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Ai funerali di Chirac si vede la diplomazia francese con la Russia

C’è un doppio senso nella presenza di Vladimir Putin il 30 settembre a Parigi. Per prima cosa, evidentemente, la visita del presidente russo nasce dall’amicizia che aveva maturato con Jacques Chirac, con cui aveva stretto un rapporto solido basato soprattutto sulla russofilia del presidente francese.

Chirac aveva imparato il russo da bambino, da un professore espatriato durante la rivoluzione e ospitato dai suoi genitori, e aveva anche tradotto Puškin come ha ricordato nel 2008 Dmitrij Medvedev assegnandogli la più alta onorificenza russa.

Ma Chirac aveva anche maturato una visione storica che lo aveva spinto a dichiarare, come ha ricordato il 29 settembre il suo ex consulente Maurice Gourdault-Montagne, che non si poteva “asciugarsi i piedi sulla Russia”.

Un ricordo strumentale
Per tutti questi motivi, nel 2017 il portavoce di Putin aveva sottolineato, alla vigilia del primo convegno tra il presidente russo e l’attuale presidente francese Emmanuel Macron, che “finora i rapporti migliori sono stati quelli con Jacques Chirac”.

Spesso i grandi funerali sono anche grandi momenti diplomatici, come dimostra il fatto che oggi la commemorazione di Chirac passi in secondo piano rispetto all’apertura di Macron in direzione della Russia di Putin.

Il fatto che il presidente russo sia tornato in Francia per la seconda volta in due mesi, dopo la sua visita in agosto, non è irrilevante. Di attuale i ministri degli esteri e della difesa francesi e russi si sono incontrati a Mosca, proprio mentre sono emersi segnali di disgelo tra la Russia e l’Ucraina.

La commemorazione di Chirac può essere strumentale per ricordare che i rapporti tra la Russia e l’Europa non sono sempre stati così complicati, anche nel periodo in cui il Cremlino è stato occupato da Putin. E pazienza se la politica russa di Chirac ha ancora diversi critici, che la giudicano troppo arrendevole.

Macron, in ogni caso, non sta seguendo le orme di Chirac, anche perché non ne possiede né la russofilia né l’empatia naturale. Il atteggiamento del presidente francese nasce da un calcolo diplomatico, ora che l’Europa sta cercando di affermare la sua autonomia strategica a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino.

Il ricordo di un rapporto franco-russo più produttivo favorisce comunque Macron, la cui “scommessa russa” non incontra consenso unanime, nemmeno all’intimo della diplomazia francese. Nel suo discorso pronunciato alla fine di agosto dinanzi agli ambasciatori francesi, Macron aveva paventato il azzardo di un’opposizione da parte di uno “stato profondo”.

Due giorni dopo Putin un altro celebre russo, Michail Gorbačëv, tenderà la mano agli europei. In un libro che uscirà in Francia con il titolo Le futur du monde global (Il futuro del mondo generale) e presentato come il suo “testamento politico”, l’ultimo leader dell’Unione Sovietica sostiene il progetto della “casa comune europea” che aveva sognato trent’anni fa, un sogno che a suo dire si era rivelato impossibile a causa del trionfalismo occidentale.

Il padre della perestrojka pensa che sia arrivato il momento di riprovarci, anche insieme a Vladimir Putin, rispetto al quale si mostra sorprendentemente affettuoso. Jacques Chirac avrebbe senz’altro applaudito l’iniziativa.