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Dentro la “fabbrica di troll” russi

Quella con sede a San Pietroburgo, che impiegò centinaia di troll per diffondere bufale e condizionare la campagna elettorale americana del 2016 e non solo

Qualche anno fa a San Pietroburgo, in Russia, aprì l’Internet Research Agency, più nota come “fabbrica di troll”, che secondo un’indagine del dipartimento della Giustizia statunitense interferì nella campagna elettorale statunitense del 2016.

Formata inizialmente da circa 25 impiegati, l’Internet Research Agency nacque con lo scopo di usare Internet, in particolare i social network, per creare e diffondere notizie false. Prima si occupò della guerra in Ucraina e della propaganda in Russia, poi con l’inizio della campagna elettorale americana cominciò a operare per minare la fiducia nel sistema democratico ed elettorale statunitense, alimentare le divisioni tra gruppi ideologici e appoggiare la candidatura a presidente di Donald Trump, a discapito di quella di Hillary Clinton. Secondo le accuse di molta stampa occidentale e del sistema giudiziario statunitense, l’operazione della “fabbrica di troll” di San Pietroburgo, costata milioni di dollari, fu avviata da Yevgeny Prigozhin, chiamato “lo chef del Cremlino” e con legami con il presidente russo Vladimir Putin, e raggiunse risultati a suo modo notevoli.

Negli ultimi giorni sono venuti fuori nuovi dettagli sul funzionamento della “fabbrica di troll” di San Pietroburgo: sia per un documento di 37 pagine presentato dal procuratore speciale statunitense Robert Mueller, a capo dell’indagine sulle presunte interferenze russe nella campagna elettorale americana del 2016, sia per le testimonianze di ex impiegati della fabbrica riportate da alcuni importanti giornali americani.

Le indagini di Mueller e le inchieste giornalistiche hanno mostrato come il lavoro della “fabbrica di troll” non si fermasse mai: gli impiegati – poche decine all’inizio, diverse centinaia poi – lavoravano giorno e notte per creare account di Twitter e Facebook con i quali far circolare notizie false e per organizzare eventi e manifestazioni dovunque fosse utile e possibile. All’intimo della fabbrica c’erano diverse sezioni: per modello c’era quella dei troll dedicati al pubblico russo e quelli che invece lavoravano in inglese, per entrare in contatto direttamente con gli elettori americani.

Aleksei, uno dei primi 25 troll assunti dall’Internet Research Agency, ha raccontato al New York Times che il suo primo incarico fu scrivere un documento sulla “Dottrina Dulles”, cioè su una teoria cospirazionista molto nota in Russia secondo la quale negli anni Cinquanta l’allora direttore della CIA, Allen Dulles, avrebbe cercato di distruggere l’Unione Sovietica corrompendo i suoi valori morali e le sue tradizioni culturali. Aleksei, affidato al dipartimento che si rivolgeva ai russi, ha detto che a tutti i nuovi impiegati veniva chiesto di creare tre account su Live Journal, una nota e popolare piattaforma dove viene caricato un po’ di tutto, da usare poi per diffondere materiale e informazioni false, soprattutto sulla guerra in Siria, su quella in Ucraina orientale, sulla politica russa e sul presunto ruolo degli Stati Uniti nella diffusione del virus ebola (una delle tante teorie cospirazioniste che circolano sugli Stati Uniti, e che sono false). Dopo che veniva pubblicato un contenuto, ha raccontato Aleksei, quel post veniva ripreso dalla miriade di account falsi creati soprattutto su Facebook e faceva decine di migliaia di visualizzazioni.

Secondo Marat Mindiyarov, ex troll sentito dal Washington Post, lavorare nella fabbrica di San Pietroburgo era come stare dentro al libro 1984 di George Orwell, «un posto dove devi scrivere che il bianco è nero e che il nero è bianco». Mindiyarov ha raccontato per modello che ai tempi del crollo del valore del rublo, la moneta russa, le indicazioni erano di raccontare «quanto la vita fosse fantastica, quanto forte fosse il rublo, questo tipo di assurdità». I turni di lavoro erano di 12 ore, dalle 9 di mattina alle 9 di sera: «Arrivavi e passavi tutto il giorno in una stanza con le tapparelle chiuse e 20 computer. C’erano diverse stanze su quattro piani. Era come una catena di montaggio, tutti erano impegnati, tutti stavano sempre scrivendo qualche cosa. Avevi la percezione di andare in fabbrica, non in un posto creativo». Mindiyarov ha raccontato anche che a un certo punto gli fu proposto di andare a lavorare nella sezione che si occupava della propaganda per gli americani: lui accettò di provare – avrebbero pagato il doppio – ma non superò l’esame preliminare previsto, perché non aveva una conoscenza perfetta dell’inglese: ed era importante che neppure uno si accorgesse che era uno straniero, gli dissero.

Per influenzare la campagna elettorale americana, l’Internet Research Agency adoperava soprattutto tre strumenti: account falsi sui social media, organizzazione di manifestazioni reali e promozione di pubblicità online con contenuti politici. Gli account – come per modello “Tennessee GOP”, ancora parzialmente reperibile – si occupavano dei temi più caldi della campagna elettorale, tra cui immigrazione, Islam e diritti dei neri. Una delle cittadine russe accusate dall’indagine guidata da Mueller, Irina Viktorina Kaverzina, scrisse una email a un suo familiare dicendogli: «Ho creato tutte queste fotografie e post, e gli americani hanno creduto che fossero scritti dalla loro gente».

Alcuni di questi account, poi, promuovevano manifestazioni e proteste organizzate dalla stessa fabbrica di troll sotto falso nome. Il New York Times ha individuato almeno 8 manifestazioni pianificate e promosse dall’Internet Research Agency tra il giugno e il novembre 2016: a New York, Washington, Charlotte, ma anche in alcune città della Florida e della Pennsylvania. In diverse occasioni queste manifestazioni furono organizzate in coordinamento con lo staff della campagna elettorale di Trump: non ci sono prove però che i collaboratori di Trump sapessero a chi appartenevano veramente questi account.

La reazione degli impiegati della fabbrica dei troll, dopo averci lavorato per uno o più anni, non fu uguale per tutti. Alcuni, come Aleksei sentito dal New York Times e Mindiyarov sentito dal Washington Post, decisero di dimettersi perché non sopportavano più quello che facevano. Altri invece no. È il caso di Sergei – un altro ex troll russo che ha parlato con il New York Times – che ha raccontato che lavorando nella fabbrica è diventato «più patriottico». Ha detto di avere capito quanto la Russia sia costretta a combattere ogni giorno con le potenze straniere, soprattutto con gli Stati Uniti, per ottenere il controllo delle risorse naturali. «Ho cominciato a essere cosciente delle ragioni dei problemi del mondo. Ora credo che il male sia l’élite che controlla il sistema della Federal Reserve [la banca centrale americana] negli Stati Uniti», ha detto Sergei, che ha aggiunto di essere diventato un uomo nuovo e di avere cambiato idea su moltissimi fatti del mondo.

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