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Sergej Loznitsa ci porta in una Russia caotica e surreale

E finalmente i film belli in concorso sono arrivati. Senza contare i tanti titoli di qualità delle sezioni parallele, c’è David Lynch con il ritorno di Twin Peaks e siamo subito nella meraviglia, nel capolavoro.

Arrivato in fine concorso, il film dell’ucraino (recitato però in russo) Sergej Loznitsa, Krotkaya (A gentle creature è il titolo internazionale), è una bella sorpresa. Loznitsa ha realizzato soprattutto molti documentari d’autore tra cui il attuale Austerlitz, presentato all’ultima edizione del festival di Venezia, ma anche due bei film, tra cui il secondo lungometraggio, In the fog, film dalle raffinate suggestioni, è uscito anche da noi.

Ci auguriamo che esca in sala anche questa sua terza opera di finzione, un viaggio intenso e stupefacente nelle follie della terra di Russia, nelle sue zone remote come la Siberia che sembrano precipitate in una palude, una melma, una nebbia. Intendiamoci, il film è solare, sia in senso climatologico sia nella rappresentazione dei movimenti della vita. Un marito sparisce nel nulla: il pacco inviato al marito in prigione torna indietro, e questa donna dolce, questa gentile creatura, parte alla sua ricerca, verso la prigione. Lungo il viaggio con i mezzi pubblici, sarà l’inizio di un calvario, di un viaggio in una corte dei miracoli che il regista sembra estendere se non alla Russia intera, quantomeno a gran parte di essa, soprattutto quella di provincia, delle piccole località. Il bello è che lo fa senza cadere nel facile folklore, con una capacità rara di rappresentare situazioni colte nella loro irrefrenabile vitalità nel riprendere volti, comportamenti, azioni, di una Russia che cambia e per certi aspetti non cambia mai. Forse per questo adatta in età contemporanea La mite di Fëdor Dostoiewskij e il film è quasi un concentrato di grandi rimandi letterari che comprendono per modello Gogol o Kafka, ma senza sciatteria o ovvietà citazionista.

Fin dall’inizio, con un’inquadratura fissa su una fermata d’autobus, emerge con chiarezza la grande sensibilità del regista nel mescolare con perfetto equilibrio l’approccio documentaristico e una sensibilità coloristica di marca pittorica. Sarà una girandola in un mondo realistico e assurdo insieme, di semplicità quotidiana e caos surreale, dove non riesci praticamente mai a separare il calore umano dall’alienazione, il gioco dalla cattiveria. Grande il lavoro di scrittura filmica, a livello di sceneggiatura, regia (compresa la direzione degli attori, una moltitudine), costruzione fotografica di ogni sequela, di montaggio finale del girato.

Se Loznitsa è maestro della diffrazione temporale, dei misteri nascosti nelle sue pieghe, qui potremmo dire che in questa sorta di allucinante continuum temporale della quotidianità tratta magistralmente la stessa questione. Ogni sequela potrebbe infatti essere una bolla temporale a sé, con un suo climax, come tante prigioni, o gironi infernali, che coabitano l’una a lato all’altro. E la lunga parte finale, dove il sogno e il presagio hanno definitivamente il sopravvento, prende in questa chiave tutto il suo senso, in quanto semplice estensione ed esplicitazione simbolica del reale e di una circolarità del tempo che pare quasi una prigione irreparabile, una superbolla (a)temporale che racchiude tutte le altre. E dove ogni cosa pare inconoscibile, a cominciare da un marito ricercato come una chimera.

Good time, good movie, potremmo dire. Il film dei fratelli Josh e Benny Safdie (insieme firmano la regia, ma si dividono invece il montaggio e la sceneggiatura), è una delle sorprese del concorso. Questi due folletti simpatici del cinema indipendente Usa, molto bravi e originali a trattare temi intimistici lavorando molto sulla dimensione visiva, e giunti finalmente alla loro prima produzione importante con Robert Pattinson come protagonista, centrano in pieno il buco della ciambella. I due personaggi principali sono fratelli: uno è interpretato da Pattinson l’altro da Benny Safdie, che nel film è il suo fratello problematico. Insieme compiono una rapina che sembra una parodia di Point break. Ma se il ridicolo è dietro l’angolo, il film rappresenta un’umanità perduta per la quale i due cineasti sembrano avere simpatia e forse una qualche tenerezza.

