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Petrolio, continua il crollo dei prezzi Arabia e Russia rilanciano la guerra

Le quotazioni del petrolio sono rimaste sotto pressione, dopo il tonfo di lunedì che ha portato il Wti texano sotto lo zero, a meno 37 dollari al barile, un prezzo surreale dovuto all’impossibilità di stoccare l’eccessiva produzione. Ieri il greggio statunitense è risalito fino a 5 dollari per i “futures” di maggio ma è crollato del 52,33 per cento, a 9,74 dollari, per quelli con scadenza a giugno. E anche il Brent, qualità di riferimento per i mercati euroasiatici, e per l’Italia, è sceso per la prima volta da vent’anni sotto i 20 dollari.

A pesare è lo stop ai trasporti imposto dall’epidemia di coronavirus. Ma influisce anche la guerra sotterranea fra Arabia Saudita e Russia. Nonostante l’accordo per tagliare la propria produzione a 8,5 milioni di barili al giorno a partire da maggio, dai quasi 11 milioni di adesso, Riad e Mosca sono ancora impegnate a strapparsi quote di mercato a colpi di sconti, e così deprimono i prezzi.

Le tensioni sono precedenti alla crisi del Covid-19 e sono esplose nella rottura alla riunione dell’Opec del 4 marzo, quando i sauditi hanno aperto i rubinetti e innescato il collasso. Il terreno principale di scontro è l’Asia. I russi hanno appena lanciato l’oleodotto Espo che li collega direttamente alla Cina e, via il terminal di Kozmino, a Corea e Giappone. Hanno assimilato un vantaggio strategico con costi di trasporto più bassi rispetto alle spedizioni via mare. I sauditi hanno subito reagito con sconti aggressivi, fino a 5 dollari in meno rispetto alle quotazioni di mercato, e li hanno allargati anche all’India. Ma devono affittare superpetroliere, a prezzi sempre più alti in questo periodo di eccesso di stoccaggio. Dalla loro hanno però le più basse spese di estrazione al mondo, appena 3 dollari per un barile contro i 18 dei russi.

La battaglia si è poi spostata in Europa. Riad ha concluso accordi con la Polonia, dove ad aprile ha esportato 560 mila tonnellate, circa 100 mila barili al giorno. Varsavia, in compenso, non ha importato neanche un barile del greggio di alta qualità russo, l’Ural. La compagnia di Stato saudita Aramco è sempre più aggressiva, consente ai clienti europei di pagare a 90 giorni dalla consegna, punta a recuperare terreno in Italia, Francia e Germania e persino negli Stati Uniti.

Il costo di estrazione per lo “shale oil” americano è più alto, fra i 43 e i 53 dollari, e secondo Artem Abramov, analista della Rystad Energy, ci sono «533 compagnie che rischiano la bancarotta con quotazioni sotto i 20 dollari». I sauditi hanno aumentato il loro export negli Usa a 600 mila barili al giorno, il massimo da due anni, ma hanno ricevuto un netto stop da Donald Trump. Il presidente Usa ha minacciato di bloccare l’import per proteggere la propria industria petrolifera.