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Trump alimenta i sospetti sui legami con la Russia

Perché no? Tra l’inverosimile ruolo dei capitali nella campagna elettorale, i sospetti di frode ricorrenti e questa usanza anacronistica di eleggere il presidente non a suffragio universale ma attraverso i grandi elettori di ognuno dei cinquanta stati, esistono molti dubbi sul funzionamento della democrazia americana.

E allora perché non ammettere questa “commissione presidenziale sull’integrità elettorale” che Donald Trump ha istituito ieri? Il problema è capire perché farlo ora e con una tale improvvisazione, quando un simile lavoro di revisione delle istituzioni avrebbe bisogno di concentrazione e lunghe riflessioni.

Questa fretta, in realtà, ha una spiegazione chiara. A spingere il presidente è la volontà di distrarre l’opinione pubblica dal licenziamento del capo dell’Fbi James Comey, messo alla porta il 9 maggio. Quando si scatena una tempesta politica la cosa migliore è farne esplodere un’altra. È un vecchio trucco, ma non è detto che basti a tirare d’intralcio Trump.

Con l’ennesimo tweet a proposito della faccenda, Trump ha giustificato il licenziamento scrivendo che “è molto semplice. Non faceva un buon lavoro”. Potrebbe anche essere, ma cosa avrebbe fatto di preciso Comey di così sbagliato?

Ha fatto saltare l’arresto di un serial killer? Ha lasciato prosperare una rete di spionaggio nel cuore di Washington? Stando a quanto sostiene la Casa Bianca non è niente di tutto questo, e soprattutto il licenziamento non c’entra nulla con l’inchiesta guidata da Comey sul possibile “coordinamento” (parole dell’ex capo dell’Fbi) tra l’ambasciata russa a Washington e la squadra che ha curato la campagna elettorale di Trump.

Secondo la Casa Bianca la colpa di Comey sarebbe quella di aver pubblicamente commentato l’inchiesta sulle email che Hillary Clinton, all’era segretario di stato, aveva avuto la negligenza di inviare attraverso canali non protetti. Bizzarro! Trump avrebbe punito un funzionario che potrebbe aver provocato la sconfitta elettorale della sua avversaria. Niente di più onesto ed elegante, non c’è che dire. Eppure, twitta il presidente, “ora che è stato buttato fuori questi democratici ipocriti si professano scontenti”.

Il problema è che i democratici non sono gli unici a essere scontenti. Molti repubblicani condividono questo malessere e lo dichiarano in privato o addirittura in pubblico. Negli Stati Uniti esiste la persuasione diffusa che Comey sia stato licenziato perché si sarebbe interessato troppo alla manipolazione delle presidenziali da parte della Russia, perché si è rifiutato di scartare a priori l’ipotesi che Trump abbia potuto essere direttamente coinvolto in questo affare di stato e perché ha avuto il coraggio di chiedere ulteriori fondi per finanziare la sua indagine.

Scatto di collera o reazione al panico, licenziando Comey, Trump ha accesso improvvisamente tutti i riflettori su una vicenda che i leader della maggioranza repubblicana al convegno cercavano di far dimenticare all’opinione pubblica. A tralasciare dalle manovre diversive, il presidente ha fatto uscire il diavolo dalla scatola, e avrà grossi problemi a farcelo rientrare.