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Testimoni di Geova al bando in Russia. Stavolta arrivano pure i cosacchi

Nel lungo racconto del 1863, I Cosacchi il giovane militare Olenin (alter ego dello scrittore del racconto, Lev Tolstoy) dopo aver assaporato in un primo momento la comunione con la natura del bel paesaggio caucasico e il modo di vivere spontaneo dei cosacchi del villaggio dove è stanziato come militare, decide di tornare alla vita di città. Troppa la differenza tra la vita naturale, a volte selvaggia, virile e ridanciana degli abitanti del posto e i più raffinati modi civili che caratterizzano il retaggio culturale e il sistema di vita urbano della capitale Mosca.

Chissà che considerazioni avrebbe fatto il grande scrittore, difensore di minoranze evangeliche oppresse dal potere zarista del suo tempo, sull’attuale persecuzione dei Testimoni di Geova russi in atto già da alcuni anni.

La mattina del 29 aprile 2020, gruppi di forze di sicurezza armate (FSB) e rappresentanti dei cosacchi locali  (un’organizzazione parastatale in Russia) hanno partecipato alle ricerche di testimoni di Geova residenti nei villaggi vicino alla città di Krasnoda, nella Russia meridionale. Gli agenti e i cosacchi hanno fatto irruzione in almeno 9 case perquisendo e interrogando intere famiglie sulle azioni religiose praticate in questi ultimi mesi. Nonostante in Russia il Covid-19 stia seminando sofferenza e morte, gli agenti non si sono preoccupati di rispettare i distanziamenti sociali ne hanno avuto l’accortezza di indossare dispositivi di sicurezza, esponendo al azzardo di contagio le famiglie visitate. Sono state sequestrate Bibbie in varie versioni e libri editi non solo dai Testimoni di Geova. Ma non solo. Sono stati portati via anche tablet e computer usate dai ragazzi per la didattica scolastica a distanza che si tiene online anche nella Federazione. Non era la prima volta che la polizia interveniva nella zona. Nel 2019 c’erano state 36 incursioni in case dei fedeli. Da allora uno dei credenti è ancora in prigione.

Nell’ultimo blitz, un testimone è stato denunciato penalmente sulla base dell’ applicazione della legge sul coinvolgimento delle attività di organizzazioni ritenute estremiste, dato che conversando con un giovane, accennava alla bellezza e “l’attrattiva di servire Geova” ovvero Dio, per i testimoni e altri gruppi cristiani. Il giovane interlocutore si è rivelato poi, un agente in incognito dei servizi speciali russi in una paradossale ed anacronistica emulazione dei metodi degli agenti sovietici del KGB utilizzati per scovare i testimoni di Geova e arrestarli.

Al di là dell’applicazione della Legge antiestremismo ai Testimoni di Geova, contestata universalmente dai governi europei ed occidentali e da numerose istituzioni e associazioni per i diritti umani, i singoli testimoni rivendicano il diritto di praticare il proprio culto come contemplato dall’Articolo 28 della Costituzione Russa che prevede la possibilità di parlare o diffondere il proprio credo. Diritti ribaditi a parole dalle autorità russe anche nelle più alte sedi istituzionali, ma calpestati di fatto dalle continue irruzioni e detenzione ai danni di pacifici cittadini, che in alcuni casi, ricoprono ruoli di primo piano a livello lavorativo e sociale all’intimo della stessa comunità russa.

Nella primavera di 75 anni fa, i soldati dell’Armata Rossa liberarono i prigionieri del lager di Auschwitz e di altri campi e sottocampi. Tra i liberati, anche migliaia di testimoni di Geova che non si erano mai piegati al Nazismo pagando duramente la loro resistenza morale. Molti di loro furono poi oppressi da Stalin e compagni e inviati in gran numero nei Gulag sovietici, in un trend inverso rispetto a quello di Margaret Buber-Neumann prigioniera di Stalin e Hitler. E meno male, verrebbe da dire, che non c’era più Pugacev il cosacco ribelle, descritto magistralmente dal grande scrittore Puškin!

La Storia quando si ripete è prima una tragedia e poi una farsa diceva Marx. Per i testimoni di Geova in prigione, sotto processo, privati del lavoro o picchiati e torturati, più che una farsa è una beffa tremenda. Una specie di trittico del dolore e del male subìto, non per aver commesso qualche reato o perché inosservanti alle leggi, ma per il semplice fatto di possedere e praticare una fede.

“Amo il mio paese e non voglio che i miei nipoti si vergognino della Russia, proprio come mi vergogno oggi dei miei nonni e delle mie nonne per le repressioni staliniste. Proprio come oggi i cittadini tedeschi si vergognano degli anni del dominio nazista “, ha affermato Alexei Miretsky un testimone condannato a due anni di prigione nella sua ultima dichiarazione al processo. Dopo di che ha aggiunto: “Sono sicuro che prima o poi verrà ripristinata la giustizia. Tutti i prigionieri di coscienza sottoposti a umiliazioni, insulti, furti di proprietà, reclusione, saranno assolti e riabilitati, come è stato fatto più di una volta nella storia dell’umanità”. Resta da vedere se e quando si realizzerà la previsione alquanto ottimistica del testimone recluso.