Ma è lo stile visivo a lasciare principalmente il segno: montaggio veloce se non frenetico che lascia il posto a improvvise stasi, un approccio psichedelico quasi costante che rimanda a cineasti della fine anni settanta e primi ottanta come William Friedkin e il primo Michael Mann. Anche qui, come in Loznitsa (anche se in maniera radicalmente diversa), si creano dei climax a sé stanti per ogni sequela, poiché la regia degli ambienti, come il montaggio, rappresenta questa grande città come una prigione dove la predestinazione è già scritta e l’ospedale psichiatrico, la famiglia o l’intera metropoli sono alla fine un’unica cosa, un unico ambiente spezzato in microstanze. Un ambiente di maschi irrisolti e incompiuti, pieni di rabbia, di figli e figlie che con la bugia, congenita e senza cattiveria, gestiscono ogni rapporto umano con i genitori, finendo per rimanere intrappolati nella propria ragnatela di rapporti costruiti sulla manipolazione dell’altrui destino con imprudenza (tardo)adolescenziale.

François Ozon con L’amant double, realizza l’ennesima variazione alla Hitchcock di cui è intriso il suo cinema sui temi a lui cari del doppio, della bugia e dell’ambiguità, in primo luogo sessuale. È un gioco certo, che ha però il suo fascino perché nell’accumulo di variazioni del doppio, che seguono una logica precisa (e che ha avuto diverse altre declinazioni molto interessanti in passato, come il Brian De Palma di Doppia personalità), affiora comunque una lettura delle ambivalenze dell’individuo, sia maschio sia femmina, dell’ambiguità come meccanica infinita, dove la dimensione psicotica di una lei androgina ha costruito un suo mondo, una super bolla della psiche che concentra un po’ tutti i fantasmi sessuali. Gli esterni sono quasi assenti, le scale a chiocciola, leit motiv tipico dei noir, son inserite come a suggerire la labirintica chiusura di ambienti come l’ospedale del marito, la casa, il museo d’arte contemporanea dove lei è custode, lo studio da psicanalista del fratello gemello del marito: tutti labirinti cerebrali dove i doppi e le conseguenti ambivalenze sessuali sono la proiezione del proprio cervello. O di nuovo, del proprio doppio. All’infinito.

Certo, quando si guarda il folgorante ritorno di David Lynch, che ha presentato a Cannes l’attesissimo ritorno di Twin Peaks (alla stampa le prime due puntate, al pubblico invece sei ore), si capisce come il gioco della parodia, dell’umorismo cartoon, delle citazioni e perfino dell’autoreferenzialità sono cavalli di Troia che racchiudono i soldatini dell’interiorità più profonda. Nell’esplorare il mondo oscuro dell’inconscio umano, della mutazione e della reinvenzione continua delle forme Lynch è uno degli ultimi, se non l’ultimo, discendenti del cinema d’impronta surrealista.

Tutto è dislocato – dopotutto nel frattempo c’e stata la globalizzazione – in questa fase iniziale del nuovo Twin Peaks. Ci sono località del South Dakota, Las Vegas, New York, ma tutto tornerà e torna a Twin Peaks, sempre e comunque, e alla sua Loggia nera, circolarità perfetta di un mondo congelato e che non riesce più a vedere il futuro. Ma se nel suo cinema tutto è razionalizzabile, mai nulla diventa ovvio e nulla perde mai il suo mistero, tutto o quasi rimane insondabile come la voragine, il buco nero, del nostro inconscio.

Una New York notturna, nera e misteriosa, con i suoi grattacieli filmati dal basso verso l’alto, in questa maniera non l’avevamo mai vista prima. Le mutazioni sono racchiuse nelle scatole (ricordatevi di Mullholland drive) psichiche e dell’immaginario collettivo trasfigurato da Lynch, attraverso la sua arte di poeta luminoso dell’oscurità, di alchimista che cerca, crea e ricrea forme pure, cristalline, del nero. Questo nuovo Twin Peaks meriterebbe la proiezione su grande schermo, e varrà la pena di tornarci sopra.