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Russia e Turchia si sfidano a Idlib. L’Onu: “500 mila bambini sfollati”

A Mosca i colloqui fra Turchia e Russia falliscono e Recep Tayyip Erdogan torna a paventare una «azione militare» a partire «dalla fine di febbraio» per riconquistare i territori perduti dai ribelli siriani in seguito all’offensiva governativa in provincia di Idlib e nell’hinterland occidentale di Aleppo. In due mesi, dal 19 dicembre, l’esercito di Bashar al-Assad ha ripreso quasi 3000 chilometri quadrati di territorio, ottenuto il controllo totale dell’autostrada Damasco-Aleppo per la prima volta dal 2018, e dato respiro alla metropoli del Nord, il motore economico e industriale della Siria, tanto che ieri sono ripresi anche i voli interni con la capitale, sospesi da otto anni.

Una marcia verso la «vittoria finale» che è costata però cara alle popolazioni. L’alto commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet ha denunciato ieri un «orrore e una crisi umanitaria senza precedenti», con 300 civili uccisi dall’inizio dell’anno, il «93% dalle forze siriane e russe». L’Unicef precisa che da dicembre più di 500 mila bambini sono stati sfollati, e «decine di migliaia vivono in tende, all’aperto, tra freddo e pioggia». I colloqui russo-turchi puntavano almeno a un cessate-il-fuoco immediato ma sono naufragati su una doppia intransigenza. Mosca non intende ritirarsi dai territori riconquistati mentre Ankara chiede il ritorno sulle linee di partenza.

Su Idlib Erdogan sembra irremovibile. Putin gli ha offerto una «fascia di sicurezza» profonda 15-20 chilometri, come nel Nord-Est, ma il leader turco ha rifiutato. Poi, in un discorso pubblico, ha alluso di nuovo ai sogni neo-ottomani. La Turchia, ha spiegato, non può essere confinata negli «attuali 780 mila chilometri quadrati: Misurata, Aleppo, Homs, Hasakah sono fuori dalle nostre frontiere attuali» ma sono compresi «nei nostri limiti emotivi e fisici, sfideremo che vuole limitare la nostra storia agli ultimi 90 anni». È la rivendicazione di una fetta di Siria ben maggiore di Idlib. Finora, in tre operazioni, esercito turco e ribelli siriani hanno occupato i distretti di Afrin, Al-Bab, Tall Abyad, Ras al-Ayn, circa 10 mila chilometri quadrati. A questi vanno aggiunti i due terzi della provincia di Idlib, altri 4 mila. Qui però il controllo turco è limitato e spetta piuttosto a una pletora di gruppi jihadisti che hanno trasformato la provincia in un «emirato afghano», con cartelli ovunque contro la democrazia, gli sciiti, il fumo, l’alcol e le donne senza velo. Oltre ad Hayat al-Tahrir al-Sham (Al-Qaeda), ci sono il Partito islamico turkmeno, composto da uiguri cinesi, la Katiba al-Tawhid wa al-Jihad, che raggruppa gli uzbeki, e poi ceceni, kazaki e altri foreign fighters.