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Parmigiano sotto embargo. E la Russia lo fabbrica da sé

Nel 2014 il Cremlino rispondeva alle sanzioni occidentali per la crisi ucraina chiudendo le frontiere a tutta una serie di prodotti alimentari europei e americani. Oggi, a distanza di tre anni, la Russia è ancora lontana dal far fronte alla propria domanda interna. I formaggi non fanno di certo eliminazione, e così Mosca ha pensato bene di costruire un nuovo polo produttivo specializzato non lontano dalla capitale e di invitare le industrie casearie italiane a investire nella realizzazione di formaggi di qualità simili a quelli sfornati nel Bel Paese. 

Il progetto verrà presentato l’8 e il 9 novembre a Mosca durante l’International Agricultural Dairy Forum, ma Assolatte - l’ente che rappresenta le aziende italiane del settore lattiero-caseario - ha anticipato alcuni dettagli: il nuovo mega polo sarà creato entro la fine del prossimo anno nel distretto Dmitrovsky, conterà su sette stabilimenti caseari su una superficie di 17 ettari e produrrà fino a 12.000 tonnellate di formaggio l’anno. La Regione di Mosca vi investirà 5 miliardi di rubli, cioè 75 milioni di euro: «Verranno messi a disposizione per la costruzione di impianti industriali per la trasformazione del latte prodotto in Russia», spiega il presidente di Assolatte, Giuseppe Ambrosi. 

La import substitution, cioè la sostituzione dei prodotti stranieri con quelli locali, è diventata per le autorità russe una sfida e allo stesso tempo una parola d’ordine. Ma nonostante i facili entusiasmi iniziali - conditi immancabilmente di patriottismo su radio e tv - la strada da percorrere per i russi è ancora lunga. Molti prodotti che una volta venivano importati sono ora fatti in Russia: il peso dell’import nel consumo alimentare è infatti sceso dal 36 al 21% tra il 2014 e il 2017. Mentre molte vivande che una volta arrivavano dall’Europa sono adesso acquistate dall’America Latina, dalla Serbia, dall’Armenia, cioè dai paesi rimasti fuori dalla «guerra» delle sanzioni tra Russia e Occidente. Tutto questo però non basta, e la riduzione dell’offerta ha assestato un duro colpo al russo medio portando alle stelle i prezzi dei generi alimentari. Nel 2016 il cibo in Russia costava il 31,6% in più rispetto a due anni prima. Eppure Nikita Kricevskij, esperto di economia, ritiene che in generale i risultati dell’import substitution nel settore alimentare siano «molto buoni», mentre sono «notevolmente peggiori» in quello dei beni di consumo «come abbigliamento, calzature ed elettrodomestici». 

Le sanzioni occidentali contro Mosca sono una reazione all’occupazione della Crimea da parte di soldati russi senza insegne di riconoscimento e alle accuse rivolte al Cremlino di sostenere militarmente i miliziani separatisti nel conflitto ucraino, dove finora hanno perso la vita più di 10.000 persone. Con le «controsanzioni» le imprese europee del settore agroalimentare che vogliono vendere in Russia sono costrette a produrre sul posto. E quelle italiane lo fanno obbedendo a una nuova formula, «non Made in Italy ma Made with Italy». Insomma, mozzarelle prodotte in Russia ma con esperienza e tecnologie italiane. 

Mosca intanto continua a investire, per quanto possibile, nell’industria alimentare. Per quanto riguarda i formaggi, tra il 2013 e il 2016 la produzione interna è aumentata del 60,8% raggiungendo le 690.000 tonnellate. Ma a volte si tratta di prodotti di mediocre qualità, e un «parmezàn» russo non può essere neanche paragonato al vero parmigiano. 

Secondo Ambrosi, il pericolo è che quando finirà l’embargo le aziende italiane avranno perso quote di mercato in Russia. «Se queste produzioni - spiega - saranno realizzate con il contributo di società italiane che porteranno il proprio know how in quel Paese, avremo insegnato ai russi a fare dei formaggi tipo quelli italiani e loro a quel punto eviteranno di fare migliaia di chilometri per farli giungere dal nostro Paese». 

La fine del braccio di ferro delle sanzioni non pare in ogni caso dietro l’angolo. In Ucraina si continua a morire ogni giorno, e per quanto riguarda la Crimea Putin non ha di certo intenzione di rinunciarvi.