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Il caso Trump-Russia è arrivato a una svolta

Ora ci sono le prove che il figlio di Trump sapeva che la Russia sosteneva suo padre e che incontrò una rappresentante del governo russo per ottenere materiale contro Clinton

I più importanti dirigenti del comitato elettorale di Donald Trump incontrarono rappresentanti del governo russo durante la campagna elettorale allo scopo di ottenere materiali compromettenti su Hillary Clinton, consapevoli che quegli incontri fossero «parte del sostegno del governo russo» a Donald Trump. Lo mostra il contenuto di alcune email pubblicate dal New York Times. Le email sono state diffuse anche dal figlio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump Jr, che le ha pubblicate su Twitter prima che le pubblicasse il New York Times, sapendo che sarebbe accaduto di lì a poco (il giornale lo aveva avvisato per chiedergli un commento). Le email si possono quindi considerare autentiche.

La storia è in generale quella dell’interferenza russa nell’ultima campagna elettorale statunitense e l’eventuale collaborazione con i russi del comitato elettorale di Trump. La storia in particolare è quella di cui si parla da qualche giorno: il 9 giugno del 2016 Donald Trump Jr incontrò un’avvocata legata al governo russo perché lei gli aveva detto di avere materiale compromettente su Hillary Clinton, all’era candidata del Partito Democratico. Oltre a Trump Jr – che collaborava strettamente col comitato elettorale – parteciparono l’allora capo del comitato elettorale, Paul Manafort, e il genero di Trump, Jared Kushner, oggi influentissimo consigliere alla Casa Bianca. Sia Manafort che Kushner sono oggi sotto indagine per i loro legami con la Russia.

Il New York Times ha ottenuto le email che precedettero quell’convegno, che fu organizzato da un ex socio della famiglia Trump – Rob Goldstone – che lo presentò così:

La Russia non è una monarchia, ma sia il New York Times che la logica suggeriscono che il crown prosecutor of Russia sia molto probabilmente il procuratore generale della Russia, cioè il ministro della Giustizia e capo del sistema giudiziario russo. “Emin” è molto probabilmente Emin Agalarov, che contribuì a organizzare l’convegno: un cantante pop e imprenditore statunitense figlio di un ricchissimo imprenditore – “Aras”, Aras Agalarov – che è notoriamente molto amico e vicino a Vladimir Putin, e già socio in affari dello stesso Trump nell’organizzazione del concorso Miss Universo. “Rhona” invece è probabilmente “Rhona Graff”, l’assistente personale di Trump. Tutte le email risultano inoltrate a Paul Manafort e Jared Kushner. Il figlio di Trump rispose così all’offerta: «Se è quello che dici, I love it, specialmente più avanti in estate». In un’altra email, sempre precedente all’convegno, l’avvocata che avrebbe consegnato questi documenti viene descritta come «avvocata del governo russo». Né Trump Jr né gli altri dirigenti del comitato Trump denunciarono mai quanto accaduto all’FBI.

Le email suggeriscono quindi in modo piuttosto inequivocabile che Trump Jr, Kushner e Manafort incontrarono una persona che sapevano essere una rappresentante del governo russo allo scopo di ottenere materiale che danneggiasse Hillary Clinton, consapevoli che quel materiale gli era stato offerto per via del sostegno della Russia a Donald Trump. Bisogna ricordare qui che l’indagine del procuratore speciale Robert Mueller sta cercando di accertare tra le altre cose se ci sia stata collaborazione tra il governo russo e il comitato elettorale di Donald Trump. Anche per questo diversi giornalisti politici e commentatori statunitensi stanno descrivendo queste email come “la pistola fumante”, parlandone con grandissimo stupore: «Non avrei mai pensato che esistesse una cosa del genere, figuriamoci che diventasse pubblica», ha scritto Nate Cohn del New York Times.

Ci sono altre cose interessanti nelle email. La prima è la data. Le email sono state inviate e ricevute nei primi giorni di giugno, poco dopo la vittoria di Trump alle primarie del Partito Repubblicano e soprattutto molte settimane prima degli attacchi informatici contro il Partito Democratico, la diffusione delle email del comitato Clinton, le accuse di interferenza contro la Russia e l’apertura della prima indagine da parte dell’FBI: tutte cose che sono accadute nella seconda metà di luglio. Questo vuol dire che il comitato Trump sapeva del sostegno del governo russo per Donald Trump e della volontà di aiutarlo concretamente molto prima di chiunque altro, compresa la stampa e la stessa FBI. Nonostante questo, per molti mesi sia il presidente Trump che i suoi collaboratori hanno negato l’esistenza del sostegno russo per Trump e dei suoi tentativi di influenzare la campagna elettorale.

