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Trump ammette: ho informato i russi sull’Isis e i rischi di attentati…

In due tweet il presidente Trump dà la sua versione dell’ultima polemica che scuote la politica, l’intelligence americane nonché i rapporti con gli altri Paesi amici, in particolare l’alleato che è stato tirato in ballo durante la conversazione fra Trump, il ministro degli Esteri Lavrov e l’ambasciatore russo a Washington. Il Paese sarebbe Israele, rivela il New York Times, una delle tappe del tour del presidente americano in Medio Oriente la prossima settimana.

All’convegno con Lavrov nello Studio Ovale è stato invece ammesso un fotografo russo ma non giornalisti americani. Una delle tante irritualità che contraddistinguono la presidenza Trump, certo non la più grave. Il presidente ha dato la sua versione, ammette che ha parlato con due uomini di governo russi di tecniche terroristiche, in particolare del fatto che l’Isis sta congegnando laptop in grado di esplodere in volo e causare quindi devastanti attentati terroristici contro civili che riportano l’America ai tempi dell’11 settembre 2001. Lo ha fatto per ragioni umanitarie, scrive su Twitter, e per fare in modo che la Russia combatta ancora e molto di più il terrorismo. Trump però smentisce il suo stesso staff che aveva escluso rivelazioni del presidente al capo della diplomazia russa e all’onnipresente ambasciatore Sergey Kislyak.

La legge non vieta al presidente di fare quello che ha fatto, lui si spinge a dire che è un suo «assoluto diritto». Al contrario, qualsiasi altro funzionario o ministro americani sarebbero stati messi sotto processo ma non il commander in chief che fra i tanti poteri ha anche quello di poter dire quello che vuole, anche rivelare «informazioni strettamente riservate», come queste classificate «top secret/code word».

I democratici sono inferociti, non pochi repubblicani chiedono spiegazioni. È una questione di sicurezza nazionale, opportunità politica e geopolitica, anche d’immagine, soprattutto è un inammissibile boomerang, perché ha bruciato la rete di spionaggio alleata degli Stati Uniti in Siria, anzi in una precisa città siriana. L’alleato dell’America che le ha fornite, per il Nyt, appunto, Israele, considerava queste informazioni talmente riservate da non volerle condividere con altri alleati degli americani.

Senza dimenticare - ma questa è più un’obiezione di protocollo tuttavia rilevante, vista la considerazione che gli americani hanno della loro presidenza - che Trump ha fatto una simile rivelazione non a un suo pari, cioè Vladimir Putin, ma a un suo pur autorevole emissario.

Grazie alla v0glia di condividere del presidente e ad una gola profonda pare vicina al generale McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale, l’opinione pubblica sa cosa è successo nello Studio Ovale, ma le spie anche quelle di Paesi non amici sanno molto di più.

In un briefing con la stampa alla Casa Bianca, però lo stesso McMaster ha difeso Trump e definito «totalmente appropriata» la conversazione di Trump con i dirigenti russi, assicurando che il presidente non ha compromesso alcuna fonte di intelligence.

L’ufficiosa reazione dell’Unione europea sparge però sale sulla ferita anche perché pare che Trump abbia discusso con i suoi ospiti russi di particolari di cui neanche la Nato era a conoscenza. I paesi Ue - riferiscono fonti a Bruxelles all'Associated Press - potrebbero smettere di condividere informazioni di intelligence con gli Stati Uniti, è il primo commento.