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Gli USA e il mondo: che fare con la Russia?

Il confronto tra Stati Uniti e Russia ha condizionato, per decenni, gli equilibri geopolitici mondiali. Alternando fasi di conflitto ad altre di distensione, Washington e il Cremlino hanno alimentato ognuno la propria retorica e influenza sulla politica internazionale e le relazioni tra stati. E se l’inchiesta sulla collusione tra Trump e la Russia nelle elezioni del 2016 non ha fornito prove, non ha comunque escluso del tutto il coinvolgimento di Mosca nella sua ascesa alla Casa Bianca. Cosa cambierà, nelle relazioni tra le due superpotenze, dopo le presidenziali 2020?

Prosegue la serie di Focus, in uscita ogni mercoledì, con cui ISPI approfondisce i principali dossier di politica estera che hanno segnato i 4 anni di presidenza Trump, provando a farne un bilancio e a tracciare alcuni scenari futuri.

Stati Uniti e Russia ieri: guerra, pace, reset

Nella mente degli americani, il rapporto con la Russia è stato definito per decenni dal linguaggio della Guerra Fredda: dall’articolo di “Mister X” su Foreign Affairs del 1947 in cui l’anonimo autore (poi rivelatosi George Kennan, diplomatico americano a Mosca) teorizza la necessità di contenere l’espansionismo sovietico, al ponte aereo su Berlino ovest del 1961; dalla “caccia alle streghe” durante il maccartismo degli anni ‘50, alle fasi di distensione e riduzione degli armamenti durante la presidenza di Ronald Reagan. Dal 1945 al 1991, il mondo era diviso in due blocchi, due sfere di influenza l’un contro l’altra armate: gli USA da un lato e l’Unione Sovietica dall’altro. Quando la cortina di ferro si sgretolò, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del novecento, gli Stati Uniti si ritrovano improvvisamente l’unica superpotenza rimasta. La Guerra Fredda era finita e l’America era chiamata a ritagliarsi un nuovo ruolo sulla scena internazionale: si parla di “momento unipolare” per gli americani e l’apparente trionfo delle democrazie occidentali porta alcuni a teorizzare addirittura la “fine della storia”.

 dal potere di Slobodan Milošević in Serbia.

Durante la presidenza di George W. Bush, tuttavia, le relazioni tra le due superpotenze entrano di nuovo in crisi. La Russia alza i toni, accusando Washington di interferire nella sua sfera di influenza sostenendo movimenti pro-democrazia e filo-occidentali in Georgia e Ucraina e accogliendo nella NATO i paesi baltici e dell’Europa centro-orientale. Gli USA rispondono riaffermando la sovranità dei paesi dell’ex Patto di Varsavia e condannando l’intervento militare russo in Georgia nel 2008. L’anno è quello dell’elezione di Barack Obama, che durante il suo primo mandato tenta un Russian Reset con il nuovo presidente russo Dmitrij Medvedev: Washington apre alla Russia le porte dell’Organizzazione mondiale del commercio e firma un nuovo trattato sulla riduzione delle basi missilistiche. La cosiddetta Rivoluzione Arancione e la conseguente annessione della Crimea nel 2014 mettono però la parola fine al tentativo di distensione: gli USA e i suoi alleati espellono la Russia dal G8 e la Casa Bianca inizia a imporre sanzioni economiche contro Mosca, spingendo l’Europa a seguire il suo modello.

L’annessione della Crimea, così come l’intervento militare russo in Siria a sostegno del regime di Bashar al-Assad e le operazioni di “guerra ibrida” eseguite in tutto il mondo, sono per Washington la conferma che la Russia post-sovietica, nonostante non possa rivaleggiare con gli Stati Uniti quanto a spese militari (vedi grafico), rimane un avversario e una fonte di instabilità internazionale; tanto che la National Defense Strategy del 2018 la indica come il pericolo maggiore per gli USA insieme alla Cina. Alla fine del secondo mandato di Obama, i rapporti bilaterali sono a un minimo storico. La diffidenza è reciproca non soltanto nei circoli politici delle due capitali, ma anche tra i cittadini dei due paesi. A sparigliare nuovamente le carte sarà nel 2016 l’arrivo di un nuovo, imprevisto inquilino alla Casa Bianca: Donald Trump sembra cercare l’amicizia di Putin e Mosca e promette di usare le proprie abilità di negoziatore per avviare un nuovo corso nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la potenza eurasiatica.

Il rapporto USA-Russia al tempo di Trump: schizofrenia a Washington?

Sul dossier russo, la presidenza Trump è macchiata da un “peccato originale”: le interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali, dimostrate dall’intelligence americana e confermate dall’indagine del procuratore speciale Robert Mueller. Nonostante l’ostilità verso Mosca condivisa da entrambi i partiti al Congresso e da figure chiave del Dipartimento di Stato, del Pentagono e dell’amministrazione americana, Trump mantiene però un atteggiamento di apertura verso il Cremlino. Il presidente ha più volte invitato i membri del G7 a riammettere la Russia nel gruppo, ha sostenuto che la NATO - pilastro della deterrenza europea verso Mosca - sia obsoleta, ha indicato Mosca come un potenziale alleato nella lotta al terrorismo internazionale e, più di attuale, si è rifiutato di prendere posizione sull’avvelenamento dell’oppositore russo Alexei Navalny. A spiegare l’attitudine del presidente contribuisce secondo molti anche un elemento personale: l’apparente fascinazione subita da Trump nei confronti di un leader forte e autoritario: Vladimir Putin.

