia russa.