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Macron apre un canale diplomatico con la Russia

Durante la campagna elettorale francese, tre dei quattro principali candidati alle presidenziali avevano mostrato un atteggiamento quantomeno compiacente nei confronti di Vladimir Putin. Ma alla fine è stato eletto il quarto, il più critico verso il Cremlino, ed è stato proprio lui che, paradossalmente, il 29 maggio ha srotolato il tappeto rosso dinanzi al presidente russo a Versailles.

Emmanuel Macron ha sorpreso tutti annunciando questo convegno con Putin, non solo per la rapidità con cui è stato organizzato, a così breve distanza dalla sua elezione, ma anche per la scelta di un contesto prestigioso e carico di storia come Versailles.

Macron ha deciso di correre il azzardo di sorprendere ulteriormente gli osservatori cercando di stabilire un buon rapporto di lavoro con il presidente russo, laddove molti si aspettavano che restasse sulla difensiva dopo l’impegno di Mosca a favore di Marine Le Pen, con tanto di foto della candidata dell’estrema destra nell’ufficio di Putin al Cremlino, sostegno finanziario al Front national e manovre dei mezzi d’informazione russi contro Macron.

Ma c’è un tempo per la campagna elettorale e un tempo per il potere. In questa nuova fase Macron si è rivelato un temibile stratega e soprattutto un indocile seduttore, com’è già apparso evidente dal suo atteggiamento degli ultimi giorni a Bruxelles e Taormina. Non è un caso se questo convegno segue a stretto giro quello a Bruxelles con Donald Trump, come a voler affermare il “momento Macron” sulla scena internazionale.

La porta aperta
Fin dalla vittoria ottenuta il 7 maggio, Putin ha invitato Macron a “superare la sfiducia reciproca”, parole ben scelte che certificano una condizione difficile ma lasciano la porta aperta per un miglioramento. Non c’è alcun dubbio sul fatto che il nuovo presidente francese condivida questo spirito e che questa sfiducia non sia del tutto scomparsa dopo l’convegno a Versailles.

Ma tra la Francia e la Russia c’è prima di tutto una lunga storia e una memoria viva, come dimostra il pretesto dell’convegno di Versailles: una mostra su Pietro il Grande, lo zar riformatore che precisamente tre secoli fa era arrivato in Francia per cercare il modo di modernizzare il suo impero e stringere nuove alleanze in Europa.

La loro è anche una storia che divide e alimenta polemiche, al punto da essere diventata una delle linee di frattura tra i candidati alle presidenziali. Benoît Hamon aveva rimproverato a Jean-Luc Mélenchon la sua compiacenza nei confronti del Cremlino.

A modo suo, Emmanuel Macron sta tentando di realizzare quello che Hillary Clinton aveva battezzato nel 2008 come un “riavvio” dei rapporti con Mosca. Tra Putin e l’amministrazione Obama il tentativo non era andato a buon fine, soprattutto perché tra le due superpotenze una ha ormai perduto questo status.

Ma allora perché dovrebbe funzionare con Macron, quando le premesse della crisi ucraina, dell’intervento della Russia nella guerra in Siria e della brutta condizione dei diritti umani non sono cambiate?

In diplomazia è tutta una questione di tempistica, e in questo caso il momento sembra particolarmente propizio, prima di tutto perché il braccio di ferro tra l’occidente e la Russia, partito nel 2013 con la crisi ucraina, è in una fase di stallo, senza vincitori né vinti: se gli accordi di Minsk firmati sotto l’egida di Francia e Germania hanno permesso di calmare le acque, oggi appaiono minacciati dall’intransigenza russa ma anche dal fallimento de facto dello stato ucraino. È tempo di sbloccare la condizione.

La stessa analisi è valida a proposito del conflitto siriano, a cui Putin ha dato una svolta decisiva approfittando del vuoto strategico lasciato dall’amministrazione Obama e dall’eclissamento europeo, senza però riuscire a tirare fuori il paese dalla spirale di distruzione. La Francia e l’Europa, singolarmente assenti dal fronte diplomatico, potrebbero tornare in gioco tenendo conto della nuova condizione sul campo.

Poi c’è l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca (con “l’incoraggiamento” del Cremlino): le presidenziali hanno piazzato un uomo disfunzionale alla guida della prima potenza mondiale, risvegliando un’Europa che per troppo tempo era stata a rimorchio dell’America onnipotente.

Possiamo credere che gli errori di Trump fanno fare bella figura all’Europa e che il “volontarismo di Macron” poggi sul solido piedistallo della Germania di Merkel? È uno dei possibili scenari di questo 2017 pieno di sorprese.

Una collaborazione “pragmatica”
Per tutte queste ragioni il primo episodio del dialogo tra Macron e Putin, andato in scena il 29 maggio a Versailles, è stato dedicato allo studio reciproco, a sondare le possibilità di lavorare insieme in modo “pragmatico” – termine usato diverse volte da Macron – senza negare o essere vittime delle proprie divergenze.

Il primo sguardo tra i due uomini conteneva senza dubbio un implicito “io so che tu sai che io so”, una formula che si applica a ciò che è stato fatto e detto durante la campagna elettorale ma anche alle forze e alle debolezze di ciascuno. I due capi di stato, senza nascondere le loro divergenze e a tratti la loro irritazione, hanno dato il segnale di una nuova partenza.

In ogni caso sullo sfondo resterà il “mistero Putin” che ossessiona le cancellerie ormai da un decennio. La rivista trimestrale Politique étrangère si chiede a tal proposito:

Cosa dobbiamo pensare della Russia? Che fare con la Russia? Nel mezzo di scambi spesso poco razionali, possiamo essere d’accordo almeno su due cose. Esiste un ritorno politico-strategico di Mosca, e questo non potrà mascherare a lungo i limiti della potenza russa. A partire da qui, le analisi divergono. L’avanzata di Mosca è il segno di una grande strategia, di una volontà di dominio pianificata e organizzata, che poggia su mezzi coerenti ed efficaci? O è solo un mascheretto, l’acqua che avanza su terreni che non oppongono resistenza? Quanto alla debolezza che affiora rapidamente da atteggiamenti impettiti, cosa lascia prevedere?

Le ipotesi possono essere due, continua la rivista: Mosca fa la voce grossa ma vuole entrare nel sistema senza farlo esplodere, o al contrario continua le sue disperate dimostrazioni di forza per distruggere il sistema.

In funzione della risposta a questa domanda di fondo, l’convegno di Versailles potrà essere ricordato come l’inizio di un tentativo pragmatico di reintegrare la Russia nel club delle nazioni europee con un conseguente ritorno della vitalità dell’Unione europea, oppure come un inservibile teatrino, preambolo di nuove crisi e nuovi drammi.