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Sulla crisi Ucraina-Russia il peso dello scisma ortodosso sostenuto da Poroshenko contro Mosca

Città del Vaticano – L’escalation militare tra Russia e Ucraina, per uno strano caso del destino, converge con gli ultimi passaggi dello scisma che a breve vedrà la nascita definitiva di una chiesa nazionale ortodossa sostenuta dal governo di Kiev,  finalmente distaccata ed indipendente dal Patriarcato di Mosca. Uno strappo maturato nel tempo in ambito religioso, ma ampiamente incoraggiato dal governo di Poroshenko. Anche in questo caso, proprio come per la vicenda delle navi prese in ostaggio dai russi, è solo l’ultimo tassello di  una crisi identitaria che covava sotto la cenere e che ha preso velocità negli ultimi mesi a seguito della soluzione del Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo di annunciare urbi et orbi l’autonomia della Chiesa ucraina e sottrarla alla influenza della Russia.
L'11 ottobre, scorso, il Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli ha abolito un decreto risalente al 1686 consegnando il Metropolita di Kiev a Mosca, annunciato la creazione di una missione a Kiev e riabilitando i leader delle chiese autoproclamate ortodosse in Ucraina. Il Sinodo del Patriarcato di Mosca ha risposto tagliando i legami con Costantinopoli.

Proprio in questi giorni che a  Costantinopoli è riunito il Sacro Sinodo per perfezionare il distacco, il presidente Poroshenko ha inviato in loco il suo consigliere Pavlenko per assistere ai lavori che prevedono la fissazione di una data del concilio di unificazione della nuova chiesa ucraina. Allargando lo sguardo, in questo ultimo periodo, il Parlamento ucraino ha proseguito il suo cammino avvicinamento  alla Nato e all’Europa apportando alcune modifiche costituzionali.  Ancora è presto per dire se se sia stata la politica a far partire le spinte autonomiste ortodosse, oppure se si è trattato di una coincidenza  da tempo all’orizzonte, benché i giornali ucraini abbiamo rilevato come l’autocefalia sia una mossa politica del presidente Poroshenko, che in evidente calo di popolarità, prima delle prossime elezioni, abbia voluto raccogliere consensi in ambito religioso. «Il presidente è piuttosto indebolito e vorrebbe essere rieletto. Egli pensa che l’annuncio della autocefalia della Chiesa ucraina possa aiutarlo nei sondaggi» ha detto lo storico Alexander Dvorkin.

La dichiarazione della nascita di una chiesa nazionale prevede anche la riabilitazione del Patriarca Filarete, il ribelle che da decenni si oppone a Mosca e che proprio per questo era stato scomunicato dal patriarcato russo. Proprio ieri Filarete  alla notizia del blocco delle navi russe ha pronunciato parole non proprio diplomatiche: “I russi si dicono fratelli ma sono venuti a casa nostra per versare il sangue e schiavizzare. Devono nascondere la loro spada e tornarsene a casa”. Tanto la condizione politica  tra la Russia e l’Ucraina è fluida,  quanto quella religiosa, relativa al nuovo assestamento ecclesiale è ormai ben definita. E a detta di tanti osservatori chi ci guadagna da questa nuova fase è sicuramente il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo che ha finito per ritagliarsi un ruolo internazionale, di gran lunga maggiore rispetto alla modesta entità della piccola comunità ortodossa che governa a Istanbul. Al tempo stesso molti osservatori sono concordi nel ritenere che l’autonomia della Chiesa ucraina di fatto indebolisce e mette in un angolo la Russia.

 Intanto a Costantinopoli si sta lavorando al Tomos, il testo della dichiarazione di indipendenza che dovrebbe essere reso noto in dicembre in coincidenza di una solenne cerimonia. Il presidente del parlamento ucraino, Andriy Parubiy ha ripetuto la bontà del passaggio politico, sostenuto dalle forze di governo. Secondo il patriarcato di Mosca il processo che porterà al Tomos e all’autocefalia è qualche cosa che «arriva dall’esterno». I sospetti vanno in direzione degli Stati Uniti e c’è chi pensa addirittura che dietro questa manovra vi sia anche una enorme somma di denaro elargita a Bartolomeo.  Il progetto per la creazione di una chiesa locale unificata in Ucraina è già condannato, ha detto il Patriarcato di Mosca, se «vi è il bisogno di un apporto politico. E un laico che interferisce negli affari della Chiesa è destinato a commettere errori» ha commentato il metropolita russo Hilarion.

In Vaticano la notizia dello scisma all'intimo del mondo ortodosso è arrivata ben prima dell'11 ottobre attraverso canali diplomatici. Sembra che ad informare il Papa dell'imminente passaggio sia stato anche lo stesso Bartolomeo. Di fronte alla soluzione già presa Papa Francesco ha scelto la non intromissione in questioni non sue, e da allora ha sempre evitato ogni riferimento diretto al processo che sta maturando tra Mosca e Kiev. La raccomandazione a non immischiarsi la ha affidata anche a diplomatici e sacerdoti ucraini e ultimamente la par condicio si concretizza in una attenzione metodica ai segni esteriori. Se Papa Francesco, per modello, domenica all'Angelus ha speso parole di solidarietà verso il popolo ucraino per la tragedia stalinista dell'Holodomor, che causò milioni di morti per fame a causa della politica di collettivizzazione, stamattina ha sorpresa ha voluto visitare la (bellissima) mostra sui 54 capolavori prestati dalla galleria Tretyakov di Mosca a significare la adiacenza spirituale tra il Vaticano e il Patriarcato russo.