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Biden per ora non fa male alla Russia: bond e rublo su insieme al petrolio

Mercato obbligazionario russo in crescita dalle elezioni presidenziali USA, sostenuto dalla ripresa del petrolio.

Presidenza Trump agli sgoccioli e, in teoria, questa sarebbe una brutta notizia per la Russia di Vladimir Putin. Il tycoon non ha allentato le sanzioni finanziarie contro Mosca durante il suo mandato, ma almeno ha evitato di accrescere la pressione americana sul Cremlino. La vittoria di Joe Biden, pur non ancora ufficiale, avrebbe dovuto affievolire il mercato obbligazionario russo, ma ad oggi è accaduto il contrario.  Dalla vigilia delle elezioni USA, il rendimento a 10 anni è sceso di 47 punti base al 5,81%, quello a 2 anni di 23 al 4,47%.

Nello stesso frangente, il cambio contro il dollaro ha guadagnato circa il 6,3%, trainato dal boom del Brent, le cui quotazioni hanno segnato un +23%, passando da 39 ai quasi 48 dollari al barile di oggi. In un certo senso, le stesse elezioni c’entrano con questo trend. L’attesa per un programma fiscale ultra-estroverso del prossimo governo americano ha sostenuto l’umore dei mercati. Il meglio è arrivato, però, con le varie notizie che si sono succedute sui vaccini anti-Covid. Pfizer, Moderna e Astrazeneca hanno comunicato l’efficacia delle rispettive sperimentazioni, aprendo la strada alla commercializzazione sin dai prossimi mesi.

Quali prospettive a breve per i bond russi?

Dunque, i bond russi risentono positivamente di questo allentamento delle tensioni finanziarie internazionali. Ne stanno beneficiando anche quelli denominati in dollari. Il bond con scadenza marzo 2030 e cedola 7,50% (ISIN: XS0114288789) si è apprezzato di circa l’1%, scendendo a un rendimento del 5%. La scadenza giugno 2023 e cedola 5,25% (ISIN: RU000A0JXU14) ha messo a segno un rialzo di ben il 4%, offrendo oggi un rendimento del 2,88%.

Rispetto all’inizio dell’anno, un barile di Brent esportato frutta alla Russia qualche cosa come circa il 12% in meno, tenuto conto della variazione sia dei prezzi che del cambio tra dollaro e rublo. Non così tanto come penseremmo guardando alle sole variazioni e, soprattutto, la crisi sanitaria ed economica non ne ha provocato pure una terza di natura fiscale a Mosca. Quanto alle prospettive future, con un’inflazione al 4% e tassi d’interesse scesi al 4,25%, la Banca di Russia non disporrebbe di grossi margini per eventualmente tagliare ancora il costo del denaro senza impattare negativamente sul cambio. Per un’economia emergente risulta essenziale tenere i tassi reali positivi, ragione per cui crediamo che senza una discesa dell’inflazione non dovremmo attenderci né un ulteriore allentamento monetario, né il prosieguo del rally obbligazionario.