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Distensione tra Russia e Ucraina?

Cinque anni dopo l’annessione della Crimea, le sanzioni europee e la guerra in Donbass, i presidenti di Russia e Ucraina si sono finalmente incontrati per abbozzare un accordo di pace: ne va del futuro della regione, e del continente.

Lo scorso anno, sul tema del confronto tra Russia e Ucraina il Dossier ISPI sul mondo che verrà si poneva questa domanda: si va verso un’escalation? Quest’anno ci chiediamo invece se ci sono nuovi spazi per una distensione. Il cambio di prospettiva è già una prima risposta.

E questo cambiamento ha a che fare con l’elezione di Volodymyr Zelenskiy alla presidenza ucraina. Volto nuovo della politica, quindi estraneo agli anni del conflitto; molto popolare per il suo passato di attore; determinato a trovare una soluzione nel Donbass, trattando direttamente con i russi, in modo da potersi poi concentrare sullo sviluppo del proprio Paese.

Vladimir Putin deve aver pensato che era meglio non farsi scappare l’occasione. Tanto più che Zelenskiy in estate ha raddoppiato il trionfo delle presidenziali della primavera scorsa: il successo del proprio partito gli permette di contare sulla maggioranza assoluta in un parlamento che quindi fa ciò che il presidente vuole. Non era mai successo nell’Ucraina indipendente. Si dice che proprio questo abbia convinto il Cremlino: con Zelenskiy si può lavorare.

Questo ha reso possibile il primo convegno tra Zelenskiy e Putin, il 9 dicembre all’Eliseo, ospiti del presidente francese. Durante la conferenza stampa finale, il presidente russo ha elencato tutti i passi avanti compiuti nei mesi precedenti, come facendo la lista della spesa: primo scambio di prigionieri, fatto; ritiro delle forze armate da tre punti lungo la Linea di contatto, fatto; cessate il fuoco temporaneo, fatto. "La Russia – ha concluso Putin a Parigi – farà tutto il possibile per assicurare che tutte le questioni siano risolte".

È iniziato il disgelo tra Russia e Ucraina?, gli hanno chiesto. Penso di sì, ha risposto il presidente russo. Se lo crede davvero, nell’convegno di Parigi – più di otto ore insieme – non lo ha dimostrato. Nessun sorriso, nessuna stretta di mano in pubblico. Soprattutto, quando al termine della conferenza stampa Putin ha ringraziato Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel per il loro impegno, non ha fatto il nome di Zelenskiy, seduto dall’altra parte del tavolo. “È disgelo, ma non ancora pace”, titolava il giorno dopo Le Figaro.

La partita si gioca su due livelli. Il primo riguarda la stabilizzazione del Donbass, la risoluzione del conflitto che tuttora spacca in due le regioni ucraine di Donetsk e Luhansk. Dove quasi ogni giorno si muore ancora, è bene ricordarlo, e dove chi abita nei villaggi a ridosso della Linea di controllo subisce ogni giorno un’esistenza segnata da questa barriera che rende difficile l’assistenza sanitaria, il ritiro delle pensioni, una vita normale.

Questo è il livello “meno complicato” da risolvere, per così dire, perché in teoria trova tutti d’accordo: il Cremlino, per cui il sostegno ai separatisti filorussi è un carico finanziario che si aggiunge al costo delle sanzioni e del gelo con l’Occidente; e naturalmente il presidente ucraino, sostenuto dalla maggior parte della popolazione favorevole a una trattativa con Mosca pur di ritrovare la pace.

I problemi iniziano qui. In Ucraina i sondaggi cambiano nel momento in cui si parla dei compromessi necessari a un’intesa. Mentre Zelenskiy era a Parigi, da Kiev i dimostranti in piazza lo tenevano d’occhio, per assicurarsi che non concedesse niente ai russi. E quando, qualche settimana prima del vertice, Zelenskiy ha accettato la cosiddetta Formula Steinmeier (una revisione degli Accordi di pace di Minsk, elenco dei passi da compiere per stabilizzare il Donbass), i nazionalisti radicali ucraini lo hanno chiamato traditore. La popolarità e la tenuta di Zelenskiy camminano su un filo.

Per questo a Parigi Putin e Zelenskiy hanno potuto raccogliere solo i frutti più bassi, come ha scritto un analista. Cessate il fuoco permanente, completamento dello scambio dei prigionieri, sminamento, apertura di nuovi varchi per i civili lungo la Linea di controllo, arretramento dei militari e dei loro armamenti da altre tre zone. "Avrei voluto ottenere di più", ha esclamato Zelenskiy. Le questioni più spinose – restituzione all’Ucraina del controllo dei confini, elezioni locali e status futuro delle regioni separatiste, i termini di una reintegrazione del Donbass in Ucraina – verranno affrontate nel prossimo convegno: a Berlino, tra quattro mesi. La strada è stata aperta.

Tutto dipende da quello che è stato seminato finora: basterà a far maturare il rispetto e la fiducia che ora mancano? Senza fiducia reciproca Putin e Zelenskiy non andranno da nessuna parte. Questo riguarda anche il fronte dell’energia, i contratti sulle forniture e il transito di gas russo attraverso l’Ucraina su cui pure si sta trattando, tra piccoli passi avanti e la diffidenza stratificata in questi anni di crisi. "Avrete il gas, magari a buon prezzo", ha detto Putin in conferenza stampa a Parigi. Imbrigliato ancora, evidentemente, nel ricordo delle agevolazioni concesse a un Paese subordinato. Non un normale scambio commerciale tra pari.

Questo ci porta al secondo livello della partita, che riguarda il legame tra Mosca e Kiev nel lungo termine. Per sempre irrisolto, Crimea compresa, se la Russia – che tra l’altro sta mirando a una più stretta integrazione con la Bielorussia – continuerà a sentirsi minacciata da un’Ucraina libera di scegliere la propria strada e i propri alleati. Ma qui è in gioco il superamento degli schemi del passato, il rapporto tra Mosca e la Nato e tra Mosca e l’Europa. Una sfida per il futuro lontano, che va ben oltre i compiti da affidare al prossimo anno: ma che di sicuro passa per il Donbass.