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Fortezza Russia o castello di carta?

L’economia russa è cresciuta in misura modesta dal 2017 al 2019, seppur su ritmi comunque sorprendenti considerando il prezzo ancora contenuto del petrolio e l’effetto delle sanzioni. Queste ultime hanno incentivato, in particolare: la costruzione di una fortezza economica con buffer di liquidità solidi; la de-dollarizzazione dell’economia; programmi di industrializzazione a sostituzione delle importazioni di prodotti finiti, che hanno aperto spazi anche per l’Italia nell’export di beni di investimento (macchinari) e nell’avvio di stabilimenti in loco per la realizzazione di prodotti oggetto di contro-sanzioni – con le necessarie cautele.

La solidità finanziaria del Paese – lo ha rimarcato spesso Vladimir Putin – è fondamentale per la stabilità del sistema e per evitare che si ripresentino scenari del passato, come il default del 1998, i disordini di quella stagione e una prolungata debolezza istituzionale. Anche il lockdown, rimanendo in metafora, si coniuga bene con le misure autarchiche che il governo continua a promuovere per essere meno vulnerabile rispetto a eventi esterni e, in generale, con la percezione che il mondo fuori dalle mura del Cremlino sia scarsamente affidabile o, nel migliore dei casi, imprevedibile.

Per il 2020 è ragionevole attendersi un calo del Pil russo entro il 5%, reso probabile dalla performance negativa del secondo trimestre (-8%). La limitata diversificazione economica del Paese in questo caso ha mitigato gli effetti del ciclo: tra i settori più colpiti dalla pandemia e dalla contumacia figurano gli alberghi e i ristoranti (-57% nel secondo trimestre), l'intrattenimento, lo sport e il tempo libero (-28%) e gli altri servizi (-29%). Il peso di questi settori sul Pil è modesto e quindi, poiché la contumacia di fatto è stata attenuata sul finire dell’estate: anche in caso di rimbalzo è improbabile che essi svolgano un ruolo trainante sul quadro complessivo. Il settore agricolo, invece, sembra aver tenuto grazie alla domanda interna e alle nuove capacità trasformative dell’industria agroalimentare acquisite per effetto di sanzioni e contro-sanzioni.

Esaminando le componenti del Pil, emerge come gli effetti del ciclo attuale si innestino in modo diverso sui fattori strutturali che incidono tradizionalmente sul potenziale di crescita del Paese. Il lockdown ha trovato terreno fertile nella domanda interna, già colpita dalla stagnazione dei salari reali dell’ultimo decennio, comprimendo ulteriormente i consumi (-20% circa nel bimestre aprile-maggio) e soprattutto le aspettative di ripresa della popolazione. È ancora presto per valutare quali saranno gli effetti demografici su una popolazione che è diminuita di circa 4 milioni dal crollo dell’Unione Sovietica e che rimane oggi sui livelli dei primi anni Ottanta (per un confronto, la popolazione italiana nel medesimo arco temporale è aumentata di 4 milioni). Nel breve, infatti, i primi indicatori anticipatori del ciclo rivelano un recupero, sia sui beni di consumo sia su quelli di investimento, superiore alle aspettative iniziali (ad es. automobili, con un calo del 17% sulle vendite nei primi 8 mesi del 2020 rispetto al -35% dei 5 principali mercati UE), ma dicono ancora poco sulla composizione anagrafica e reddituale dei consumatori.

Il saldo commerciale è rimasto su valori positivi, ma si è assottigliato significativamente dall’equivalente di 35 miliardi di euro a trimestre del 2019 a meno di 8 miliardi nel secondo trimestre 2020. La spesa pubblica, invece, dovrebbe eccedere nel 2020 quanto previsto a budget, avendo già raggiunto nel primo semestre dell’anno il 20% del Pil – un livello superiore rispetto al 2015 e di circa 4 punti percentuali superiori rispetto al 2019 – pari a 60 miliardi di euro di spesa aggiuntiva. Ulteriori spese extra-budget potrebbero seguire in forma di incentivi fiscali per le grandi società del settore energetico ed estrattivo, già destinatarie di misure simili per stimolare produzione e investimenti.

Il capitolo più controverso, infatti, rimane quello degli investimenti. Il settore delle costruzioni finora ha sorpreso in positivo perché ha mantenuto un andamento in linea con il 2019 (-0,2%). Tuttavia, il rinvio dal 2024 al 2030 per il completamento dei progetti nazionali, il cui ammontare supera i 300 miliardi di euro concentrati soprattutto sul settore infrastrutture, lascia aperte alcune incognite su priorità e spazi effettivi per gli operatori. Anche qui pesano i fattori strutturali: nonostante alcune iniziative nel segno della diversificazione, l’industria è ancora dominata da grandi gruppi verticalmente integrati, che si avvantaggiano del deprezzamento del rublo sui costi locali, beneficiano di un trattamento privilegiato nell’aggiudicazione dei lavori e sono incoraggiati dal sistema di tassazione a distribuire dividendi più che a investire.

I benefici delle riforme

Il principale beneficio delle riforme implementate nell’ultimo biennio è stato riequilibrare l’assestamento macroeconomico nei confronti del prezzo del petrolio e ridurre la volatilità del rublo, che si è mantenuto su livelli sorprendentemente stabili nel corso degli ultimi 12 mesi, nonostante il crollo di prezzo del barile e gli effetti macroeconomici della pandemia. La reazione del rublo è stata sorprendentemente moderata, con una perdita rispetto a inizio anno del 29% del valore nel punto di picco a fronte di un calo dell’87% del petrolio. Le recenti tensioni legate al caso Navalny hanno avuto degli strascichi sul cambio di modesta entità.

Il secondo grande cambiamento è stato il passaggio da parte della banca centrale da una posizione conservativa a una quantomeno neutrale sull’economia, con riduzioni graduali del tasso di riferimento, oggi pari al 4,25% (nel 2014-2015 aveva raggiunto il 17%). Questo passaggio è stato possibile grazie a una gestione molto prudente dell'economia negli anni passati. L'inflazione rimane al di sotto dell'obiettivo (3,6% ad agosto rispetto a un target del 4%), mentre la Banca di Russia continua a rilevare una tendenza deflattiva che renderà possibili ulteriori tagli al costo del denaro. La moneta si è stabilizzata intorno a 70-75 RUB/USD e potrebbe tendere a 80 nei prossimi mesi in considerazione del quadro geopolitico, ma si tratta comunque di una reazione gestibile da parte delle autorità e possibilmente vantaggiosa per i grandi gruppi industriali.

: un’enormità se si pensa che nel 2019 il Paese ha importato beni per 242  miliardi di dollari e la somma dei debiti in moneta estera del Paese nel suo insieme non supera i 500 miliardi di euro.