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Germania, ambiente e migranti nodi cruciali per la...

L’operazione disgelo con la Russia parte da Versailles. Nel trecentesimo anniversario della storica visita di Pietro il Grande. Personaggio, come ha sottolineato non a caso Emmanuel Macron, che «ha rappresentato il simbolo di un Paese che vuole aprirsi all’Europa».

Saranno ovviamente i fatti a dimostrarlo, ma è questa l’impressione che si è avuta ascoltando le parole di Vladimir Putin e del presidente francese nella conferenza stampa finale del lungo convegno tra i due leader. Una “riunione di lavoro” abilmente organizzata in occasione della mostra al Trianon appunto sullo Zar del 1717 per “rimediare” alla cancellazione – causa dossier siriano – del viaggio di Putin previsto nell’ottobre scorso. Non una visita di Stato, quindi. Anche se è difficile immaginare un’accoglienza più solenne.

Lo scambio di opinioni, ha spiegato Macron, è stato «franco e diretto». La formula diplomatica per dire che tutti i temi sono stati messi sul tavolo (compresi quelli «sul rispetto delle minoranze e di tutte le sensibilità politiche», dagli omosessuali in Cecenia alle Ong in Russia) e che non sono mancate ruvidità e «incomprensioni», come hanno peraltro riconosciuto i due presidenti. Ma l’importante è proprio questo. Che il dialogo sia ripreso e sia ripreso con «sincerità». D’altronde lo stesso Macron – il quale ha auspicato la creazione di un Forum in cui figure della società civile dei due Paesi possano incontrarsi e confrontarsi periodicamente - ha riconosciuto che «nessun tema di rilevanza internazionale può essere affrontato senza un dialogo con Mosca».

A partire evidentemente dalla questione siriana. E dal destino di Assad. Putin è stato molto chiaro: «La priorità assoluta è la lotta al terrorismo, la peste del nostro secolo. Una battaglia che si può vincere solo unendo le nostre forze. Ma non si può lottare efficacemente contro il terrorismo distruggendo un Governo». E creando quindi una condizione di ulteriore instabilità.

Una posizione sostanzialmente condivisa da Macron. Il quale ha precisato la linea adottata, sia pure un po’ confusamente, da Parigi negli ultimi mesi, dopo aver sposato a lungo la tesi di un’uscita di scena del dittatore di Damasco pregiudiziale a qualsiasi scenario di evoluzione della crisi siriana. «Penso – ha detto il presidente francese – che la guerra al terrorismo sia sicuramente la priorità delle priorità. E in effetti dove non c’è Governo, come abbiamo visto, ci sono spazi per l’avanzata del terrorismo. Ma questa guerra può andare di pari passo con il lavoro diplomatico per organizzare una transizione democratica nel Paese. Un lavoro che preveda il confronto con tutti, compresi i rappresentanti di Assad». Anche se Macron – che ha proposto a Putin «un gruppo di lavoro comune sul terrorismo e un rafforzamento della cooperazione sul terreno» – ha fissato «due linee rosse invalicabili»: sull’uso di armi chimiche, che «avrà da parte nostra una risposta militare immediata», e sulla tutela dei corridoi umanitari.

L’altro dossier caldissimo è quello ucraino. Macron ha annunciato che parlerà «subito» con Angela Merkel in vista di «un nuovo confronto al più presto del cosiddetto formato Normandia» (Francia, Germania, Russia e Ucraina), sulla base di «un rapporto dettagliato dell’Osce» per ottenere «una de-escalation nel quadro dell’applicazione degli accordi di Minsk». Putin, al quale il “formato Normandia” va benissimo, ha di fatto evitato di affrontare l’argomento. Se non per sparare a zero sulle sanzioni, «che non contribuiscono in alcun modo a risolvere la crisi». Ma in termini più generali ha detto che, «pur essendoci alcune diversità di opinioni, oggi abbiamo capito che su molti punti ci sono analisi convergenti e che c’è la volontà di lavorare insieme».

Qualche tensione è emersa infine a proposito dei rapporti preferenziali di Putin con Marine Le Pen, degli attacchi di hacker russi alla campagna elettorale di Macron e del atteggiamento di alcune testate russe sponsorizzate dal Cremlino, in particolare Russia Today e Sputnik. Tema sul quale Macron ha reagito con estrema durezza: «Si tratta di media che durante le elezioni francesi non hanno fatto del lavoro giornalistico ma un’attività di propaganda e disinformazione. Hanno quindi perso il diritto all’ospitalità e non lo riavranno».