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Quel "Colombo d'argento" bruciò le ali alla vecchia Russia

Non c'è popolo degno di questo nome che non sia destinato, alla corta o alla lunga, a estinguersi. Non è una legge geopolitica, bensì, banalmente, il secondo principio della termodinamica: prima o poi tutto finisce. Certo, alcuni popoli sono predisposti ad affrettare tale processo. Più degli italiani, che hanno iniziato a estinguersi... nell'atto di unirsi (autentico colpo di genio al contrario, da non confondere con il tanto lodato - sopravvalutato? - «genio italico»), ne sono consapevoli i russi, i quali hanno fatto qualche cosa di simile, con l'attenuante-aggravante di un'idea teoricamente ottima, ma praticamente pessima.

Da visionario quale era, Andrej Belyj (Mosca, 26 ottobre 1880 - 8 gennaio 1934) capì con qualche anno di anticipo dove sarebbe andato a parare il popolo russo. Il suo primo romanzo, Il colombo d'argento, che ora torna in edizione italiana dopo un'assenza di 24 anni dalle nostre librerie (Fazi, pagg. 378, euro 18, traduzione di Carmelo Cascone), uscì infatti nel 1910, a puntate su una rivista. E che cos'è questo «colombo d'argento»? È il profetico simbolo dell'ennesima rivoluzione russa, l'ultima, quella del 1917, con tutto ciò che ne è seguito. Belyj appartiene infatti alla «seconda generazione» dei simbolisti russi, quella del suo amico e rivale in amore Blok e di Kuzmin, che succede alla «prima», quella dei Sologub e dei Brjusov, ma è soprattutto un simbolista per forma mentis, prima che per partito preso. È, dicevamo, un visionario, in grado non soltanto di cogliere i simboli, ma anche di inventarli, prima ancora (e senza che) questi siano stati eletti ufficialmente a bandiera, oppure a slogan.

Il colombo d'argento vola, in un'estate torrida di inizio Novecento, sopra i campi russi, infinita distesa di spazi aperti come oceani, punteggiati dalle sparute isolette rurali di villaggi e cittadine. Lo studente-scrittore-sognatore-nullafacente Pëtr Darjalskij fa la spola tra il villaggio di Celebèevo e quello di Gugolevo, dove la sua fidanzatina Katja vive con la nonna, la baronessa Todrabe-Graaben, emblema di una nobiltà che percepisce d'essere giunta agli sgoccioli. Da quelle parti, dove giunge l'eco delle montanti idee «siciliste», come le chiama storpiandole il «contadinume» che l'intellettuale snob Darjalskij disprezza, bazzica Abram, uno strano mendicante che alterna alla questua la diffusione porta-a-porta di un programma politico, finalizzato al risveglio di un non meglio identificato Spirito, con tendenze fra l'orientaleggiante in filosofia e il bacchico nella prassi delle danze e degli accoppiamenti di gruppo. I «colombi» della zona, primi fra tutti il falegname Kudejarov e la sua compagna Matrjona, hanno buon gioco nell'intortare il farfallone Darjalskij, prima allontanandolo dalla sventurata morosa, poi cooptandolo nella setta. Di cui fanno parte: il mugnaio Eropégin, sua moglie Fjokla e la loro serva Annuska (un triangolo molto acuto, nel senso di contundente); il subdolo ramaio Suchorukov; il generale Cizikov, che predica il terrore rosso e intanto scrocca pranzi ai ricconi; persino un pope, l'unico a essere arrestato...

Un pomeriggio, mentre Katja e la nonna prendono il caffè reiterando i soliti gesti, i soliti silenzi, le solite parole, il demiurgo Belyj che tutto vede e a tutto provvede con una narrazione di stampo prettamente gogoliano (Gogol' era il suo autore di riferimento, più ancora di Dostoevskij) e reggendo i fili di una trama complottarda che riporta alla mente L'uomo che fu Giovedì di Chesterton, il romanzo bombarolo uscito due anni prima, nel 1908, butta lì una riflessione fuori campo: «Non è forse così, vecchia Russia moritura, caparbia e irrigidita nella tua maestà, che compi anche tu ogni giorno, ogni ora, in mille cancellerie, uffici, palazzi e case di campagna questi riti - i riti dell'antichità? Ma, oh, a tanto ascesa! guardati attorno e abbassa lo sguardo: capirai allora che ai tuoi piedi si sta spalancando l'abisso: e stai per precipitarvi!...» (traduzione di Maria Olsoúfieva per le edizioni Rizzoli). Il colombo d'argento racconta, cogliendo la sollecitazione della allora freschissima rivolta del 1905, proprio l'irreparabile dissoluzione di questa «vecchia Russia moritura».

Belyj, cioè «il Bianco» (pseudonimo candido e pronto ad accogliere qualsiasi messaggio, qualsiasi istigazione), nato Bugaev, non è certo fra chi accorre al suo capezzale sciogliendosi in lacrime per lo zarismo in ansia. Al contrario. Figlio di un professore di matematica con la testa perennemente fra le nuvole e di una fra le più belle donne di Mosca, studia Schopenhauer, Kant e Nietzsche, ascolta Wagner, si abbevera alla fonte miracolosa del pensiero di Vladimir Soloviev. E soprattutto non resta insensibile alle nuove idee provenienti dall'Occidente, simpatizzando con i rivoltosi del 1905. Però non considera una bella trovata gettare, con l'acqua sporca dell'ancien régime, anche il bambino, cioè una cultura millenaria che alcuni suoi improvvidi discendenti ora si stavano impegnando a sopprimere. «Il colombo - scrive lo storico e slavista francese Georges Nivat - è il primo grande poema eroico di Belyj sull'invasione interiore dell'io russo. In Pietroburgo l'invasore sarà mongolo, in Mosca sarà una specie di spia internazionale, Mandro». Belyj, infatti, pensava a un trittico sul tema «Oriente e Occidente».

E, restando in attesa della prima edizione italiana di Mosca, possiamo, dopo aver letto Il colombo d'argento, passare senza indugio a Pietroburgo, opera tormentatissima sia dal suo autore, sia dagli editori che la consideravano eccessivamente scandalosa, e che ebbe varie versioni, fra il 1911 e il 1913. È la continuazione ideale del Colombo: anche qui c'è un «eroe» tutt'altro che eroico, anche qui c'è una congrega di arruffapopoli, anche qui c'è un ideale superiore intinto nel fango dei deliri o, peggio, degli interessi personali. Lo scenario, da provinciale diventa cittadino, e Belyj regola i conti con mamma e papà. La prima è descritta come una melodrammatica sciantosa, e il secondo diventa l'utente finale di un progetto di parricidio. E l'anima del «bianco» Belyj si rivela nerissima.