La dissonanza tra le convinzioni del presidente e l’opinione pubblica americana arriva al culmine con il summit di Helsinki nel luglio 2018, quando Trump dichiara ai giornalisti di credere alle rassicurazioni di Putin sul fatto che non ci sia stata alcuna interferenza russa nelle elezioni che l’hanno portato alla Casa Bianca - un’affermazione che contraddice tutte le prove addotte dall’intelligence USA e accettate dal Congresso. Al di là delle dichiarazioni e delle promesse del presidente, però, resta il fatto che qualsiasi sua iniziativa personale deve scontrarsi contro un fronte bipartisan al Congresso che guarda la Russia con diffidenza. Così, nel 2017 una “super maggioranza” alle due camere costringe il presidente ad autorizzare il rinnovo e l’estensione delle sanzioni contro la Russia. Durante l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti approvano anche il più grande invio di armi all’Ucraina dall’inizio della crisi in Crimea e si ritirano dal trattato INF, uno dei principali accordi di riduzione degli stock missilistici siglati da USA e URSS negli anni Ottanta.

La profonda sfiducia e repulsione degli Stati Uniti verso la Russia di Putin spiega anche le resistenze che i tentativi di distensione di Trump incontrano nei corridoi dell’amministrazione americana e in un parlamento le cui due camere, nei primi due anni di mandato, sono controllate dallo stesso partito del presidente. Un atteggiamento di fatalismo e rassegnazione sembra regnare a Washington sullo stato delle relazioni tra USA e Russia, vista come uno “stato canaglia” impenitente da combattere secondo alcuni, ammettere secondo altri, ma in fondo impermeabile all’influenza statunitense. Alla luce dei sospetti di nuove operazioni in vista del voto del 3 novembre 2020, la questione russa continua ad essere anche un tema di politica interna negli USA - e, come tale, a azzardo inversione di rotta con ogni nuovo inquilino della Casa Bianca.

Quale futuro per le relazioni tra Washington e Mosca dopo novembre?

Trump 2.0: vivi e lascia vivere. In un suo eventuale secondo mandato, il presidente si troverebbe di fronte ad alcuni dossier fondamentali per determinare il corso delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, come ad modello la scadenza nel 2021 del trattato New START concluso da Obama e la definizione di una roadmap per la Siria dopo quasi dieci anni di guerra civile. Secondo una metafora che circola nell’amministrazione Trump, però, se la Russia è un uragano, la Cina è il cambiamento climatico: mentre la prima è una fonte di incertezza e potenziali rischi da gestire nel breve periodo, la vera sfida è quella asiatica. Nei prossimi quattro anni, una nuova presidenza Trump concentrerebbe dunque i propri sforzi nel teatro del Pacifico, relegando il dossier russo tra le questioni secondarie della politica estera USA.

Segnali di un minore interesse statunitense verso l’area post-sovietica sono già evidenti ad modello sulla questione della Bielorussia, sulla quale Washington è rimasta in attesa della soluzione dell’Unione Europea sull’introduzione di sanzioni; una condizione opposta rispetto al caso ucraino, in cui erano stati invece gli Stati Uniti a trainare gli alleati nel rispondere a Mosca. Non è da escludere, infine, che una rielezione di Trump possa garantirgli un capitale politico sufficiente per vincere l’opposizione del Congresso e giungere così a stabilire una sorta di “condominio” europeo con la Russia, accettando una sfera di influenza di Mosca sull’Europa orientale e rinunciando all’allargamento e al rafforzamento della NATO.

Biden: No sympathy for the devil. La visione del candidato democratico della Russia di Putin è stata modellata dai suoi anni nella commissione esteri del Senato e dal suo ruolo nell'amministrazione Obama, in cui era diventato l’uomo di riferimento per Washington sulla gestione dei rapporti con l’Ucraina dopo l’aggressione russa. Esemplificativa del suo atteggiamento verso il Cremlino è stata la sua dichiarazione alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco del 2009, in cui l’allora neo vicepresidente disse che la sua amministrazione non avrebbe riconosciuto alcuna sfera di influenza per nessun paese - un chiaro riferimento alla politica estera post-sovietica di Mosca.

Joe Biden ha spiegato che Putin sta guidando un assalto alle fondamenta della democrazia occidentale e ha ribadito in più occasioni che la sua politica verso la Russia sarà basata sul pesante uso di sanzioni, l’espansione e il potenziamento della NATO e la creazione di un fronte democratico internazionale che possa fare da argine a vecchi e nuovi autoritarismi. Biden ha appoggiato la soluzione dell’amministrazione Trump di inviare armi all’Ucraina e si è espresso negli anni a favore dell’ingresso di Georgia e Ucraina nell’Alleanza Atlantica. L’ex vicepresidente si oppone anche al ritorno di Mosca nel G7, mentre si è detto aperto a negoziare nuovi trattati per la riduzione degli arsenali missilistici dei due paesi. Se arrivasse alla Casa Bianca, Biden porterebbe quindi un atteggiamento da Cold Warrior contemporaneo, con il risultato probabile di un ulteriore irrigidimento dei rapporti tra Mosca e Washington.