L’altra cosa interessante è che le email confermano che Donald Trump Jr avesse inizialmente mentito rispetto al contenuto dell’convegno: in un primo articolo pubblicato sabato, il New York Times aveva scritto che Donald Trump Jr aveva incontrato l’avvocata russa in campagna elettorale, senza aggiungere dettagli. Trump Jr aveva ammesso di averla incontrata ma aveva detto di aver parlato con lei soltanto della controversa legge sulle adozioni internazionali tra Russia e Stati Uniti, e aveva ribadito che l’convegno non aveva a che fare con la campagna elettorale. Le email dimostrano che di adozioni non si parlò mai, e che l’convegno era stato organizzato esclusivamente per parlare di come il governo russo volesse aiutare il comitato Trump a battere Clinton, offerta a cui Trump Jr rispose: «I love it». La posizione di Trump Jr è passata – parafrasi nostra – da “non c’è stato nessun convegno” a “c’è stato l’convegno ma abbiamo parlato di adozioni” a “abbiamo parlato anche di documenti compromettenti su Clinton” a “sapevamo che il governo russo voleva darci una mano”.

Ancora: non sembra che queste email siano arrivate al New York Times attraverso fonti tra gli investigatori, bensì fonti dentro la Casa Bianca («documenti governativi che sono stati mostrati al New York Times», diceva un precedente articolo). Alcuni vedono in questo – e nel fatto che siano usciti poco dopo il primo convegno tra Trump e Putin – il segno che qualcuno dentro la Casa Bianca stia cercando di far venire fuori la verità su quanto accaduto quest’estate, forse preoccupato dalla capacità del presidente Trump di governare e prendere decisioni.

Quello che le email non chiariscono è se Donald Trump sapesse dell’convegno in questione, o se ce ne siano stati altri: ma in generale in una campagna elettorale è molto improbabile che il capo del comitato elettorale, il figlio e il genero del candidato partecipino a un convegno del genere – cioè col rappresentante di una potenza straniera che offre il suo aiuto – senza farlo sapere al candidato, prima o dopo.

Anticipiamo qualche domanda, soprattutto una: cosa può succedere adesso? Dal punto di vista politico ci saranno molte agitazioni, naturalmente, e tutti guarderanno soprattutto ai Repubblicani al Congresso per capire come cambierà il loro atteggiamento nei confronti del presidente Trump. Non è detto che cambi, comunque: la base del Partito Repubblicano fin qui ha continuato a sostenere Trump e non è affatto detto che smetta adesso; oggi per un parlamentare Repubblicano dissociarsi da Trump vuol dire semplicemente attirarsi uno sfidante da destra alle prossime primarie. La questione politica comunque è importante perché il presidente Trump sta cercando faticosamente di far progredire la sua agenda politica interna: la riforma sanitaria è in discussione al Senato, mentre si sono fatti pochissimi passi avanti fin qui sulla costruzione del muro e sulla riforma fiscale, altre sue importanti promesse elettorali. Inoltre il procedimento di impeachment è politico, non giudiziario: non dipende direttamente dalle inchieste dell’FBI ma dall’eventuale volontà del Congresso – che oggi è saldamente controllato dai Repubblicani – di mettere sotto accusa il presidente.

Dal punto di vista giudiziario, le email non sono una svolta: nel senso che sono state pubblicate ora dal New York Times ma con ogni probabilità erano note agli investigatori. Quello che se ne può trarre è che gli investigatori abbiano materiale molto solido in mano, che potrebbe portare a un certo punto alla richiesta di processare alcune delle persone più vicine a Donald Trump. Ammesso che Trump sapesse di questo o di altri incontri con rappresentanti del governo russo, comunque, la maggioranza dei costituzionalisti pensa che sia impossibile invece processare un presidente in carica: la questione – che comunque va considerata ancora molto eventuale e improbabile – sarebbe probabilmente risolta dalla Corte Suprema, in cui i giudici conservatori oggi hanno la maggioranza.