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Se anche in Russia il problema del lavoro si chiama immigrazione

Mosca, 26 nov – E’ proprio vero che tutto il mondo è paese. Confesso la mia sorpresa, dovuta indubbiamente alla mia ignoranza, quando il presidente della Commissione lavoro della Duma, ricevendo la delegazione dell’Ugl (il segretario generale, Paolo Capone, il vicesegretario generale, Giancarlo Favoccia, ed il sottoscritto responsabile delle relazioni internazionali) ci ha detto che sono gli immigrati clandestini a rappresentare il problema principale del mondo del lavoro in Russia.

Come tutti, sapevo della condizione europea e di quella nordamericana. Già in aprile a Montevideo mi avevano stupito i rappresentanti sindacali di tutti i Paesi sudamericani quando lamentavano i flussi migratori incontrollati nel loro subcontinente.

Però non mi aspettavo di scoprire che la Federazione Russa detiene il secondo posto dopo gli Stati Uniti per numero di stranieri presenti nel Paese. Solo l’anno scorso sono entrati 16 milioni di immigrati, 12 dei quali provenienti dall’Asia Centrale. E nonostante le politiche di integrazione, i sentimenti di intolleranza della popolazione nei loro confronti continuano a essere alti.  Secondo i dati pubblicati dal Centro di sondaggi Levada, quasi un russo su due (67%) percepisce la presenza dei lavoratori stranieri come un’invasione dall’Oriente povero che occorre fermare.

Yaroslav Nilov, il delfino di Vladimir Zhirinovskij presidente del Partito liberal-democratico (da noi verrebbe definito un partito populista e nazionalista), che non a caso è presidente della Commissione lavoro del parlamento russo, propone di trattare gli immigrati senza mezze misure, espellendoli, per modello, dalle megalopoli per inviarli nelle regioni in cui c’è un particolare bisogno di manodopera. Gli fanno eco i componenti della Commissione, deputati provenienti dal mondo sindacale, che puntano il dito contro i lavoratori clandestini sottopagati, disposti a svolgere lavori  precari accettando impieghi con salari così bassi che i russi rifiuterebbero.

In realtà in Russia ci sono già leggi molto severe che obbligano tutti i migranti ad avere un permesso (piuttosto costoso) per poter lavorare nel Paese, che prevedono l’espulsione immediata di uno straniero che abbia commesso due illeciti in un anno (anche banali infrazioni punite con multe). E’ stata introdotta la responsabilità dei proprietari degli immobili per il soggiorno illegale di terzi nei locali di loro proprietà, per gravi violazioni delle norme sull’immigrazione il proprietario dell’immobile può subire una condanna penale e finire dietro le sbarre con pene fino a tre anni.

Ma tutti questi provvedimenti non sono stati sufficienti a legalizzare il mercato del lavoro e a promuovere la tolleranza dei residenti verso i lavoratori stranieri.

Anzi l’opinione pubblica russa esprime sempre maggiore fastidio contro i lavoratori stranieri, siano regolari o clandestini. Ad modello nel mondo occidentale Aleksej Navalnyj, il famoso blogger oppositore di Putin, viene percepito come un difensore della democrazia e dei diritti. Si scopre poi che uno dei punti di forza del suo programma è la lotta all’immigrazione e che, proprio facendo leva sui forti umori xenofobi dei russi, ha ottenuto rimarchevoli risultati elettorale, come il 27% dei voti conseguiti alle elezioni per il sindaco di Mosca.

I membri della Commissione lavoro della Duma ci hanno detto chiaramente che è loro intenzione chiedere un ulteriore inasprimento di misure restrittive per regolamentare meglio l’immigrazione e contrastare più efficacemente quella clandestina. Aumentare le espulsioni di immigrati dal territorio russo, negare sempre di più i visti di ingresso e pugno di ferro contro i proprietari dei cosiddetti “appartamenti di gomma”, presso i quali risultano registrate contemporaneamente anche 40 persone, con pene per la “registrazione fittizia”, per aver fornito la registrazione a persone che di fatto non abitano nell’immobile.