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Ci sono 13 incriminati nell’indagine sulla Russia e le elezioni americane

Il Dipartimento di Giustizia ha presentato un documento pieno di accuse, nessuna direttamente al comitato elettorale di Trump

L’ufficio del procuratore speciale statunitense Robert Mueller, a capo dell’indagine sulle presunte interferenze russe nella campagna elettorale americana del 2016, ha incriminato formalmente le prime 13 persone, tutte di nazionalità russa, oltre a tre società, tra cui la famosa Internet Research Agency, la cosiddetta “fabbrica di troll” russi con sede a San Pietroburgo. Sono le prime incriminazioni formali dell’indagine condotta dal Dipartimento di Giustizia, e sono contenute in un documento di 37 pagine che sostiene la tesi secondo cui l’interferenza fu portata avanti per favorire il presidente Donald Trump a discapito di Hillary Clinton, ma non contengono accuse dirette contro Trump.

Secondo gli investigatori, i russi coinvolti nell’operazione hanno rubato l’identità a cittadini americani, si sono finti attivisti politici e hanno cercato di diffondere propaganda in favore di Trump su temi come immigrazione, religione e sulle questioni razziali. L’operazione russa, secondo l’accusa, ha previsto spese per migliaia di dollari mensili per comprare annunci pubblicitari, e per comprare server statunitensi con lo scopo di mascherare la propria provenienza. Il budget totale dell’operazione fu di circa 1,25 milioni di dollari al mese. Secondo gli investigatori, i russi organizzarono addirittura alcune manifestazioni contro Clinton e in favore di Trump: in un caso, un russo avrebbe pagato degli americani perché costruissero una gabbia sopra a un pick-up e ingaggiassero un’attrice per impersonare Hillary Clinton all’intimo, in una manifestazione a West Palm Beach, Florida.

Uno degli accusati è Yevgeny Prigozhin, descritto spesso come “lo chef del Cremlino”, imputato di aver finanziato in parte l’operazione con il suo impero nel campo della ristorazione. Un’altra, Irina Kaverzina, ha ammesso il proprio coinvolgimento in una email scritta a un parente lo scorso settembre, dicono gli investigatori, in cui scrisse: «abbiamo avuto una piccola crisi al lavoro: l’FBI ha scoperto la nostra attività. Quindi mi sono occupata di coprire le nostre tracce, coi colleghi».

Gli altri incriminati sono Mikhail Ivanovich Bystrov, Mikhail Leonidovich Burchik, Aleksandra Yuryevna Krylova, Anna Vladislavovna Bogacheva, Sergey Pavlovich Polozov, Maria Anatolyevna Bovda, Robert Sergeyevich Bovda, Dzheykhun Nasimi Ogly Aslanov, Vadim Vladimirovich Podkopaev, Gleb Igorevitch Vasilchenko e Vladimir Venkov. Tutti sono stati accusati di cospirazione contro gli Stati Uniti, tre anche di frode informatica e frode bancaria, e cinque di ladrocinio aggravato di identità.

L’accusa sostiene che alcuni dei russi fossero in contatto con dei membri del comitato elettorale di Trump, che però erano “ignari” della loro reale identità: non ci sono accuse a Trump o ai suoi collaboratori di aver preso parte all’interferenza, come ha ribadito il vice procuratore generale Rod Rosenstein in una conferenza stampa che supervisiona l’indagine al posto del procuratore generale Jeff Sessions. Rosenstein ha anche spiegato che il Dipartimento di Giustizia non sostiene che l’interferenza russa abbia modificato l’esito delle elezioni.

Trump ha sfruttato queste prime conclusioni dell’indagine per sostenere che le accuse nei confronti del suo comitato elettorale di avere cospirato con i russi siano false, nonostante sia stato provato che diversi suoi collaboratori ebbero invece rapporti con diplomatici e funzionari russi, compreso suo figlio Donald Trump Jr. Trump è sembrato ammettere che sia esistita una campagna russa contro gli Stati Uniti, cosa che in passato aveva negato, citando le conclusioni degli investigatori secondo cui l’operazione cominciò nel 2014, «molto prima che mi candidassi».

Maria Zakharova, una portavoce del ministero degli Esteri russo, ha definito «assurde» le accuse, chiedendo come 13 persone possono aver contrastato un meccanismo così grande come le elezioni presidenziali americane. Gli investigatori non hanno avanzato accuse esplicite riguardo alla possibilità che dietro all’operazione ci fosse direttamente il governo russo, ma il documento specifica che due delle aziende incriminate avevano contratti di lavoro con il Cremlino. Le persone incriminate non verranno arrestate, visto che la Russia di solito non ascia richieste di estradizione negli Stati Uniti, ma il Dipartimento di Giustizia usa queste accuse come una sorta di denuncia pubblica. Le persone incriminate inoltre rischiano di essere arrestate viaggiando all’estero.

Il documento presentato dal Dipartimento di Giustizia non è la conclusione delle indagini, ma soltanto una prima parte: mancano altre conclusioni, tra cui quelle che riguardano l’attacco hacker ai server del Partito Democratico e l’eventuale otturazione alla giustizia compiuta da Trump sull’indagine dell’FBI sulla Russia.