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18 marzo - Elezioni presidenziali in Russia

Il 18 marzo, la Russia sarà chiamata alle urne per eleggere il proprio Presidente. Il grande favorito è l’inquilino uscente del Cremlino, Vladimir Putin, che si appresta così, alla soglia dei 66 anni, ad ottenere il suo quarto mandato al vertice dello Stato. In questo modo, se si considerano le due parentesi come Primo Ministro (1999-2000 e 2008-2012) e la durata sessennale del mandato presidenziale, Putin si appresta a governare il Paese fino al 2024, vale a dire quando avrà 72 anni, e a diventare il secondo più longevo leader nella storia della Russia post-zarista, grazie ai 25 anni ininterrotti al potere, superando così Leonid Breznev (18 anni, dal 1964 al 1982) e mettendosi in scia di Josif Stalin (29 anni, dal 1924 al 1953).  

L’esito delle consultazioni elettorali non riserverà particolari sorprese, visto il dominio incontrastato della figura di Putin nello scenario politico nazionale e alla luce della mancanza di un’opposizione credibile in grado di contrastare il Presidente. Infatti, a contendere il soglio del Cremlino a Putin ci sono personalità tutto sommato periferiche della vita pubblica russa, a cominciare dai leader nazionalisti Vladimir Zhirinovsky e Sergey Baburin fino al candidato del Partito Comunista Pavel Grudinin, dalla star televisiva Ksenia Sobchak, figlia di Anatoly Sobchak, padrino politico di Putin ai tempi di San Pietroburgo, fino ai liberali di Grigory Yavlinsky. Nel complesso, si tratta di un’opposizione cosmetica, consentita dal Cremlino poiché consociata ai meccanismi di gestione del potere e non eccessivamente critica verso l’establishment. Le vere voci di dissenso, a cominciare dal blogger anti-corruzione Alexey Navalny, risultano confinate a sfere selettive della società civile, soprattutto la media borghesia urbana delle grandi città occidentali, e risultano bandite da forme di partecipazione politica strutturata o istituzionale. In questo senso, sebbene non paragonabile alla vecchia metodologia sovietica per numeri e strumenti, la macchina della censura e della repressione del Cremlino continua ad agire in maniera oliata e inflessibile, soffocando sul nascere qualsiasi manifestazione che, anche potenzialmente, possa costituire una minaccia agli equilibri del sistema di potere. A riguardo, l’uso spregiudicato e politicamente motivato della magistratura adottato dal Cremlino proprio contro Navalny, mitigata eco di quanto accaduto con Mikhail Khodorkovsky nei primi anni 2000, rappresenta un modello di tale meccanismo di soffocamento delle istanze anti-sistema.  

In ogni caso, non bisogna sottostimare il sostegno bulgaro di cui godono Putin e il suo “politburo”, frutto di diversi fattori, inclusi l’ordine sociale e la sicurezza ristabiliti dopo la crisi degli anni ‘90, la vittoria nelle Seconda Guerra di Cecenia, la creazione ingegneristica di un consenso cooptato con il rilancio della retorica grande-russa, dell’unità nazionale e di un ritrovato prestigio e peso internazionali, tutti elementi che sembrano soddisfare la pancia della Russia, Paese che condivide molte delle sensibilità elettorali occidentali ma che, sotto altri aspetti, ha una piramide valoriale e di interessi profondamente diversa da quella europea.  

Tuttavia, nonostante la tenuta della mitologia statalista quale collante della società, la pancia del Paese comincia a rumoreggiare, spaventata dall’esiguità del tasso di crescita economica e dalla mancanza di adeguate misure di rilancio e differenziazione dell’apparato produttivo, ancora troppo legato all’industria pesante ed energetica e, dunque, esposto alle vulnerabilità degli shock del mercato internazionale. Come se non bastasse, salgono in maniera sempre più pressante le richieste popolari di una maggiore democratizzazione del sistema politico, al momento imbrigliato nello schema della cosiddetta “democrazia guidata” o “democratura”. In sintesi, al di là dell’immagine monolitica che desidera offrire all’estero, la Russia continua ad essere un Paese attraversato da faglie di instabilità sociale non trascurabili.  

In un simile contesto, il Presidente russo dovrà fare i conti con i costi di una politica estera variegata e conflittuale, gestita con equilibrio tattico ma forse eccessivo avventurismo strategico. Infatti, abile nel completare i vuoti lasciati da Europa e Stati Uniti, il Cremlino ha saputo inserirsi in quei tavoli mediorientali e nord africani nei quali è stato uno giocatore di secondo piano per almeno 15 anni. Se oggi Putin ha avuto il coraggio e l’avventatezza di dichiarare sconfitto Daesh in Siria, domani dovrà necessariamente confrontarsi con l’ardua sfida della riedificazione e della stabilizzazione di un Paese lacerato da anni di guerra civile in un’area in continuo ribollire. Una sfida non facile, soprattutto in virtù delle tradizionali difficoltà che la Russia ha incontrato, in patria e all’estero, quando bisognava passare dalle azioni militari in senso stretto a quelle di pacificazione sociale e politica. Tale opera di riedificazione non può tralasciare dal dialogo con i partner internazionali, dalla Cina all’Iran, dall’Europa agli Stati Uniti, in un momento storico dove i rapporti con Pechino e Teheran sono buoni, mentre quelli con Washington e le cancellerie europee sono segnati da una stringente conflittualità e dall’ombra della costante e aggressiva strategia ponderata di cyber warfare, riarmo nucleare, guerra politica e destabilizzazione dell’Ucraina.  

Inoltre, in prospettiva, Putin dovrà necessariamente cominciare confrontarsi con il dossier della sua successione. Le possibilità sarebbero sostanzialmente tre: continuare a governare, come Primo Ministro, dopo il 2024 attendendo le elezioni presidenziali del 2030; specificare un delfino che ne raccolga l’eredità dopo il 2024; pensare un modello di direzione collegiale per mitigare i rischi legati all’eccessivo ammassamento di poteri nelle mani di un solo uomo. La prima possibilità appare residuale e rischiosa, visto che Putin dovrebbe esercitare il ruolo di capo del Consiglio dei Ministri, ben più stancante di quello di Presidente, tra i 72 e i 78 anni, salvo poi tornare al Cremlino e governare fino agli 84 anni. La seconda possibilità appare la più misteriosa e imprevedibile, poiché tradizionalmente, nella storia russa, i successori dei leader longevi emergono all’ultimo momento per evitare di bruciarsi troppo presto nella corsa alla successione. Dunque, se un successore c’è, il mondo ancora lo ignora. Infine, la terza possibilità è quella confortata dall’analisi del trend. Infatti, in Russia, dopo lunghe stagioni di potere di un leader carismatico, l’establishment è sempre stato incline a creare sistemi collegiali e conservatori, solitamente spalancando le porte a lunghe stagioni di stagnazione.  

L’Europa e gli Stati Uniti, a tal proposito, dovrebbero cominciare a considerare le possibilità di gestione del prossimo mandato di Putin e, contestualmente, pensare al futuro dei rapporti con il Cremlino, quando tra le sue stanze passeggerà un nuovo padrone.