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Shinzo Abe blinda la maggioranza con lo spauracchio nucleare di Kim. Russia, Usa e Cina hanno un interlocutore più forte

Con 312 seggi su 465, la coalizione di governo guidata dal Liberal Democratic Party (LDP) di Shinzo Abe riconferma la supermaggioranza di due terzi alla Camera Bassa, l’organo cui spetta l’ultima parola nell’approvazione dei trattati e del bilancio. Si tratta di una vittoria che consolida la posizione del premier giapponese dopo mesi di scandali e mentre le provocazioni missilistiche di Pyongyang interessano sempre più direttamente il Giappone, agganciato nella traiettoria degli ultimi due test balistici nordcoreani come ‘ricompensa’ per l’invasione nipponica della penisola sancita dal Trattato di annessione nippo-coreano del 1910. Il quinto successo elettorale dal 2012 ad oggi permette così ad Abe di proporsi per un terzo mandato, eventualità che lo renderebbe il primo ministro più “longevo” del dopoguerra, grazie ad una revisione delle regole interne all’LDP apportata a inizio anno che estende la durata massima dell’incarico del suo presidente da sei a nove anni.

Scommettendo sulle elezioni anticipate, Abe ha ufficialmente cercato un mandato elettorale più forte sull’allocazione delle risorse accumulate con l’aumento della tassa sui consumi (l’imposta di valore aggiunto che dovrebbe passare dall’8 al 10 per cento a ottobre 2019), cavalcando l’approvazione dell’opinione pubblica nei confronti della linea dura mantenuta in politica estera, soprattutto sul versante Corea del Nord. A stretto giro dal risultato, Abe ha annunciato che i proventi del rialzo dell’Iva andranno a finanziare nuovi capitoli di welfare anziché a ridurre il debito pubblico, mentre risulta confermato l’Abenomics, ricetta economica basata su una politica monetaria ultraespansiva che, nonostante diverse critiche, ha permesso una crescita sostenuta per sette trimestri, il periodo più lungo dal 2001. Come messo in evidenza lunedì dal premier, è la crisi demografica (leggi: l’invecchiamento della popolazione) a pesare di più sulla performance della terza economia mondiale.

Ma più che all’economia è alle scelte di Abe in politica estera che guardano con interesse gli analisti internazionali. Considerato che LDP aveva già il controllo dei due terzi anche alla Camera Alta, l’esito delle urne proietta il governo conservatore verso la tanto attesa revisione della Costituzione pacifista, per la quale è necessaria l’approvazione di entrambe le Camera e un referendum nazionale. L’obiettivo è quello di inserire il riconoscimento delle forze armate giapponesi nel testo della Legge fondamentale, modificando l’articolo 9 della Costituzione del 1947 – promossa dagli Stati Uniti – che impone la rinuncia totale al mantenimento di un esercito regolare. Dal 2015, grazie alle nuove leggi di Pace e sicurezza, le forze di autodifesa giapponesi possono intervenire oltreconfine a protezione di forze alleate in caso di attacco nemico o essere impiegate in missioni di ricerca e soccorso di cittadini giapponesi coinvolti in situazioni di crisi all’estero. Allo studio della maggioranza conservatrice c’è quindi la possibilità, per il futuro, di cedere maggiori poteri al capo del governo sulle forze di autodifesa in caso di attacco o di disastro naturale di grande entità. Secondo quanto affermato da Abe, non esiste una “deadline” per la riforma; piuttosto la questione dovrà essere discussa dalla Dieta e dibattuta anche a livello popolare.

Negli ultimi tempi, Tokyo ha accelerato i colloqui con l’alleato americano per l’acquisto di nuovi armamenti ufficialmente in funzione anti-Pyongyang. Entrambi i paesi sono concordi sul mantenimento di un approccio diplomatico muscolare (a base di sanzioni) nei confronti del regno Eremita e proprio la Corea del Nord sarà al centro dei colloqui tra Abe e Trump, atteso in Giappone il 5 novembre prossimo. Di più. Il premier nipponico ha dichiarato di non vedere l’ora di sollevare l’argomento con i leader russo e cinese (più aperti al dialogo con Pyongyang) a margine del summit Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) previsto l’11 e 12 novembre in Vietnam. L’convegno potrebbe portare, al contempo, l’ufficializzazione di un disgelo tra Pechino e Tokyo, ai ferri corti sulla sovranità delle isole Diaoyu/Senkaku. Per il governo Abe è fondamentale tranquillizzare la Cina – vittima della sanguinosa occupazione nipponica di metà ‘900 – circa i suoi intenti “non aggressivi” in campo internazionale, nonostante la progressiva conversione militarista e il sostegno fornito dal governo nipponico ai paesi asiatici con cui Pechino ha in sospeso divergenze territoriali nel Mar cinese meridionale, un tratto di mare in cui Tokyo non ha interessi diretti. Tuttavia, secondo The Diplomat, le due potenze sarebbero sulla via della distensione, anche in vista del dichiarato (seppur tardivo) appoggio del Giappone al progetto Nuova via della Seta e all’Asian Infrastructure Investment Bank, la superbanca lanciata dalla Cina nell’ottobre 2014 come contraltare all’Asian Development Bank a guida nipponica.

Se sul versante intimo le urne confermano l’appoggio dei cittadini all’operato del premier, il trionfo di domenica sembra al contempo riflettere soprattutto l’inconsistenza di un’opposizione spaccata per via del disallineamento tra due forze più “giovani”: il promettente partito della Speranza di Yuriko Koike, la popolare governatrice di Tokyo, e il Partito Democratico Costituzionale, diventato il principale schieramento di opposizione con 54 seggi e animatamente contrario a una revisione costituzionale in grado di esporre il paese a eventuali guerre americane.