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Comey e il Congresso stringono Trump fra due fuochi sulla Russia

New York. Mentre Donald Trump tiene impegnato il mondo con l’abbandono dell’accordo di Parigi sul clima e rinviando, almeno per il momento, il trasferimento dell’ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme – un colpo al populismo e uno alla realpolitik – il pericolo per il presidente avanza su due fronti. Da una parte, le inchieste del Congresso sui rapporti con la Russia, che viaggiano in parallelo a quella dell’Fbi, stanno allargando il loro raggio d’azione e aumentando d’intensità. Dall’altra, incombe la testimonianza dell’ex direttore dell’Fbi, James Comey, che ieri è stata messa in calendario dopo settimane in cui si rincorrevano versioni ufficiose. Si presenterà dinanzi alla commissione l’8 giugno.

La commissione intelligence della Camera ha emesso sette mandati preliminari per ottenere informazioni su due figure vicine a Trump e alle compagnie a questi collegate. Uno è Michael Flynn, l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale che è al centro di tutte le indagini e di tutti i sospetti. Il senato aveva già chiesto a Flynn di fornire tutto il materiale in suo possesso rilevante per l’inchiesta, e dopo un primo rifiuto – sulla base del quinto emendamento alla Costituzione – i suoi avvocati hanno fatto sapere che i documenti arriveranno sulle scrivanie dei senatori a partire dal 6 giugno, data fissata come scadenza per dare ciò che gli inquirenti cercano. Il secondo obiettivo della commissione della Camera è Michael Cohen, l’avvocato personale di Trump. Il nome di Cohen era stato soprattutto collegato a un famoso dossier sulle relazioni di Trump con la Russia, compilato durante la campagna elettorale da un ex agente dell’intelligence britannica su commissione degli avversari politici dall’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il dossier, rivelato per primo da BuzzFeed, diceva che Cohen aveva incontrato a Praga alcuni funzionari del Cremlino. In particolare, la missione dell’avvocato sarebbe stata quella di coprire le tracce lasciate da Paul Manafort, il manager della campagna che aveva alle spalle una serie di consulenze quantomeno sospette, fra cui quella all’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych. L’interessato ha negato di essere mai stato nella capitale della Repubblica ceca. Per provarlo ha pubblicato le foto del suo passaporto e ha dichiarato che nei giorni in cui il dossier lo dava a Praga era in realtà a Los Angeles a vedere una partita di baseball assieme a suo figlio. Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca, ha confermato che Cohen non è mai stato a Praga. Quando gli è arrivata una prima richiesta informale di collaborazione con gli inquirenti, si è rifiutato di rispondere perché “la richiesta era scritta in modo pessimo, troppo ampia ed era impossibile dare una risposta”. All’emissione del mandato della Camera ha cambiato registro: “Mi renderò disponibile e sono più che felice e desideroso di testimoniare, ma devono essere specifici”.

La commissione della Camera non aveva finora prodotto nessun mandato. L’accusa della commissione etica in cui è incappato il capo, il repubblicano David Nunes, aveva impedito quel ramo dell’indagine del Congresso e portato l’uomo che segretamente aveva preso visione di certi documenti classificati – con l’aiuto di un funzionario della Casa Bianca – a ricusarsi per evitare un conflitto d’interessi. Nunes però ha firmato ugualmente i mandati emessi mercoledì. Com’è possibile? C’è una particolarità nella circostanza. Oltre ai quattro mandati emessi per Flynn, Cohen e le loro aziende, la commissione della Camera ne ha emessi altri tre che sono legati a un secondo obiettivo dell’inchiesta, quello della presunta sorveglianza dalla campagna di Trump da parte dell’amministrazione Obama. Contrariamente a quella del Senato, l’inchiesta della Camera si occupa anche di stabilire se effettivamente il presidente è stato spiato durante la campagna, come lui sostiene. Nunes ha potuto firmare i mandati perché non afferiscono strettamente all’inchiesta sui rapporti Trump-Russia dalla quale si è ricusato. Sono state richieste informazioni all’ex direttore della Cia, John Brennan, all’ex consigliere per la sicurezza nazionale, Susan Rice, e anche all’ex ambasciatrice presso l’Onu, Samantha Power. È la prima volta che il nome di Power, che non era parte della comunità d’intelligence, viene fatto in connessione a questo caso, che ruota attorno al cosiddetto “unmasking”, la soluzione di rivelare nomi di persone che appaiono in documenti classificati. Nel contesto della sorveglianza, vengono automaticamente occultati i nomi di tutte le persona che vengono intercettate accidentalmente, magari perché capita loro di avere contatti assolutamente leciti con persone sotto inchiesta per altri motivi. Trump ha imputato la precedente amministrazione di avere invece svelato nomi coperti da segreto soltanto per portare avanti a colpi d’intelligence una campagna politicamente motivata. Per questo il presidente ieri mattina ha twittato: “La vera storia è quella dell’‘unmasking and surveillance’ che è successa durante l’amministrazione Obama”. Insomma, l’inchiesta che da una parte incalza Trump, contemporaneamente gli offre argomenti per contrattaccare.

Più complicata, invece, la posizione del presidente rispetto alla testimonianza di Comey, che promette di essere un momento decisivo dell’inchiesta. L’ex direttore dell’Fbi ha detto ad alcune persone a lui vicine che nella sessione pubblica confermerà di avere avuto una conversazione privata con Trump in cui questo gli ha chiesto di abbandonare l’inchiesta su Flynn, rivelazione che proverebbe in modo chiaro il tentativo di otturazione della giustizia. Il presidente, tuttavia, ha il diritto di tenere private le proprie conversazioni, e su questa base potrebbe usare il suo potere esecutivo per impedire a Comey di testimoniare. Una manovra disperata che avrebbe l’effetto di mostrare che il presidente ha qualche cosa da nascondere.