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Cosa fare dei bond russi dopo la vittoria di Putin per restare al Cremlino fino al 2036

Il mercato obbligazionario sovrano della Russia si mostra interessante per rendimento, anche se i rischi non mancano, compresi quelli di natura geopolitica.

Vladimir Putin è reduce da una grande vittoria al referendum costituzionale, a seguito del quale ha ottenuto la possibilità di ricandidarsi alla presidenza altre due volte e restare al Cremlino fino al 2036, quando avrà 84 anni. In genere, notizie di questo tipo indispongono gli investitori. La Russia è in mano all’attuale “zar” già da 20 anni e risulta difficile immaginare che un uomo resti al comando di una grande economia emergente complessivamente per ben 36 anni. Eppure, sul mercato obbligazionario sovrano non si registrano variazioni significative nelle ultime sedute, un po’ perché la vittoria fosse scontata, un po’ anche perché neppure uno avesse messo in dubbio la sosta al potere di Putin da qui ai prossimi anni.

I rendimenti a 10 anni oggi viaggiano al 6%, quelli a 2 anni al 4,63%. Trattasi di livelli nettamente superiori a quelli  cui da anni siamo abituati a vedere sui mercati avanzati, ma in linea con gli altri grandi mercati emergenti, tra cui Messico e Brasile. A giugno, la Banca di Russia ha tagliato i tassi al minimo storico del 4,50%. Il costo del denaro resta decisamente positivo, se si pensa che a maggio l’inflazione nel paese si attestava al 3%. E di questi tempi è raro che accada.

Bond Russia in dollari ed euro

Gli investitori stranieri detengono quasi il 32% dei 135 miliardi di dollari di mercato obbligazionario sovrano, qualche cosa come 43 miliardi. Per quest’anno, il governo stima in 71 miliardi le emissioni di OFZ, i titoli di stato russi. La quantità appare ingente per un’economia emergente, ma tra appeal dei bond all’estero e accomodamento monetario, dovrebbe essere assorbita senza grossi problemi. Se vogliamo, la vera ragione per cui i mercati non stanno reagendo negativamente all’idea di un Putin al Cremlino fino al 2036 deriva dalla presa d’atto che questi abbia condotto una politica fiscale prudente sin dal suo insediamento nel 2000, con deficit molto contenuti, tant’è che il debito pubblico risulta molto basso rispetto al pil.

Di fatti, i rendimenti dei bond in moneta estera sono “all’occidentale”. Se il decennale in dollari con scadenza marzo 2030 e cedola 7,50% (ISIN: XS0114288789) offre il 4,46%, il quinquennale in euro che scade nel dicembre 2025 e cedola 2,875% (ISIN: RU000A0ZZVE6) rende oggi appena lo 0,94%, nemmeno un quarto di punto percentuale i più rispetto ai nostri BTp di pari durata residua. E questi dati dimostrano che buona parte dell’extra-rendimento sul tratto lungo della curva è alimentato dal azzardo di cambio.