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Russia: la strategia dietro le dimissioni del governo

Anno nuovo, governo nuovo. Il giorno dopo il capodanno ortodosso (il 14 gennaio, secondo il calendario giuliano) il governo russo si è modesto in blocco. Il potere, tuttavia, rimarrà nelle stesse mani. In una mossa “gattopardesca”, l’ormai ex primo ministro Dmitry Medvedev ha decretato lo scioglimento del suo governo per permettere al presidente Vladimir Putin di attuare i cambiamenti costituzionali proposti nel discorso alla nazione poche ora prima. Putin ha infatti proposto modifiche costituzionali che trasferirebbero importanti poteri dalla presidenza al parlamento, nell'ottica di rafforzare quest'ultimo. Inoltre, Putin ha nominato Medvedev vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, organo consultivo presieduto da Putin stesso e che elabora le decisioni presidenziali in materia di sicurezza nazionale. Poco dopo, il presidente ha nominato il successore di Medvedev: Mikhail Mishustin, che ricopriva il ruolo di direttore del servizio tributario della federazione.

Il 20 gennaio, l'Amministrazione presidenziale russa ha poi consegnato alla Duma un documento di 29 pagine contenente le proposte, che il presidente vorrebbe sottoporre al voto popolare tramite un referendum. Gli emendamenti contenuti nel documento corrispondono in buona parte a quelli pronunciati da Putin nel suo discorso: il primo ministro (candidato dalla presidenza) e il suo gabinetto dovranno ottenere una conferma formale da parte della Duma (attualmente, la Duma può solo dare il suo consenso). Tuttavia, si è sicuramente lontani dalla prospettiva di un sistema parlamentare: lo stesso Putin ha dichiarato che la Russia ha bisogno di un presidente forte e che “il passaggio a una repubblica parlamentare è sconsigliabile”. Infatti, l’organo statale che uscirebbe maggiormente rafforzato da questa riforma costituzionale è il Consiglio di Stato, un organo formato da leader regionali e nazionali guidati da Putin, con poteri, al momento, in gran parte cerimoniali. In base alle modifiche proposte, invece, il Consiglio di Stato avrebbe il potere di "stabilire le direzioni principali della politica interna ed estera della Federazione Russa e le aree prioritarie di sviluppo socioeconomico". L'organo sarebbe sempre guidato dal presidente, sebbene gli emendamenti proposti non diano indicazioni su come si svolgerà tale processo.

Nonostante i dubbi sull’attuazione di queste misure costituzionali rimangano ancora tanti, gli ultimi sviluppi sembrano gettare un po’ di luce sulla strategia del Cremlino per permettere a Putin di rimanere al potere oltre il 2024, anno in cui finisce il suo attuale – e ultimo, secondo quanto prescrive la costituzione russa – mandato. Mentre ci sono pochi dubbi sul fatto che Putin voglia restare al potere, il vero enigma sembra essere come si giungerà a tale risultato. Gli scenari e le speculazioni, in Russia come altrove, abbondano. Delle molte teorie in circolazione, probabilmente la più surreale (almeno agli occhi di molti osservatori occidentali) è quella che vedrebbe Putin rinunciare alla presidenza della Federazione Russa, ma solo per diventare presidente di un’entità ancora più grande: l’unione statale tra Russia e Bielorussia. I due paesi sono già notevolmente integrati: entrambi sono membri dell’Unione Economica Eurasiatica, in virtù della quale condividono un'unione doganale, e Mosca conduce regolarmente importanti esercitazioni militari sul territorio bielorusso. Per tutto il 2019, membri dei governi bielorusso e russo hanno lavorato su 31 road map aventi l'obiettivo di giungere a un accordo di integrazione “profonda”, che si sarebbe dovuto firmare l'8 dicembre, 20° anniversario della firma del trattato dell’Unione Statale. Tuttavia, nessun documento finale è mai stato firmato. Anzi, le discussioni sulle forniture e prezzi di petrolio e gas hanno causato una parziale interruzione dei rifornimenti dalla Russia, portando la compagnia petrolifera bielorussa Belneftekhim a iniziare ad importare petrolio greggio dalla Norvegia. Inoltre, il 7 gennaio la Bielorussia ha firmato un accordo di semplificazione delle procedure per il visto con l'Unione europea che entrerà in vigore a giugno, mossa che avvicina Minsk a Bruxelles. 

Saltata l’“opzione bielorussa”, sembrano venire meno anche altre due ipotesi per la successione: quella secondo cui Putin avrebbe cercato un fedele successore e avrebbe continuato a governare dietro le quinte (l'“opzione kazaka”) e quella per cui Putin avrebbe fatto di nuovo uno “job swap” con Medvedev, come nel 2008. Ad oggi, infatti, sembra che cambiare la costituzione resti ancora una volta la via più semplice. Ma invece di eliminare semplicemente il vincolo che impedisce un terzo mandato consecutivo – mossa che verrebbe additata come palesemente autocratica – Putin ha deciso di plasmare le condizioni per restare al potere anche rivestendo una posizione che non sia quella presidenziale, dando al tutto una parvenza di legittimità e di espressione della volontà popolare (da qui il rafforzamento del potere della Duma e la proposta di indire un referendum per votare gli emendamenti costituzionali). 

Perché ora? La crescente insicurezza economica in Russia, i recenti disordini politici e la scarsa fattibilità delle altre opzioni per la successione hanno probabilmente portato il Cremlino a pensare di dover presentare un'immagine di stabilità e continuità politica. Il processo della successione è ancora in corso e non è ancora chiaro esattamente quale sarà la via scelta (Putin guiderà il Consiglio di Stato senza essere presidente o creerà un’altra istituzione? Un successore verrà designato in un secondo momento?). Ma pochi, al momento, dubitano che la stabilità, in Russia, porta il nome di Vladimir Putin.