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Oggi in Russia è un giorno come tanti. «Spiegatemi, cosa c’è da celebrare?», chiede il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov. Nel 2005 la celebrazione della rivoluzione d’Ottobre è stata sfrattata dal 7 al 4 novembre, sostituita con il “Giorno dell’unità nazionale” in memoria della cacciata di polacchi e lituani per mano di Kuzma Minin e Dmitrij Pozharskij, il mercante e il principe che liberarono il Paese molto prima dei bolscevichi, nel novembre 1612.

Sono pochissimi a ricordarselo. Ma Vladimir Putin, più in sintonia con i Romanov che con Lenin, diffida di qualunque accenno di protesta, figurarsi celebrare il termine “rivoluzione”. Il governo attuale ha preso il posto di quello sovietico in modo legale, ma è a disagio sulle proprie origini. Preferisce restare ambiguo e prendere ciò che gli serve della storia dell’Urss - a partire dalla sconfitta del nazismo; tentare una condanna non troppo drastica delle repressioni senza demonizzare Stalin; e andare direttamente a riallacciarsi all’impero zarista. Più della storia contano la stabilità (del regime), l’unità nazionale. «La Russia - dice Putin - non è iniziata nel 1917, né nel 1991. Abbiamo un’unica storia ininterrotta».

Eppure, se il 7 novembre 1917 i bolscevichi si impadronirono del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado quasi di soppiatto, i giorni e gli anni successivi stravolsero radicalmente la Russia: la sua società, la guerra, l’economia, l’impero, il rapporto con il mondo. Le conseguenze di tutto questo, ha ammesso Putin, sono «complesse», ma «dovrebbero essere lasciate agli esperti». Così, mentre il Cremlino resta in silenzio, il centenario dell’Ottobre si è moltiplicato in dibattiti, mostre fotografiche, conferenze, rievocazioni.

«La rivoluzione - scrive lo studioso Maksim Trudoljubov - è il certificato di nascita della Russia moderna. Ricordare le origini dello Stato russo sarebbe un atto di onestà». Così abbiamo pensato di lasciare la parola alla gente. Figli della rivoluzione, russi e cittadini delle repubbliche ex sovietiche il cui destino è comunque passato in qualche modo da quel 7 novembre. Abbiamo chiesto loro un ricordo, o una storia, una riflessione. La loro risposta tradisce il desiderio di parlarne: disponibile e appassionata, indica un quadro pieno di contraddizioni, di ombre più che di luci, punti di vista diversi sul senso dell’Ottobre, interrogativi e dubbi. C’è chi è nostalgico e chi scrolla le spalle, dinanzi a un Paese che, cent’anni dopo, non è ancora riuscito a fare i conti con il proprio passato. Sono voci di una rivoluzione irrisolta.