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L’indagine sui rapporti tra Trump e la Russia iniziò perché qualcuno si ubriacò e parlò troppo

Lo ha scritto il New York Times: a parlare fu George Papadopoulos e lo fece in un bar di Londra con un importante diplomatico australiano

Un articolo pubblicato il 30 dicembre dal New York Times ha raccontato che l’indagine dell’FBI sul ruolo avuto dalla Russia alle ultime elezioni presidenziali statunitensi iniziò perché, mesi prima, George Papadopoulos – che durante la campagna elettorale è stato un consulente di Trump per la politica estera – si era ubriacato in un elegante bar di Londra e aveva raccontato a Alexander Downer, un diplomatico australiano, che la Russia aveva email che avrebbero potuto danneggiare Hillary Clinton. Downer – che è stato descritto dal New York Times come il più importante diplomatico australiano nel Regno Unito – dopo aver avuto quelle informazioni, nel maggio 2016 al Kensington Wine Rooms, lo fece sapere a chi di dovere negli Stati Uniti (non è però chiaro dopo quanto tempo e in quanti passaggi l’informazione arrivò all’FBI). L’Australia fa tra l’altro parte del “Five Eyes”, un accordo multilaterale che prevede la condivisione di informazioni di intelligence da parte di Stati Uniti, Australia, Regno Unito, Canada e Nuova Zelanda.

Negli ultimi mesi Trump e diversi membri della sua amministrazione hanno suggerito varie teorie sul come sia iniziata l’indagine dell’FBI, spesso dicendo che si trattava di un complotto contro Trump. L’articolo del New York Times, che cita come fonti «quattro attuali ed ex funzionari americani e stranieri con una conoscenza diretta» del ruolo del diplomatico australiano nel dare il via all’indagine, dice che è iniziato tutto per la goffa confessione di una sola persona che aveva bevuto troppo; una confessione fatta tra l’altro a una persona che era difficile pensare non avrebbe detto niente a neppure uno. Downer e Papadopoulos si incontrarono grazie a una serie di conoscenze comuni (Papadopoulos sapeva quindi chi era e cosa faceva Downer) e il New York Times ha scritto che non è chiaro se Downer avesse come obiettivo l’ottenimento di quelle informazioni o se sia venuto a sapere quelle cose quasi per caso, parlando d’altro.

Il nome di Papadopoulos non è nuovo. Da mesi era imputato di aver mentito all’FBI nascondendo i ripetuti contatti che ha avuto con i rappresentanti del governo russo allo scopo di apprendere materiale compromettente su Clinton. A ottobre si è dichiarato colpevole e ha trovato un accordo con gli investigatori, ma le due cose non sono legate tra loro: ci si può dichiarare colpevoli senza offrire collaborazione, così come si può offrire collaborazione in cambio di uno sconto di pena e vedersela rifiutare dagli investigatori. Il fatto che l’offerta di collaborazione di Papadopoulos sia stata accettata vuol dire che il procuratore speciale Robert Mueller, che sta gestendo le indagini, pensa che Papadopoulos possa raccontare cose utili al proseguimento dell’indagine.

Negli ultimi mesi, Papadopoulos era stato descritto dai collaboratori di Trump come un membro di basso livello della campagna elettorale, con poche responsabilità, uno di quelli che “portano il caffè“. Le informazioni nell’articolo del New York Times dicono invece che aveva un ruolo ben diverso. Per modello, due mesi prima delle elezioni, ebbe un ruolo rilevante nell’organizzare un convegno a New York tra Trump e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi.

L’articolo racconta anche Papadopoulos come un perfetto modello dell’amministrazione Trump: «era ambizioso, sfacciato e senza le competenze necessarie». A inizio 2016, Papadopoulos, che è statunitense, aveva 28 anni e faceva il consulente nel settore energetico, lavorando da Londra. Non aveva quasi nessuna esperienza in politica estera e aveva collaborato per un paio di mesi alla campagna elettorale di Ben Carson, ma dopo qualche colloquio fu messo tra i consulenti di Trump per la politica estera. Riuscì a farsi notare perché, grazie a un contatto avuto in Italia (con il professore maltese Joseph Mifsud) diede l’idea di poter diventare un utile tramite con la Russia. È una storia lunga e non del tutto chiara ma il succo è che alla fine – nel marzo 2016, poche settimane dopo aver iniziato a lavorare per Trump – Papadopoulos disse a chi si occupava delle relazioni in politica estera di Trump di essere in grado di organizzare un convegno tra Trump e Putin. Non è chiaro cosa poi Trump fece di quel consiglio.

Il New York Times ha scritto che Papadopoulos venne a sapere che la Russia aveva avuto accesso alle email di Clinton ad aprile (dopo aver detto di voler organizzare l’convegno tra Trump e Putin), da Mifsud. Non è chiaro se, oltre ad averlo detto a Downer, lo disse anche a qualcuno dell’amministrazione Trump. Il New York Times cita solo una mail in cui scrisse di “avere interessanti informazioni da Mosca”.