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Negato al reduce di Russia morto a 99 anni il funerale alpino. Il dramma di morire soli ai tempi del coronavirus

Tenevano sempre le valigie pronte. Il ritorno dall’inferno - che fosse la Russia o un campo di concentramento - aveva insegnato loro che il peggio non è morire. Ma attraversare, soli e sperduti, il confine. Per questo hanno sperato che la vita li ripagasse almeno di una buona morte. Le culture contadine, quelle che abbiamo messo via, la chiamavano «l’ultima madre». E’ quella che accompagna: con i suoi riti e un cordone ombelicale di volti e affetti.

Tommaso Chiera, 99 anni, è morto a Ceva il giorno di Pasqua in un reparto Covid. Era andato in guerra che era ragazzo. Mandato a morire in Russia, è stato uno dei pochi della sua generazione a fare ritorno. Settantacinque anni dopo il virus lo ha condannato ad andarsene dalla porta di servizio. Dopo un’ansia solitaria lunga venti giorni.

Che triste epilogo. La guerra, diceva chi l’ha fatta, non te la togli mai di dosso. Pure con la morte, quando l’hai vista in faccia, impari a conviverci. E in qualche modo a preparare bagagli leggeri. Per questo Tommaso Chiera aveva condiviso coi nipoti il suo ultimo desiderio. I parenti hanno detto: «Ha vissuto una vita semplice. Sognava l’onore di un funerale alpino».

Fra loro, gli alpini, usano un’immagine che sembra una carezza per salutare chi se ne va. Dicono «è andato avanti». Non prima però che la terra gli sia lieve. A questo servono i riti: a dirsi addio come si deve. Il male di oggi ci ha restituito, invece, la terra di neppure uno.

Che lezione: il nostro mondo, fatto di separazioni e individui liberi e soli, di continui mari aperti, ora che è privato della dimensione del lutto riscopre il senso del limite. E il disperato bisogno di non morire soli. Forse l’avevamo soltanto dimenticato. In fondo ci siamo scoperti umani quando abbiamo iniziato a seppellire i morti. Da lì parte il senso di quel che siamo.

Per questo gli esperti avvertono: non sarà cosa semplice da superare. Per chi va, certo. Ma anche per chi resta. Pure per medici e infermieri. Sono loro gli ultimi ponti tra dentro e fuori: mentre per le loro mani passano brevi telefonate di addio raccolgono decine di disperati testamenti d’amore. Non ci si libera facilmente della morte degli altri. Psicologi e terapeuti sono al lavoro per intervenire.

Come Marco Del Ry, per 25 anni ufficiale medico d'emergenza nei reparti speciali in Marina e poi psicoanalista junghiano. Ha preso servizio in ospedale a Mondovì per sostenere i familiari dei morti Covid. E al bisogno, i colleghi. «Non siamo mai preparati ad ammettere morte e sofferenza - dice- e in questo tempo occorre sopperire alla mancanza di riti e della adiacenza di amici e parenti che normalmente si uniscono intorno alla famiglia. Il sostegno psicologico, in questa fase, ha una funzione estremamente importante.La vita ci chiama a prove amare a cui non è possibile sottrarsi. Possiamo però provare a renderle quantomeno più sopportabili».

Mentre chi resta fuori ha iniziato a prendersi cura dei cimiteri, pure loro chiusi e sigillati come gli ospedali. Le nostre piccole Spoon River: alpini, Protezione civile, sindaci, volontari, tutti sono al lavoro per riportarne in vita le croci.