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Voci d'intesa Opec-Russia fanno correre il petrolio

A giudicare dalle quotazioni di ieri, con il Wti salito a 58,95 dollari al barile (+1,6%), si direbbe che i mercati sono convinti che il meeting di venerdì prossimo tra l'Opec e la Russia andrà liscio come l'olio. Niente sgambetti, clima di grande coesione, un solo obiettivo: estendere fino alla fine del 2018 l'accordo che fa sparire dall'offerta 1,8 milioni di barili al giorno. Per Bloomberg, che ha raccolto alcune indiscrezioni, i giochi sono già fatti: Ryad e Mosca, i due player di maggior peso sulla scena energetica, hanno già raggiunto una pre-intesa; gli altri si adegueranno.

La liaison tra i produttori resta però tutt'altro che stretta. Fino a pochi giorni fa, la Russia sembrava ancora indecisa se partecipare al summit di Vienna e, dunque, aderire all'estensione del piano di contenimento dell'output, temendo un impatto negativo sul Pil. La defezione del Paese guidato da Vladimir Putin avrebbe provocato un crollo delle quotazioni (sgradito a Mosca) e sarebbe costata carissima al Cartello, fino al punto da metterne a azzardo la stessa sopravvivenza, secondo qualche analista. L'Opec in grado di provocare due choc petroliferi (1973 e '79) e di quadruplicare i prezzi non c'è più. Esiste un'organizzazione che si regge su equilibri precari, in qualche modo mascherati dall'intesa sulla produzione. Il patto però, per quanto abbia contribuito a risollevare i prezzi del greggio dai picchi negativi in cui era precipitato, non basta ancora a lenire le sofferenze finanziarie di alcuni Paesi membri. In base alle stime del Fondo monetario internazionale, per raddrizzare le sue disastrate finanze pubbliche il Venezuela avrebbe bisogno di un barile a 216 dollari; a 127 dollari respirerebbe la Nigeria, a 84 l'Arabia Saudita. Ecco perchè il prolungamento dei tagli diventa motivo di vita o di morte. In particolare per Ryad, impegnata in un complicato processo di diversificazione economica e di affrancamento dal petrolio come previsto dal programma Vision 2030 messo a punto dal sempre più potente Mohammad Bin Salman, il figlio di re Salman. La quotazione del colosso Aramco, prevista per il dicembre 2018, è uno dei capisaldi della nuova strategia saudita, ed è un motivo più che valido per sostenere le quotazioni del greggio per tutto il periodo che precederà l'Ipo. L'Arabia conta di ricavare circa 100 miliardi con la cessione del 5%, anche se gli analisti sono scettici e stimano un incasso dimezzato.

I prossimi mesi saranno decisivi anche per capire come intende muoversi Mosca: una risalita dei prezzi attorno ai 65 dollari potrebbe incitare i russi a sganciarsi dall'intesa con l'Opec.