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Il successo dei movimenti antiabortisti in Russia

Hanno sempre più influenza, sono sostenuti dalla chiesa ortodossa e ne fanno una questione patriottica: salvare i feti per salvare il paese, più o meno

Lo scorso agosto i movimenti antiabortisti russi hanno annunciato di aver raccolto un milione di firme per chiedere il divieto totale di aborto nel paese. Il testo è stato firmato anche dal Patriarca Kirill, il capo della chiesa ortodossa russa, che è considerato molto influente e vicino a Vladimir Putin. La petizione, hanno detto i suoi promotori, sarà presentata alla Duma, la camera bassa del parlamento, e se otterrà la maggioranza dei voti sarà discussa anche alla camera alta e presentata infine al presidente. Un disegno di legge simile era stato respinto dal parlamento russo nel 2015, ma quello stesso anno ne era stato presentato un altro che chiedeva di escludere l’aborto dal sistema sanitario nazionale rendendolo dunque un intervento a pagamento (secondo la legislazione vigente, l’aborto è invece libero e gratuito fino alla dodicesima settimana di gravidanza). Questa proposta è attualmente in discussione alla Duma.

Da qualche anno in Russia i cosiddetti “movimenti per la vita” hanno preso molta forza: sono formati da circa 160 diversi gruppi, ma gli attivisti dicono che di associazioni simili alla loro ce ne sono almeno 300 in tutto il paese. Il simbolo dei “movimenti per la vita” sono due piccole mani bianche in un campo verde che proteggono un embrione. Qualche giorno fa, ha raccontato Amie Ferris-Rotman, corrispondente da Mosca per Foreign Policy, il movimento ha occupato un parco della città con 2 mila paia di scarpe per bambini: il numero medio di aborti eseguiti ogni giorno in Russia. Mentre al megafono qualcuno spiegava con varie argomentazioni che l’aborto dovrebbe essere illegale, su un grande striscione si leggeva una espressione del presidente Vladimir Putin: «La demografia è una questione vitale. O continueremo a vivere o scompariremo». E ancora: «Se non metteremo fuori legge l’aborto, non potremo far crescere la nostra popolazione e, senza il suo popolo, la Russia come potrà mantenere la sua forza e la sua grandezza?». Negli ultimi mesi l’installazione con le scarpine chiamata “Se solo avessero potuto andare a scuola” è stata mostrata in quaranta diverse città di tutto il paese. Accanto alle scarpe vengono esposte lavagne, piccole cartelle colorate e feti di plastica.

Gli attivisti di questo movimento sono spesso membri devoti della chiesa ortodossa russa e usano la retorica nazionalista per motivare le loro ragioni: la considerano una battaglia patriottica e fanno dunque riferimento alla questione demografica, al nuovo ruolo che la Russia intende assumere sulla scena politica internazionale, citano il coinvolgimento del loro paese nella guerra in Siria, in Ucraina e nella crisi diplomatica con la Corea del Nord. Tutti argomenti molto cari al presidente Putin. Sergei Chesnokov, uno dei responsabili del movimento, ha spiegato: «Sappiamo che per i volontari nel nostro movimento, la cosa più importante è la vita di un bambino prima che nasca. Per il governo la cosa più importante è il tasso di natalità. Ecco perché parliamo con il governo usando gli argomenti demografici». E ancora: «Gli aborti sono dannosi per la sicurezza nazionale». Eppure, come mostrano le statistiche anche di altri paesi, non c’è alcuna correlazione tra l’aumento della natalità e il divieto di aborto: in presenza di limitazioni all’interruzione di gravidanza si continua comunque ad abortire, ma clandestinamente. E, soprattutto, non si fa un numero maggiore di figli.

Mentre Anna Kuznetsova, commissaria del governo russo per i diritti dell’infanzia, è arrivata a dire che l’utero «ha memoria della morte» dei feti abortiti, Putin si è finora dimostrato molto più cauto. Secondo alcuni osservatori questa sua prudenza potrebbe essere dovuta a questioni finanziarie. Il divieto di aborto potrebbe essere infatti molto costoso per i bilanci dello Stato, perché porterebbe a un aumento del numero di complicazioni causate dagli aborti clandestini. Putin potrebbe però anche essere preoccupato per la sua popolarità. Secondo un’indagine condotta lo scorso anno, il 72 per cento dei cittadini e delle cittadine russe è contrario all’idea di un divieto totale dell’aborto e il 70 per cento non è favorevole nemmeno alla proposta di escludere l’aborto dall’assicurazione sanitaria obbligatoria (MHI).

Vietato dagli zar, l’aborto fu legalizzato nell’Unione Sovietica già nel 1920. Nel 1936 Stalin tornò a proibirlo e solo dopo la sua morte il diritto venne ripristinato (1955). In Russia, però, l’aborto è utilizzato di fatto come metodo contraccettivo, data la scarsa diffusione di preservativi, pillole anticoncezionali o altri metodi, di cui si è iniziato a parlare solo all’inizio degli anni Novanta, dopo cioè la caduta dell’Unione Sovietica: spesso sono molto costosi e difficili da trovare. Tutto questo spiega perché i dati ufficiali del governo parlino di circa 930 mila aborti all’anno nel paese. In Russia la media delle interruzioni di gravidanza rapportate alla popolazione è molto più elevata rispetto a quella di altri paesi europei o degli Stati Uniti. Il paese ha un rapporto di circa 480 aborti ogni 1.000 nascite, negli Stati Uniti il rapporto è di circa 200 a 1000, in Germania, secondo le statistiche più recenti (2015), è di 135 a 1000. E anche la maggior parte dei russi che sostengono la legalizzazione dell’aborto è consapevole del problema. In una pubblicità per i preservativi Durex in Russia, una voce maschile dice: “Ehi donne! Siete una su tre ad avere un aborto. Perché, piuttosto, non provate Durex?”. Ed è anche vero che la Russia ha dei problemi demografici: il tasso di mortalità è elevato e le donne spesso scelgono di fare un solo figlio. Alcuni demografi sostengono che il numero di russi potrebbe ridursi di un quinto entro il 2050 e secondo le statistiche federali russe, fino a luglio 2017 ci sono state 17 mila nascite in meno rispetto ai primi sette mesi dell’anno precedente.

La demografia è un argomento molto presente nella retorica di Putin e il suo governo ha messo in atto alcuni incentivi per far aumentare la natalità, come un un assegno alle famiglie per la nascita del loro secondo figlio (un “bonus bebé”, per capirci). Allo stesso tempo, però, Putin non ha fatto molto per le donne del paese, anzi. A febbraio, per modello, ha depenalizzato la violenza domestica con il sostegno della chiesa ortodossa. Kate Schecter, membro dell’organizzazione statunitense Council on Foreign Relations ed esperta di questioni femministe in Russia, ha detto: «Con un potere forte e un ritorno ai ruoli tradizionali, la misoginia latente si è aggravata». L’intervento del governo (che è preoccupato dalla bassa natalità) è fermo anche per quanto riguarda la diffusione dei metodi contraccettivi: nel 2011 è stata approvata una legge che ha ristretto alla dodicesima settimana la possibilità di abortire in modo legale, nel 2013 è stato stabilito il divieto di pubblicizzare l’aborto ed è stata approvata anche una proposta che obbliga gli ospedali a dotarsi di un nuovo speciale certificato per poter eseguire interruzioni di gravidanza. Dal 2015, infine, dopo un accordo tra la chiesa ortodossa russa e il ministero della Salute, i consulenti pagati dalle organizzazioni contro l’aborto possono lavorare nelle cliniche di stato, dando informazioni e convincendo le donne a non interrompere la loro gravidanza. Secondo uno degli attivisti del movimento solo a Mosca sono attivi nelle cliniche 200 psicologi “pro-life”.

E poi c’è la chiesa: oggi, secondo i dati del Pew Research Center, il 70 per cento dei russi si dichiara cristiano-ortodosso, mentre nel 1991 la percentuale era pari a un terzo della popolazione. E i valori della chiesa sono spesso inconciliabili con i diritti delle donne. Sempre secondo il Pew Research Center, i paesi a maggioranza ortodossa tendono a credere che alle donne vadano assegnati ruoli tradizionali. In Russia, in particolare, il 36 per cento degli intervistati crede che le donne dovrebbero obbedire ai loro mariti e che sia loro la responsabilità sociale dei bambini. La chiesa (in base a una correlazione non dimostrata) considera l’aborto la causa della crisi demografica che in Russia è cominciata nel 1991 e ne chiede costantemente la limitazione. Nell’articolo di Amie Ferris-Rotman su Foreign Policy si dice che da una parte Putin mantiene una certa distanza dalle posizioni religiose più estreme, dall’altra incoraggia in generale questo tipo di attivismo: con la loro tacita approvazione e con la loro retorica basata su valori conservatori, cioè, le autorità sostengono tali comportamenti ed estremismi. La saldatura tra governo, chiesa e movimenti antiabortisti, anche se non in modo dichiarato esiste e agisce: agli incontri dei movimenti antiabortisti russi si continua a ripetere che il presidente va aiutato. «Noi siamo qui per lui».